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Seneca, Lucio Anneo - Vita e opere scaricato 12 volte

Seneca

Una delle figure di maggior spicco, esponente più illustre della prosa filosofica romana (riprende e sviluppa i principali temi della filosofia morale antica). Unico poeta tragico di cui abbiamo i testi unitari.

1.Dati biografici
Nasce a Cordoba (Spagna) da una ricca famiglia provinciale di rango equestre. A Roma svolse la sua istruzione retorica e filosofica, da Sozione apprese costumi sobri e austeri che conservò per tutta la vita (rinuncia a vino, leccornie, ecc.). Intraprese il cursus honorum e rivestì la questura: le sue eccezionali qualità oratorie lo destinavano ad una lunga carriera ma ebbe rapporti difficili con gli imperatori: Caligola voleva ucciderlo; Claudio (istigato dalla moglie Messalina) lo accusò di adulterio con Giulia Livilla e lo esiliò in Corsica. Poi fu richiamato a Roma grazie all’aiuto di Agrippina (nuova moglie di Claudio). Accettò l’incarico di precettore di Nerone nel 54 (ancora molto giovane) ed ebbe nelle sue mani il governo dell’impero (nei primi anni fu il vero reggitore con Agrippina e Burro). Seneca voleva fare di Nerone un sovrano esemplare (illusione). Nerone fece uccidere sua madre Agrippina e Seneca ne fu complice e gli rimase al fianco anche dopo. Alla morte di Burro divenne prefetto del pretorio Tigellino e Seneca chiese di poter abbandonare ogni attività e ritirarsi a vita privata dedicandosi allo studio e all’attività letteraria. Nel 65 fu scoperta la congiura contro Nerone e fu accusato di avervi partecipato e fu costretto a suicidarsi.

2. I Dialoghi
Sono 10 opere divise in 12 libri di argomento filosofico ma non sappiamo quando furono scritte e se il titolo è da attribuire all’autore stesso. Questi non sono dialoghi come quelli di Platone o Cicerone (discussione tra personaggi in una cornice “drammatica” e ambientazione storica) ma l’autore parla in prima persona ed ha come interlocutore il dedicatario (una donna dell’alta società, madre Elvia, potente liberto dell’imperatore). Quindi non si tratta di veri dialoghi ma si tratta di opere che risentono della tradizione della diatriba cinico - stoica (impostazione discorsiva, tendenza a rivolgersi al destinatario immaginando di avere una discussione, introduzione di domande di un interlocutore fittizio).

I DIALOGHI DI IMPIANTO CONSOLATORIO
- Consolatio ad Marciam, (discorso consolatorio a Marcia), scritta prima dell’esilio (opera più antica). La scrisse per consolare Marcia (donna dell’alta società: figlia di Cordo) per la perdita del figlio Metilio. Essa si inserisce nella “consolazione” filosofica dimostrando che la morte non è un male ma è la fine ultima e il passaggio ad una vita migliore. Finisce con l’elogio a Metilio e la sua apoteosi immaginando che il nonno lo accolga in cielo nella sede degli uomini grandi.

- Consolatio ad Helviam matrem (discorso consolatorio alla madre Elvia) è destinata a sua madre che soffre per l’esilio del figlio e sviluppa la tipica consolatoria della tradizione filosofica greca sull’esilio mostrando che questo non è un male: si tratta solo di un mutamento di luogo (riferendosi a fonti stoiche) che non può togliere all’uomo le virtù (unico vero bene). Esorta la madre a cercare conforto nello studio, nell’affetto familiare e nel pensiero che il figlio vive sereno. Questa è una delle migliori operette di Seneca: affettuoso e intimo dove dimostra di mantenere la serenità nonostante le sventure.

-Consolatio ad Polybium rivolta a Polibio, un liberto dell’imperatore Claudio per la morte di un fratello, è simile a quella per Marcia: è inutile compiangere chi è morto perché o non esiste più o è felice, quindi non soffre. Seneca ne approfitta per supplicare Claudio, elogiando le sue imprese militari e rievocando grandi personaggi della dinastia giulio - claudia. Essa è molto in contrasto con quella ad Elvia che molti studiosi non attribuiscono a Seneca.

