Lucio Seneca nacque a Cordova, in Spagna alla fine dell'I secolo a.C. Fu educato con i fratelli a Roma. Coltivò inizialmente gli studi di retorica a cui il padre l'aveva destinato, ma fu attirato anche da quelli filosofici. Ebbe vari maestri nel gruppo di filosofi più importanti di Roma che lo iniziarono alle dottrine neopitagoriche, fortemente incentrate sull'idea di un continuo esercizio di perfezionamento interiore. Seneca trovò niumelle riflessione neopitagoriche sulla paura della morte e sul dolore fisico la forza di sopportare e in parte vincere la sua malattia.
Attorno al 20 d.C lasciò Roma e si recò in Egitto presso la sorella della madre. Torno a Roma 11 anni dopo, si impegnò nella vita politica (diventando questore quell'anno), diventò avvocato e oratore.

Il successo fu tale da aprirgli le porte della corte imperiale, suscitando però forti gelosie: nel 39 Caligola decise di metterlo a morte e solo l'intervento di una favorita ne impedì la condanna e l'esecuzione. Qualche anno più tardi Messalina, prima moglie dell'imperatore Claudio appena salito al trono, accusò la nipote di Claudio e Seneca di essere amanti. La ragazza fu giustiziata e Seneca fu mandato in esilio in Corsica. Tentò ogni mezzo per ottenere il perdono e tornare a Roma, tanto che scrisse l'adulatoria Consolatio ad Polybium, grazie alla quale attrasse le simpatie di Agrippina, nuova moglie dell'imperatore. Agrippina gli permise di tornare a Roma e gli fece ottenere l'incarico di precettore e successivamente pretore del figlio Nerone. Pochi anni dopo Claudio morì avvelenato da Agrippina, Seneca si vendicò ridicolizzandolo nella Zucchificazione.
Nei primi cinque anni del regno di Nerone, Seneca influì positivamente sulla politica imperiale, ma la gestione dell'impero sembrò contrastare quei principi di moralità che Seneca approfondiva nei suoi Dialoghi e Trattati filosofici.
Grazie alla sua posizione vicina a Nerone, vide una serie di gravi vicende: l'assassinio di Claudio da parte di Agrippina, l'assassinio di Britannico da parte di Nerone e l'assassinio di Agrippina da parte di Nerone. Il matricidio segnò una svolta nella vita dell'imperatore e nella sua politica, cambiando a corte le fortune di molti. Seneca nel 62 si ritirò a vita privata, mentre a corte il metodo dell'eliminazione fisica stava diventando sistematico. Seneca, ritenuto coinvolto in una congiura senatoria, fu costretto da Nerone al suicidio.

I dialoghi

I dialoghi raggruppano 10 operette filosofiche: 9 hanno l'estensione di un libro, l'ultima è divisa in tre libri. L'opera conta quindi 12 libri.
Non sono veri e propri dialoghi, ma di trattazioni filosofiche di vario argomento, nelle quali Seneca dialoga con il destinatario di turno come se fosse presento o con altri interlocutori immaginari.
Il modello si pensa derivi dalla diatriba cinicostoica, una corrente di pensiero improntata sul buon senso.

Di grande importanza sono le tre consolazioni. Pur appartenendo a un genere filosofico già praticato in Grecia, quelle di Seneca sono le prime consolazioni espressamente definite tali. Il genere della consolatio, ossia l'affidarsi alla retorica per consolare qualcuno colpito da una disgrazia.
La prima (Ad Marciam) era indirizzata alla figlia dello storico Cordo, Marcia, colpita dalla morte del figlio. L'Ad Marciam è anche la prima opera di Seneca che ci sia pervenuta. Dopo una serie di variazione sul tema dell'infelicità dell'uomo e sulla provvisorietà della sua vita, nel finale Seneca immagina che il figlio di Marcia si trovi nei Campi Elisi tra i beati nelle braccia del nonno materno Cordo, che era stato costretto al suicidio su istigazione del prefetto del pretorio Seiano, e che gli mostri il cielo, spiegandogli i movimenti di pianeti, stelle e costellazioni e poi gli indichi la Terra. L'unica consolazione per Marcia è che il figlio è morto senza conoscere il male e i lati negativi dell'esistenza.

La seconda consolazione (Ad Helviam matrem) è indirizzata alla madre Elvia e risale ai primi tempi dell'esilio in Corsica. Ad ella Seneca ricorda che si può esiliare il corpo, non lo spirito e che non c'è esilio nell'ambito dell'universo perchè nulla nell'universo è estraneo all'uomo. La rimembranza dei luoghi comuni permette la rievocazione della zia materna, alla quale addita l'exemplum di forza d'animo. Era stata lei ad averlo accolto in Egitto e ad averlo riaccompagnato a Roma. Per questo motivo aveva un profondo legame con la zia, tanto da considerarla seconda madre.

