Mongo95 di Mongo95
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Autore di origine provinciale, nato nel 4d.C. giunge a Rom in giovane età. La sua formazione avviene presso la Scuola Pitagorica. Nel 31 intraprende l’attività politica, finchè non raggiunge notevole fama. Caligola per esempip è addirittura invidioso della sua abilità oratoria e per motivi fasulli riesce ad organizzare un’accusa contro di lui. Il successore Claudio non è da meno: sua moglie Messalina accusa Seneca di adulterio con Giulia Livilla, che viene condannata a morte. Seneca invece viene mandato in esilio in Corsica, dove passa orribili anni di solitudine, insieme ad una popolazione “selvaggia”. Scrive lettere a Claudio e ai suoi centurioni. In una a Polibio chiede di essere riammesso a Roma. In questo periodo di grande seghe mentali abbraccia la filosofia stoica.
Nel 49 ritorna a Roma e diventa il precettore del figlio della seconda moglie di Claudio, Agrippina, cioè Nerone. Costui diviene imperatore nel 54 ed è ancora sotto la guida di Seneca. Per questo motivo forse è ancora un sovrano equilibrato, ma poi improvvisamente gli parte qualche rotella. Fa uccidere la madre, per esempio. Seneca inizia (forse si trova costretto) a comportari in maniera incoerente: scrive la sua orazione funebre, ma quasi ne giustifica la morte. Con il tempo inizia anche ad essere rifiutato da Nerone. Nel 65 si ritira a vita privata, ma viene accusato di aver preso parte alla “congiura dei Pisoni” e condannato a morte. È costretto a tragliarsi le vene.

• Dialoghi
Trattazioni filosofiche si vario argomento, nelle quali Seneca “dialoga” con vari interlocutori, spesso immaginari. Il modello è quello della diatriba cinico-stoica, che si basa sulla filosofia del vivere quotidiano, con l’intento non tanto di fare delle alte teorizzazioni, ma considerazioni più semplici sulla vita di tutti i giorni, per fornire all’uomo una riflessione quotidiana.
1. De providenzia – La severità costitutiva di un dio-padre
Ci si chiede perché la divinità permetta che le avversità cadano sui migliori. L’esistenza del male, cioè di un dolore immeritato, sarebbe secondo Epicuro inconcilibile con l’idea di provvidenza divina. La risposta è: per metterli alla prova, per costringerli all’esercizio della virtù. La suprema virtù, quella del saggio, è il dominio sul tempo, la capacità di darsi la morte. Non c’è più equivalenza tra dolore e male. Il male è l’impossibilità di raggiungere la piena realizzazione della propria umanità. Il dolore è invece un mezzo per raggiungerla.
2. De brevitate vitae
Una meditazione sul tempo e sulla morte. Non è la vità che è breve, ma siamo noi che la rendiamo tale sperperando tempo preziosissimo in occupazioni e preoccupazioni del tutto futili. Per sfuggire alla fugacità del tempo bisogna preporre la qualità del tempo alla quantità. Il saggio deve sfruttare il suo tempo nel miglior modo possibile, la virtus è la capacità di operare in modo significativo, in modo non banale, con azioni che hanno riverbero nella società. Il saggio si deve sottratte al flusso degli eventi terrenti, facendosi a dominato a dominatore del tempo: “La vita che non abbiamo appreso che scorreva, ad un certo punto ci accorgiamo che è passata”. L’uomo deve fermarsi, abbandonare qualsiasi tentazione di immortalità, deliri di onnipotenza: “Temiamo tutto come mortali, ma desideriamo tutto come immortali”.

• Epistulae morales ad Lucilium
Lettere effettivamente scritte e spedite all’amico Lucilio. Vengono ripresi grossomodo tutti gli argomenti filosofici dei dialoghi.
1. Lo schiavo
Dedicata al trattamento degli schiavi. Seneca loda il rispetto per la dignità personale dello schiavo. Viene riconosciuta la sua parità naturale con l’uomo libero. Eppure non si vogliono analizzare fino in fondo tutte le implicazioni sociali di questa verità. La mentalità comune era quella di indiscussa superiorità del padrone sul servo, con un comportamento che sottolinea questa differenza di rango. Per esempio il mantenere a distanza gli schiavi, senza condere loro confidenza così da non rischiare di perdere la propria dignità. Ciò si manifesta nella scena del pasto padronale: un padrone innaturalmene gonfio di cibo, degradato ed indegno, arrogante nei confronti di schiavi che inrealtà di umano hanno molto più di lui, anche se costretti a mansioni disumane.

• Tragedie
Da esse traspare tutta l’espressione del male quotidianamente vissuto da Seneca. Emerge il “male della vita” da lui sempre combattuto con lo stoicismo. Di solito il male è l’esatto contrario di ciò che egli professa nelle sue opere, ma la strana impostazione delle tragedie potrebbe essere dovuta alla volontà di condannare l’operato di Nerone, oppure voleva dargli un insegnamento su come non comportarsi. Si narra di tutto ciò di più orribile che può accadere nella vita umana.

Per esempio si ha “Medea”, che, innamorata di Giasone, tradisce padre e fratello pur di seguirlo nella ricerca del vello d’oro. Giunti a Corinto però, Giasone, per interessa personale sposa la figlia del re. Medea manda allora vesti impregate di veleno al re e alla figlia, che gli corrodono le armi e li uccidono. Ammazza poi anche i figli avuti da Giasone.
A differenza delle tragedie greche del V secolo a.C., che avevano come scopo l’educazione, quelle di Seneca hanno come tema la negativa situazione sociale e politica, nonché interpesonale. Si tratta quasi di una analisi sociale.
Se si prende la tragedia “Edipo Re” di Sofocle, Edipo non sa le cause della pestilenza che colpisce la città nella prima scena, ma ha fiducia che con il suo ingegno riuscirà a comprenderle. Però l’indovino Tiresia gli dirà che la causa è un uomo “infetto” moralmente, avendo commesso un delitto. Si tratta proprio di Edipo, che aveva ucciso suo padre Laio. Quindi alla fine traspare che la ragione umana non è poi così potente,quindi si condanna la tracotanza dell’antropocentrismo, cioè la presunzione del sapere e del poter conoscere (hybris). È questo il momento educativo.
Seneca invece pone più attenzione sul tema dell’uccisione e dell’incesto, da lui identificate come piaghe della società. La condanna è verso il concetto stesso del delitto. Fin dall’inizio si sa che Edipo è colpevole, lui stesso si sente di esserlo.
Si ha anche “Tieste”, in cui si affronta il tema del cannibalismo.
Nelle tragedie di Seneca inoltre sono presenti molti aspetti irrazionali, che preannunciano sempre un esito negativo. Così anche come elementi di “magia nera”.

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