I DIALOGHI-TRATTATI

- De ira, scritta dopo la morte di Caligola, si divide in 3 libri dove cerca di combattere l’ira. Per Seneca l’ira è frutto di un impulso che offusca la ragione, quindi è ingiustificata (diversamente dalla dottrina peripatetica) e inutile. Indica dei rimedi e dei mezzi per placarla (esempio: Caligola, su cui sfoga il suo odio)

- De brevitate vitae (ritorno dall’esilio) è dedicato all’amico Paolino e sostiene che gli uomini non devono lamentarsi della brevità della vita poiché “è lunga se si sa fare buon uso” ma la maggior parte degli uomini la spreca occupandosi di cose vane; il saggio è l’unico che sa come usare bene il tempo (ricerca della verità e della saggezza)

- De vita beata (al fianco di Nerone) si divide in 2 parti:
1. la felicità consiste nella vita secondo natura (dottrina morale stoica) e indica il sommo bene nella virtù e si oppone agli epicurei che identificano il sommo bene con il piacere.
2. accusa i filosofi di incoerenza poiché non vivono secondo i precetti che professano. Cita le accuse che gli venivano mosse dai nemici: avere troppe ricchezze e condurre una vita lussuosa (contrari alla dottrina stoica che professava una vita semplice) dalle quali si difende dicendo di non essere riuscito a raggiungere gli obiettivi che si era proposto. Per Seneca, il filosofo non ama la ricchezza e non soffre quando non la possiede ma preferisce averla per poter esercitare meglio la virtù.

- De tranquillitate animi (collaboratore di Nerone) dedicata all’amico Sereno a cui chiede aiuto avendo varie insicurezze spirituali. Descrive i sintomi e le manifestazioni di un animo inquieto e indica alcuni rimedi per raggiungere la tranquillità: impegno per il bene comune, amicizia, parsimonia, accettazione delle avversità

- De otio (prima o dopo il ritiro), dedicata a Sereno, affronta il problema della superiorità della vita attiva o di quella contemplativa chiedendosi se il saggio debba partecipare alla vita attiva. Seneca è a favore dell’otium poiché in nessuno Stato moderno il filosofo può agire coerentemente con i suoi principi

- De providentia dove risponde a Lucilio (che gli ha chiesto se il mondo sia retto dalla provvidenza divina poiché i buoni sono colpiti da mali) che i veri mali non sono quelli che avverte l’uomo ma sono prove a cui vengono sottoposti dagli dei per elevarli moralmente.

- De constantia sapientis, dedicato a Sereno, dimostra che il saggio non può essere offeso poiché la sua forza e superiorità morale lo rendono invulnerabile, il suo unico bene è la virtù che nessuno può togliergli.

3. I trattati.
L’autore parla in prima persona dialogando con un personaggio fittizio (impianto argomentativo e dialettico), usa procedimenti diatribici e trae esempi dalla storia greca e romana.

- De clementia è un trattato di filosofia politica dove esalta la monarchia illuminata. Seneca elogia Nerone (da poco imperatore) per la sua clemenza nell’infliggere le pene. Questa virtù lo distingue dal tiranno e procura amore e riconoscenza a chi governa e garantisce la stabilità dell’impero instaurando col governo un rapporto paterno. Sapendo che il principato è una monarchia (migliore: dottrina storica) pone al centro del discorso la clemenza (non la giustizia) e come punto di riferimento la volontà del principe (non le leggi). L’opera è un elogio a Nerone (sovrano perfetto, ricco di virtù) ma la sua figura è idealizzata. È una visione utopistica del suo programma politico poiché identifica l’imperatore con il saggio stoico.

- De beneficiis (7 libri) è dedicato all’amico Liberale, segue fonti stoiche greche e mostra come fare e ricevere benefici (fondamento della convivenza civile e della vita sociale) facendo esempi sull’aiuto reciproco, i doveri dei superiori verso gli inferiori, della liberalità, della riconoscenza e dell’ingratitudine.

- Naturales quaestiones è un trattato di scienze naturali dedicato a Lucilio (7 libri) dove tratta i fuochi celesti, lampi, tuoni e fulmini, acque terrestri, piene del Nilo e pioggia, grandine, neve, venti, terremoti, comete. Seneca vuole liberare gli uomini dai timori che nascono dall’ignoranza dei fenomeni naturali e vuole insegnare a usare rettamente i beni della natura (dichiarati esplicitamente nelle prefazioni e negli epiloghi). Esalta anche la ricerca scientifica (mezzo con cui l’uomo può elevarsi fino alla conoscenza delle realtà divine).