La terza consolazione (Ad Polybium) è indirizzata al favorito di Claudio, Polibio, addolorato per la recente morte del fratello. Tale consolazione è da considerarsi come una supplica, tramite la quale Seneca cercò di convincere Polibio e l'imperatore di farlo tornare a Roma.

I temi comuni alle tre consolationes sono la fragilità dell'esistenza e la necessità di conseguire il distacco dalle vicende della vita che trasforma l'uomo comune in un sapiens (saggio), capace di trascenderle, attaccandosi esclusivamente a ciò che è giusto.
Questo tema si ripresenta anche nel dialogo stoico De Constantia sapientis, in cui si dimostra la forza del saggio ai colpi della sorte. La sofferenza deve diventare forza morale per il saggio, deve trovare un senso alla sofferenza, che può essere volta al bene. Questo dialogo è dedicato all'amico Sereno
Vent'anni più tardi Seneca dedicherà sempre a lui altri due dialoghi, il De otio e il De tranquillitate animi.
Nel primo Seneca fonde la concezione stoica dell'otium con quella epicurea, definendolo come uno spazio che il saggio deve trovare per la ricerca della verità e per il continuo miglioramento di sé, in modo da risultare migliore anche per gli altri, rendendosi utile politicamente nella comunità. Per gli stoici il saggio dovrebbe partecipare alla vita pubblica e politica, per gli epicurei no. Secondo Seneca il saggio deve partecipare alla vita pubblica ma qualora mancassero i presupposti della sua presenza può ritirarsi a vita privata

Anche nella seconda opera Seneca riflette sull'importanza dell'interazione tra il ritiro privato, che aiuta il saggio a distaccarsi dalle cose futili, e l'attività pubblica, nella quale la pratica del bene può dare risultati migliori.

Il De Ira, composto da tre libri, è dedicato al fratello Novato e tratta l'utilità sociale e politica del saggio, che ha imparato a controllare le proprie passioni. In questo dialogo spicca nuovamente la figura del saggio, che può essere utile agli altri in quanto già conoscente di tante cose. Bisogna imparare a controllare le proprie passioni, l'ira non deve uscire, altrimenti prenderà il controllo sulle altre passioni. Descrive una persona piena d'ira, anche fisicamente.

Sempre al fratello dedica il De Vita Beata, scritta nei primi anni del regno di Nerone, nel quale sostiene che solo al saggio appartiene la vera felicità, perchè è l'unico ad essere capace di distaccarsi da felicità apparenti, come quelle date dalla ricchezza. Si deve difendere dalle accuse di vivere in modo diverso da quello umile che professa. Quando lui parla di vizi non parla in senso assoluto, i primi vizi che conosce sono i suoi. Veniva accusato di essere troppo ricco in confronto all'umiltà che professa. Lui si difende spiegando che quando descrive il saggio non aveva mai detto che debba essere in miseria. Se c'è qualcuno che deve essere ricco è proprio il saggio perchè è in grado di amministrare le sue ricchezze.

Ultimo in ordine di composizione fu il De providentia, dedicato a Lucilio, a cui sono indirizzate anche le Epistulae. Sono come una continuazione del De constantia sapientis, nel quale Seneca si domanda perchè Dio permetta alle avversità cadano prevalentemente sui migliori, arrivando alla conclusione che sia per mettergli alla prova e costringergli all'esercizio della virtù. La maggiore virtù del saggio è il dominio sul tempo.
Una continuazione della meditazione del tempo è il De brevitate vitae, composto dopo il ritorno dall'esilio e dedicato a un certo Paolino. Seneca sostiene che la vita non è breve, ma siamo noi che la rendiamo tale sperperando tempo prezioso in occupazione e preoccupazioni futili. Tutti si lamentano della brevità della vita, ma in realtà ci è data una vita necessaria per fare ciò che dobbiamo fare. Dunque l'unico modo per arginare la fugacità del tempo è quello di far buon uso di questo, preponendo alla quantità la qualità. Della tripartizione aristotelica del tempo (il passato sui cui non abbiamo più nessuno potere, il presente che è l'unico su cui l'uomo ha capacità di azione e il futuro su cui non si può decidere), il saggio deve privilegiare solo il presente, cercando di sfruttarlo nel modo migliore possibile e facendosene dominatore.

I trattati

Seneca scrisse altri tre trattati filosofici non inclusi nella raccolta dei Dialoghi, probabilmente a causa della loro estensione.
Il primo dei tre (il De Clementia) è scritto in onore di Nerone diciottenne, elogiato per la sua clemenza dimostrata nei primi anni del regno e auspica che questa lo porti anziché verso gli abusi della tirannia (come Caligola e Claudio) verso una collaborazione con il senato. L'illusione che Nerone possa realizzare il modello stoico del re giusto e saggio era destinata a durare poco.

