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La decadenza dell'oratoria


Il tema della decadenza dell'oratoria fu un dibattito molto vivo fra gli intellettuali del tempo. Tale corruzione riguardava sia il gusto letterario, in quanto era ormai basata su uno stile sentenzioso virtuosistico e ad effetto, sia morale, in quanto sia in politica sia nei tribunali l'eloquenza era ormai assoggettata al potere mentre nelle scuole essa si limitava ad essere simulata a partire da situazioni inventate e poco credibili; Quintiliano individua la causa di tale decadenza nella corruzione dei costumi e dall'assenza di libertà politica in quanto questi due fattori avevano fatto sì che ogni autentico dibattito politico o in tribunale divenisse impossibile, relegando così la pratica della retorica alle sole scuole dove, con la declamazione di controversiae e suasoriae, oltre a praticare un dibattito vuoto e fine a sé stesso e in cui quindi diveniva importante solo il virtuosismo gli insegnanti, corrotti, corrompevano a loro volta la moralità degli studenti.


La figura dell'oratore


Secondo Quintiliano l'oratore ideale deve essere un uomo dalla vastissima formazione culturale, faticosa ma necessaria, che incarni il modello (proposto prima da Catone e poi da Cicerone e basato sull'inscindibilità tra eloquenza e morale) del vir bono dicendi peritus, ossia un uomo retto, onesto e filosoficamente formato -in quanto solo così si raggiunge la rettitudine- ed esperto nell'arte del parlare. L'oratore perfetto inoltre non deve essere asservito al potere ma, in virtù della propria moralità, deve essere consigliere del principe e tramite fra princeps e senato; egli non può quindi essere un oppositore politico ne ribellarsi al regime (che l'autore infatti non mette in discussione) ma deve mettere le proprie doti al servizio della società. Quintiliano inoltre nutre ancora la speranza, illusoria, di un ruolo più attivo dell'oratore come guida del senato e del popolo romano.
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