4. Le Epistole a Lucilio.
Sono la sua opera più importante in cui esprime la sua visione della vita e dell’uomo. Sono 124 lettere (dopo il ritiro dalla politica) divise in 20 libri di varia estensione e riflettono su problemi di filosofia morale. Seneca si presenta come un uomo che, vecchio, ritiratosi dalla politica, si dedica allo studio e al perfezionamento morale. Seneca vuole aiutare Lucilio e tutti gli uomini (epistole letterarie: con lo scopo di pubblicarle, ma non fittizie) a raggiungere la sapienza che lui stesso non è riuscito a raggiungere. Seneca prende spunto dalla vita quotidiana in funzione morale e le sue esperienze personali diventano spunto di riflessione (mal di mare: confronto tra le malattie del corpo e dell’anima. Attacco di asma: riflessione sulla morte). La sua esposizione è libera e colloquiale (no livello basso e volgare) come se stesse conversando con l’amico. Gli argomenti si succedono senza sistematicità e ordine prestabilito ma hanno una sorta di linea di sviluppo: le prime lettere esortano alla filosofia mentre dal III libro passa a metodi d’insegnamento più impegnativi. Per Seneca è molto importante il perfezionamento morale raggiunto con la scelta dell’otium che esorta Lucilio a lasciare la politica (procuratore in Sicilia) per dedicarsi allo studio (che realizzerà nell’epistola 82). L’otium e il successus sono il cardine del messaggio morale che Seneca ha scelto troppo tardi, ha capito che solo nella sapientia c’è la vera gioia raggiungibile con la lotta contro le passioni. Seneca non parla mai esplicitamente delle sue esperienze del potere e non nomina mai Nerone, ma rievoca la sua adolescenza e parla di sua moglie con delicatezza e affetto. È alla ricerca del vero bene consistente nella virtù ed esorta Lucilio ad astenersi da ogni occupazione inutile e di limitarsi alla compagnia di pochi e scelti amici. Seneca aderisce alla dottrina stoica ma ne critica alcuni aspetti (sottigliezze dialettiche) e rivendica la propria autonomia di giudizio. Cita anche massime di Epicuro sull’otium, l’amicizia e la morte. I temi dominanti sono l’otium, il tempo e la morte continuamente ricorrenti. Avvicinandosi alla fine della vita, Seneca, si prepara alla morte poiché liberarsi della paura della morte è compito del filosofo (chi ha raggiunto il vero scopo dell’esistenza è pronto a morire) mentre chi la teme è stolto poiché si ribella alla natura. Per Seneca non conta quanto ma come si vive e la morte non è temibile per nessuno poiché porta alla liberazione dai mali dell’esistenza: o segna passaggio ad una vita migliore o porta al nulla in cui eravamo prima di nascere.

UNO SGUARDO NUOVO SULLA SCHIAVITÙ: (lettera 47 delle Epistulae ad Lucilium) Seneca sostiene l’uguaglianza del diritto naturale tra uomini liberi e schiavi e invita a trattare i sottoposti come si vorrebbe essere trattati. All’inizio Seneca dice di sapere che Lucilio tratta umanamente e con familiarità i suoi schiavi (sono pur sempre uomini)(dando prova di humanitas) e lo elogia poiché uno schiavo trattato benevolmente, a cui viene permesso di parlare in presenza del padrone e col padrone, non parla male di quest’ultimo e si sacrifica per lui (sotto tortura non parla); al contrario uno schiavo trattato disonorevolmente, a cui non viene permesso di parlare in presenza del padrone, parla di lui alle spalle. Cita un proverbio “tanti nemici, quanti schiavi”, gli schiavi non sono nemici ma li rende tali il padrone maltrattandoli, abusando di loro come se fossero bestie, assegnando loro lavori umilianti (pulire gli sputi, raccogliere gli avanzi, spellare volatili, fare l’amante del padrone, giudicare i convitati, occuparsi delle provviste e dei gusti del padrone); il padrone non sopporta di mangiare con loro e ritiene indegno sedersi accanto a loro. Tutto ciò crea odio negli schiavi e vendette, come fece Callisto (messo in vendita dal padrone) che, una volta liberato, giudicò il padrone indegno di entrare in casa sua. Gli schiavi sono uguali agli uomini e potrebbe accadere a chiunque, quindi ognuno dovrebbe trattare uno schiavo con familiarità e clemenza. Per Seneca gli uomini sono troppo superbi e crudeli nei confronti degli schiavi e invita a comportarsi con il sottoposto come si vorrebbe essere trattati. Gli antenati tentarono di eliminare questo odio introducendo un giorno in cui gli schiavi mangiassero con i padroni. Riflette anche sul concetto di schiavitù che potrebbe essere esteso a tutto il genere umano, “schiavo” delle passioni, la libertà è solo di colui che sa obbedire alla ragione e non si sottomette alle passioni.