Il secondo trattato (De beneficiis) è composto da 7 libri, scritti sotto richiesta del dedicatario, l'amico Liberale.
Basandosi sui precedenti De ira e De clementia, Seneca approfondisce la propria riflessione sull'etica sociale e individua nel fare del bene al prossimo il migliore cemento della comunità civile. Seneca prospetta infatti una reciprocità di benefici che ristabilisce quell'uguaglianza tra uomo e uomo, che nell'uso comune indicava un rapporto sbilanciato. Questa espressione di generosità e solidarietà umana viene tradotto con il termine beneficio.

Il terzo trattato ( le Naturales questiones) è diviso in 7 libri, scritti negli ultimi anni dell'autore, dedicato a Lucilio.
Si occupa essenzialmente di scienze naturali, a cui era già interessato in giovane età, e in particolare di fenomeni metereologici (fuochi celesti, acque terrestri, fiumi, pioggia, neve, venti, terremoti, comete). Nonostante l'opera attingesse a manuali e repertori, contava il progetto che lo aveva spinto a scrivere: il progetto rispondeva ad un'esigenza morale, ossia quella di liberare l'uomo dalla paura dei fenomeni naturali, spiegando i meccanismi e come sfruttarli.
Seneca esalta da subito la ricerca scientifica come strumento di conoscenza e di elevazione spirituale e manifesta una fiducia nel progresso scientifico.

Epistulae morales


Composte negli ultimi anni della vita, quando si era ritirato dall'attività politica, comprendono 124 lettere, ma in realtà la raccolta era in realtà più ampia e che una parte delle lettere andò perduta.
Il destinatario è l'amico Lucilio, che condivideva con Seneca interessi filosofici e letterari.
Si tratta di lettere effettivamente scritte e spedite, ma riviste e rielaborate per un'eventuale pubblicazione, che Seneca stesso conferma.
Nei primi tre libri il tono è quello di un maestro che si rivolge all'allievo; con il tempo e con i progressi fatti da Lucilio, il pensiero diventa più articolato.
Vengono ripresi tutti gli argomenti precedentemente trattati nei dialoghi e nei trattati, compresa la forma della consolatio.
I temi dominanti sono la ricerca della forza interiore di fronte a ogni situazione della vita, la necessità di farsi una ragione della sua fugacità, il difendersi dai beni illusori e il prepararsi all'incontro con la morte.
Si moltiplicano le riflessioni sul tempo e sul modo migliore di sfruttarlo, ossia concedere al corpo quanto basta per mantenerlo in salute, rifiutando una vita dedita ai piaceri. Chi si abbandona al corpo e ai sensi dimentica di avere un'anima, che è l'unica cosa che ci faccia essere diversi da un animale o da una pianta e che differenzi il valore tra diversi uomini.
Quanto riguarda il corpo non ci sono differenze, ricco e povero, schiavo e libero, sono uguali davanti alla morte. La vera schiavitù non è quella esteriore dovuta alla sorte, ma quella interiore, dovuta solo a noi stessi.
L'anima dell'uomo può riscattarsi dalla schiavitù del corpo, dai sensi, dalle passioni, dalle avidità e dalle ambizioni terrene raggiungendo l'autosufficienza, tramite la ragione (filosofia).
La filosofia può rendere l'uomo simile a Dio, capace di distinguere bene e male e praticare la virtù.
La virtù è libertà, la libertà è ragione, la ragione è felicità: la virtù porta quindi alla felicità.
Ogni aspetto della vita diventa un pretesto per fare filosofia e progredire sulla via della sapienza.
Ritornando sul tema della parità tra esseri umani si arriva alla conclusione che bisogna fare il bene al prossimo e praticare la giustizia.
Su richiesta di Lucilio affronta anche il tema della filosofia come perfetta ragione, condannando la finta filosofia (quella che applica la ragione ad argomenti inessenziali).
Viene infine affrontato il tema dello stile filosofico, secondo il quale le parole del filosofo devono essere semplici e chiare, ma non aride e scarne. Non bisogna usare uno stile troppo ricercato altrimenti si arriva ad avere un animo meschino. Infatti la prosa di Seneca risulta rispettosa di tali principi. Lo stile semplifica la sintassi ma evidenzia figure come ripetizioni, antitesi e conclusione a effetto. Le verità più che pronunciate o scritte sono proclamate, dunque il lettore si trova coinvolto in una grande quantità di sentenze.


Divi Claudii Apokolokyntosis

E' un violento libello scritto nel 54 d.C contro l'imperatore Claudio appena morto.
La forma deriva dalla satira menippea, dove si alternavano parti in prosa e parti in poesia, e al tono serio si alternava l'ironia.
Lo scopo di Seneca era quello di ferire la memoria dell'imperatore. Anzichè elogiato come un Dio come succedeva per gli altri imperatori morti, Claudio viene santificato come zucca per evidenziare la sua zucconaggine.
Dopo averlo descritto come un imperatore mite e saggio, lo identifica come crudele e imbecille.

