Dialogus de oratoribus

Dialogus de oratoribus è un’opera ambientata fra il 75 e il 77 e si rifà ai dialoghi ciceroniani riguardanti argomenti filosofici.
Rappresenta una discussione immaginaria fra alcuni famosi interlocutori del tempo: Curazio, Marco Apro, Messalla e Giulio Secondo.
Secondo l'opinione di Vipstano Messalla la decadenza dell'oratoria è il frutto del deterioramento dell'educazione familiare e scolastica.
I maestri infatti sono impreparati e non riescono a istruire i propri alunni in maniera regolare.
Il punto di vista di Curazio riprende invece l'opinione stessa di Tacito.
Curazio sostiene che la grande oratoria è in decadenza per ragioni politiche; essa è infatti capace di esistere solo grazie a Libertà e Anarchia, ormai passate in secondo piano.
Egli, nonostante questo, appoggia anche l'Impero, e afferma che la pace che esso garantisce deve essere accettata senza rimpianti per il passato perché, nonostante privi delle libertà, è un fattore inevitabile.

Riguardo al Dialogus de oratoribus si pensa che l'opera non sia autentica per via dello stile simile a quello delle scuole di Quintiliano e per questo si attribuisce ad un periodo giovanile di Tacito.

Il ritratto di Tiberio

È un ritratto tratto dagli Annales, definito “indiretto” perché descritto attraverso opinioni altrui, anche se non dice di chi. Attraverso i termini “ipocritamente, adulazione” si denuncia il servilismo dell’aristocrazia e degli equites nei confronti dell’imperatore, anche se in realtà tutti lo detestano. Anche perché c’è un clima di complotto poiché tutto è in balia dell’umore di Tiberio. C’è una climax: nomi dei consoli -> senato -> esercito -> popolo, dal particolare al generale, dagli individui alle masse. Il potere di Tiberio degenera ben presto. Dopo la morte del padre Augusto, Tiberio rispetta il protocollo e vuole prendere il potere. Ma subito dopo la morte prende il potere escludendo il senato dalle decisioni. Augusto sceglie Tiberio perché non c’erano altri eredi, ma non era adatto a governare. Tiberio è costretto a lasciare la moglie e sposare Giulia, ma lei non accetta la sottomissione e continua ad avere amanti. Tiberio decide di ritirarsi a Rodi, qui ci resta per 7 anni. Tiberio è presentato anche come ipocrita perché inizialmente cerca il consenso del popolo, poi si comporta da tiranno.

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