5. Lo stile della prosa senecana
Nelle sue opere Seneca usa un linguaggio colloquiale (in alcuni casi più confidenziale nelle Epistole), si rivolge sempre ad un interlocutore fittizio e parla in prima persona per coinvolgere il destinatario differenziandosi enormemente da Cicerone (predecessore)

- Diverse personalità
- Diverso gusto degli autori e del pubblico
- Diversa visione sulle caratteristiche e gli impegni di un filosofo

Seneca
- Il filosofo deve movere e flectere usando i procedimenti retorici più raffinati (stile incentrato sulla sententia e sulla frase ad effetto)
- Prevalenza di brevi proposizioni ad andamento parallelo dove alla paratassi (accostamento frasi) si accompagna l’asindeto (assenza nessi congiunzionali) lasciando impliciti i nessi logici
- Per rendere le sentenze morali più intense, penetranti e incisive ( “fai capire più di quanto dici” a Lucilio)
- Stile con maggior stringatezza, vigore e tensione

Cicerone
- Il filosofo deve docere e delectare
- L’oratore deve movere e flectere
- Ampio periodo ipotattico ricco di nessi congiunzionali per rendere espliciti i collegamenti logici del discorso
- Usa i procedimenti della concinnitas (antitesi, parallelismo, omoteleuto, anafora…)
- Per rendere i periodi più complessi, armonicamente strutturati e sintatticamente e logicamente compatti

6. Le tragedie.
Sono 10, 9 mitologiche (l’Hercules è ritenuta pseudo - senecana poiché ha caratteristiche diverse dalle altre) e una l'Octavia, pretesta (considerata dagli studiosi l’opera di un imitatore poiché in una scena si allude alla morte di Nerone, avvenuta 3 anni dopo quella di Seneca). Le tragedie autentiche riprendono miti già trattati da tragediografi del V secolo a.C.

- Agamemnon (Agamennone),riproduce la tragedia di Eschilo e l’uccisione di Agamennone (re di Argo) da Clitemnestra (moglie) dopo la vittoria di Troia
- Oedipus (Edipo), ripresa da “Edipo re” di Sofocle. Edipo (re di Tebe) scopre di aver ucciso suo padre (Laio) e sposato sua madre (Giocasta)
- Phoenissae (Fenicie), ripresa dal mito tebano. Sono varie scene staccate, no tragedia completa
- Hercules furens(Hercules furioso), ripresa da “Eracle” di Euripide dove Ercole, folle, massacra moglie e figli
- Medea, ripresa da Euripide. Medea, furiosa per essere stata abbandonata da Giasone per sposare la figlia di Creonte (re di Corinto), uccide Creonte e sua figlia, poi uccide i suoi figli con Giasone e poi vola via su un carro trainato da serpenti alati
- Phaedra (Fedra), ripresa da “Ippolito” di Euripide con differenze. Fedra (moglie di Teseo, re di Atene) dichiara il suo amore al figlio Ippolito che la respinge. Per vendicarsi lo accusa di averla violentata e Teseo lo maledice facendolo uccidere da un mostro marino. Alla fine Fedra si confessa e si uccide
- Thyestes (Tieste), Atreo (tiranno) arrabbiato con Tieste (fratello che ha sedotto la moglie e insidiato il regno) finge una conciliazione per farlo tornare. Uccide i figli di Tieste e lo invita a cena dandogli da mangiare i figli e dicendogli dopo la verità
- Troades (Troiane), ripresa da “Troiane”, “Ecuba”, e “Andromaca di Euripide. Dopo la caduta di Troia le donne piangono la loro sorte: Ecuba (vedova di Priamo) assiste al sacrificio della figlia Polissena sulla tomba di Achille. Andromaca (vedova di Ettore) vede l’uccisione del figlio buttato giù da una torre.