Mercurio, che ha il compito di trasferire le anime nell'aldilà, chiede alle Parche di abbreviare la sofferenza di Claudio. Mentre in terra esplodono i festeggiamenti per la sua morte, Claudio arriva in cielo e le divinità discutono sulla possibile divinizzazione di Claudio, che sarebbe stata approvata se non fosse intervenuto Augusto. Infatti egli elenca gli omicidi e tutto ciò di negativo che Claudio ha compiuto in vita, che dunque viene condannato a giocare a dadi con un bossolo bucato. Questo gioco era tipico di una festa carnvalesca che evidenzia la voluta ridicolaggine di Claudio


Tragedie

Inoltre ci sono giunte 9 tragedie coturnate, ossia di argomento greco. Di queste non si conosce la cronologia e la destinazione, né si sa se furono scritte per la scena, per pubbliche recitazioni o per letture private.
Seneca ha approfondito nelle sue tragedie quello che la sua opera filosofica condannava.
Mentre nelle opere precedenti il saggio stoico doveva educarsi al controllo delle passioni, al distacco dai beni terreni e alla ricerca della virtù tramite la razionalità, nelle tragedie la virtù, il bene e la giustizia vengono derisi, ogni forma di ragione smarrita, ogni legge umana e divina infranta.
Lo studio della natura era precedentemente uno strumento per elevarsi alla conoscenza del divino, invece nelle tragedie l'unica scienza che sembra essere praticata è la magia nera, il dominio delle forze della natura a scopo malefico.
Il Seneca stoico provava orrore per il sangue e per qualsiasi forma di spettacolo cruento, mentre nelle sue tragedie questi vengono illustrati quasi con compiacimento.
Seneca in precedenza sosteneva che l'anima tendeva alla luce, mentre i personaggi delle tragedie fuggono dalla vista di questa e si buttano dentro il buio causato da passioni e ambizioni.
Sembra che Seneca volesse mostrare quanto in basso possa arrivare un'anima che ha perso la ragione, se lasciato in balia di sé stesso. Infatti se si abbandona la via della ragione e del bene la nostra anima genererà allucinazioni o visioni di uomini senza pace e mostri.
Gli eroi nelle tragedie di Seneca sono quasi tutti negativi.
Lo stile tragico presenta le stesse caratteristiche di quello filosofico: la sobrietà della sintassi enfatizza la parola grazie al ricordo a figure di suono e di senso, a interrogative retoriche e in generale a ogni espediente declamatorio, dunque la magniloquenza serve per descrivere scenari raccapriccianti.
Centrale continua ad essere la sentenzia, che interviene per salvare quella che sembrerebbe la parte più debole delle tragedia, il dialogo. Infatti Seneca si dimostra più a suo agio nei monologhi (lunghe effusioni sentimentali, lunghe confessioni e lunghi dialoghi interiori), perchè il teatro tragico di Seneca vive non tanto dei contrasti tra personaggi quanto di quelli che avvengono dentro i personaggi.
Tutte le tragedie sono divise in 5 atti; nonostante Orazio abbia teorizzato per prima questa divisione, Seneca è di fatto l'unico ad aver realizzato questo principio nel teatro classico.

Edipo re

Il re Edipo apprende dall'oracolo Apollo che la peste portatrice di vittime a Tebe è provocato dalla presenza di uno straniero macchiatosi di parricidio. L'ombra di Laio, evocato dall'indovino Tiresia, svela che Edipo è suo figlio e lo accusa di avergli usurpato il trono e il letto coniugale, uccidendo suo padre Laio e sposando sua madre Giocasta. In preda alla disperazione Edipo si acceca e Giocasta si uccide.
La trama segue fedelmente quella dell'Edipo re di Sofocle, ma mentre in questa passa dalla completa ignoranza alle piena conoscenza dei propri delitti, mentre in quella di Seneca già dall'inizio Edipo sente il peso della verità e giunge quasi autonomamente a questa. Viene introdotto un nuovo personaggio, Manto (figlia dell'indovino Tiresia) che alla presenza di Edipo descrive al padre cieco ogni minimo particolare del sacrificio ad Apollo. I segni del sacrificio riassumono l'intero mito di Edipo: il fumo che sale agli occhi del bue preannuncia l'accecamento di Edipo, la giovenca che offre il collo prefigura il suicidio di Giocasta, la fiamma che si divide in due rappresenta il futuro conflitto tra Eteocle e Polinice, i colori e l'attorcigliarsi di essi della fiamma raffigurano la confusione dei ruoli familiari provocata dell'incesto.
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