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Le Historiae sono un’opera storiografica che documenta oggettivamente “senza odio e senza amore” la storia che va dal terribile anno 69 dei quattro imperatori alla morte di Domiziano nel 96.
Il progetto iniziale di Tacito era quello di documentare la storia dall’impero di Domiziano a Traiano, ovvero il passaggio dal Male al Bene, tuttavia, era più utile e urgente porsi degli altri interrogativi: com’è possibile il passaggio dal Male al Male, o ancor peggio, dal Bene al Male?
Tacito non si limita a narrare gli avvenimenti di quegli anni, ma affronta un’analisi profonda della società romana attraverso un metodo oggettivo ed eziologico, che consiste nell’analisi obiettiva di fonti e documenti per ricercare le cause della decadenza morale romana, che aveva perso i valori del mos maiorum (che, al contrario dovrebbero essere il fondamento della società), “di tutto si faceva mercato”.
Il Senato era una struttura politica incapace e corrotta che rivestiva una funzione soltanto apparente.

La disciplina militare era ormai decaduta: nella vita degli eserciti avevano preso piede l’insubordinazione, la ribellione contro Roma, gli eserciti acquisirono ben presto uno strumento di potere: sceglievano l’imperatore, che non era designato in base alle sue qualità morali, bensì in base ai benefici che gli eserciti avrebbero potuto ottenere (Tacito esprime l’inadeguatezza di Otone e Vitellio), di conseguenza, gli eserciti non erano più impegnati nella difesa dei confini, bensì in una lotta politica.
Il popolo aveva perso la sua caratterizzazione etnica, diventando una massa amorfa che assiste impotente e disimpegnata al succedersi frenetico degli scontri, abbandonandosi a qualsiasi tipo di vizio.
Tacito individua la causa dell’esecrabile condizione di Roma nella grandezza stessa dell’impero (“l’impero soffre della sua stessa grandezza), infatti, l’espansione dell’impero aveva portato con sé grandezze esorbitanti, facendo accrescere una passione insaziabile, intrinseca all’animo umano, la bramosia di potere (potentiae cupido).
Tacito dimostra una grande abilità introspettiva nel tracciare i ritratti dei personaggi storici: Otone è abietto ma capace di un dignitoso suicidio; Vitellio è vorace e vile, non è capace né di vivere né di morire.
L’abilità di Tacito non è soltanto quella di ricercare le cause storiche, ma anche psicologiche: perché un personaggio ha agito in un determinato modo?
Il modello stilistico di Tacito, nonostante sia stato ampiamente superato, è Sallustio: infatti, Tacito divide la narrazione in scene e atti; i personaggi vengono illustrati anche dal punto di vista psicologico, sociale e antropologico; utilizza uno stile asimmetrico, slegato, adatto ad esprimere l’interiorità dei singoli personaggi e delle masse.
Un passo significativo da prendere in esame è il discorso di Ceriale, capo della legione romana, che parla alle popolazioni galliche appena sconfitte, per illustrare loro i vantaggi che comporta la fedele sottomissione a Roma piuttosto che la rivolta, che non significa né oppressione né sfruttamento, ma bensì imposizione di buone leggi, pace duratura fra popoli da sempre tormentati da conflitti e difesa dalle invasioni straniere. Si tratta dunque di una perfetta apologia dell’imperialismo romano, che è nettamente in contrasto con il punto di vista dei vinti, espresso da Calgaco nell’Agricola.
Ceriale difende i Romani dicendo che le guerre non sono state intraprese per brama di potere e di ricchezza ma per rispondere alla richiesta di aiuto delle popolazioni che erano cadute sotto i Germani. “Comandanti e imperatori romani sono entrati nella vostra terra e in quella degli altri Galli non per sete di conquista, ma perché implorati dai vostri padri, stremati quasi a morte dai loro conflitti interni, e perché i Germani, da voi chiamati in aiuto, avevano asservito tutti, alleati e nemici”.
Ceriale mette in evidenza come con la venuta dei Romani e la sottomissione pacifica delle popolazioni aiutate, le Gallie non soffrirono più le guerre e la tirannia, anche se dovranno sacrificare in parte la loro libertà.

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