Probabilmente furono scritte nel periodo in cui era accanto a Nerone e il problema cronologico è legato a quello degli intenti. In quasi tutte le tragedie è presente la figura del tiranno (in termini negativi) mostrando un teatro di opposizione o esortazione, ma poiché Seneca non ha mai voluto contestare il potere, queste tragedie potrebbero essere rivolte al potere (non contro) per ammonire e mostrare a Nerone (giovane) gli effetti dannosi del potere. Le tragedie probabilmente vengono scritte per la sola lettura durante le recitationes (poco gradite al pubblico ma usate molto in età imperiale) e per questo troviamo caratteristiche tecniche che contrastano con le norme del teatro antico e raccontano di sovrani scellerati (solo per un pubblico ristretto, di élite, non per il popolo).
Al centro delle tragedie troviamo la rappresentazione dello scatenarsi di sfrenate passioni e delle loro conseguenze mostrando lo scontro tra ragione (personaggi secondari: nutrici, cortigiani) e impulso irrazionale (presentato secondo la dottrina stoica come pazzia: sconvolge e travolge l’animo) che è preponderante. Seneca si interessa della psicologia delle passioni ed esalta gli aspetti più atroci, macabri e raccapriccianti (per dare un esempio negativo e ammaestramento morale). Troviamo anche l’interesse sulla parola a scapito dell’azione preoccupandosi poco della trama e dando grande spazio agli elementi privi di funzionalità drammatica (digressioni, morale, descrizioni). I grandi miti servono al poeta come topoi letterari e per dibattere argomenti morali e politici. Anche i personaggi sono portatori di determinati temi.
Usa un tono magniloquente (enfasi, esuberanza espressiva, toni accesi) e declamatorio, scava profondamente nell’animo umano e raggiunge alti livelli di commozione usando frasi brevi ad effetto.

7. L’Apokolokyntosis
Appartiene al genere della satira menippea ed è l’unico esempio di questo genere arrivatoci per intero.
[Satira menippea: (iniziatore: Menippo di Gadara) mescolanza di versi e prosa, unione di serio e scherzoso].
È un ironico pamphlet senza implicazioni filosofiche. Lo scrisse in occasione della morte di Claudio e diede libero sfogo al suo odio. Il titolo latino è “Ludus (gioco, scherzo letterario) de morte Claudii” in greco significa “divinizzazione di quello zuccone di Claudio”. All’inizio promette che riferirà fedelmente gli avvenimenti che seguirono la morte di Claudio cominciando il racconto da quando le Parche tagliano il filo della sua vita mentre Apollo canta gioiosamente per l’inizio del regno felice di Nerone. Sulla terra tutti esultano e Claudio va in cielo davanti a Giove ma non viene riconosciuto per il suo linguaggio incomprensibile. Giove chiede ad Ercole di capire chi sia e si prepara alla 13° fatica (spaventato dal suo aspetto mostruoso).

MORTE E ASCESA AL CIELO DI CLAUDIO: le ultime parole di Claudio sono “concacavi me” dopo aver emesso un peto (soffriva di problemi di flatulenza), [in questo modo dissacra il luogo comune epico dei novissima verba (ultime parole di un personaggio celebre)]. Seneca continua a parlare di ciò che accadde in cielo (ciò che accadde in terra lo sanno tutti): a Giove viene annunciato il suo arrivo (muove di continuo la testa e strascica il piede) e gli chiede da dove venisse ma gli risponde in modo incomprensibile. Allora Giove chiama Ercole (che aveva girato tutta la terra e conosceva tutti)[tutto muscoli e niente cervello come nella tradizione comica] e gli chiede di capire di che luogo fosse. All’inizio Ercole ha paura del suo aspetto [vengono accentuati i suoi difetti fisici per renderlo più ridicolo: tremito del capo, andatura incerta, voce sgradevole, balbuzie, dizione confusa] e crede di trovarsi davanti la sua tredicesima fatica. E capendo che si trattava di un uomo gli domanda chi fosse e da dove venisse (rifacendosi ad un verso omerico). Allora Claudio risponde con un verso omerico per mostrare la sua cultura dicendo di aver sterminato i Ciconi ma Febbre (divinità onorata a Roma) disse che era una bugia e rivela la sua vera identità: è di Lione, Gallo, ed ha preso Roma. Claudio si arrabbia dicendo parole incomprensibili ordinando di tagliare la testa a Febbre. Ercole interviene e dice di volere la verità atteggiandosi come un attore tragico [parodia tragica con toni volutamente enfatici]
Gli dei si riuniscono in concilio per decidere se divinizzarlo o no: Augusto lo accusa di aver assassinato numerosi membri della sua famiglia e chiede una severa punizione. Claudio viene portato negli Inferi e passando per la via Sacra assiste ai suoi funerali (vede Roma in festa e ascolta un ironico canto funebre). Negli Inferi incontra le sue vittime e dopo un processo è condannato a giocare eternamente a dadi con un bussolotto forato. Caligola lo reclama come suo schiavo e poi viene consegnato al liberto Menandro per fargli da aiutante. Nell’operetta troviamo una carica satirica e una perfetta padronanza linguistica e stilistica (colloquiale basso, parodia alta e epica, tono leggero, sarcasmo feroce).

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