Lorep di Lorep
Ominide 1404 punti

Seneca

Epistulae ad Lucilium

Dopo il ritiro a vita privata, gli ultimi anni della vita di Seneca sono allietati dalla consacrazione totale agli studi filosofici e dalla affettuosa presenza dell’amico Lucilio, cui sono indirizzate le “Epistulae morales ad Lucilium”. Si discute ancora per accertare se si tratta di una reale corrispondenza oppure di testi fittizi: la sincerità delle parole e il frequente accenno a risposte del discepolo, fanno propendere per la prima ipotesi. In ogni caso, queste lettere rappresentano il vero e proprio testamento spirituale di Seneca perché offrono un profondo e universale messaggio di saggezza. Poche sono le notizie a nostra disposizione sulla figura di Lucilio: originario della Campania, di modesti natali e certamente più giovane di Seneca, raggiunse la condizione equestre e ricopri diverse cariche politiche.
La raccolta è composta da 124 lettere, distribuite in 20 libri. Seneca, appurato il fallimento del progetto formativo per l’educazione di Nerone, non rinuncia comunque al suo ruolo di precettore: trova in Lucilio un nuovo allievo e lo invita a conformare la propria vita ai precetti della filosofia il vero destinatario dell’opera però, è l’intero genere umano e anche lo stesso Seneca si sente coinvolto nel processo morale di correzione e di miglioramento di sé. Viene da qui la forte presenza delle forme di prima persona e il costante tono colloquiale che cerca di eliminare il più possibile l’impersonalità.

Le epistolae costituiscono i tasselli di un graduale cammino verso la sapienza. Seneca, però, non si rifà a una sola corrente filosofica e usa il celebre paragone delle api, che ricorrono a molteplici fiori per produrre un unico miele. In sostanza nella sua filosofia, come già in quella di Cicerone, non si registra quell’affidamento a un unico sistema di pensiero, che caratterizzava le dottrine delle scuole ellenistiche. Basti pensare che uno dei filosofi più citati è Epicuro, a conferma che l’orizzonte di Seneca è tutt’altro che ristretto allo stoicismo.

La schiavitù

La lettera in cui Seneca parla della schiavitù è interamente dedicata alla definizione dei rapporti tra padroni e schiavi. Dopo una colorita descrizione delle assurde mansioni che vengono assegnate agli schiavi domestici, Seneca afferma che è solo opera di una sorte capricciosa il fatto che alcuni uomini siano liberi e altri schiavi. La differenza tra queste due categorie è dunque antropologica, come aveva sostenuto Aristotele, ma dovuta al caso, che da un momento all’altro può far sì che le parti si rovescino. A parte il capriccio del caso, tra liberi e schiavi non vi è quindi altra differenza: anche i secondi sono uomini, respirano la stessa aria, vivono, muoiono come tutti gli altri.

Diversa è l’idea del Cristianesimo che imposterà il principio dell’uguaglianza fra gli uomini a partire dalla comune discendenza da Dio. Per Seneca, invece, il problema sarà la sorte: basti pensare che Ecuba, la moglie di Priamo, da regina diventerà schiava dei greci in età anziana.
Nella parte finale della lettera, Seneca mostra come il concetto di schiavitù debba essere interiorizzato: si può essere schiavi delle proprie passioni o di un’altra persona pur essendo liberi per condizione sociale e, viceversa si può avere un animo libro pur essendo schiavi.

Hai bisogno di aiuto in L'età imperiale?
Trova il tuo insegnante su Skuola.net | Ripetizioni
Registrati via email
Consigliato per te
Come fare una tesina: esempio di tesina di Maturità