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La preoccupazione di Lucilio per l’esito di un processo in cui è stato citato offre a Seneca l’occasione per parlare della morte : la meditatio mortis infatti ci consente di non avere più timore di nulla. Come i bambini, dopo essersi spaventati di fronte alle persone mascherate, si tranquillizzano quando vedono il volto conosciuto, così noi dobbiamo togliere la maschera alle cose ( rebus persona demenda est) e riconoscere dietro al carnefice, alle spade, ai fuochi, agli strumenti di tortura niente altro che la morte, che sappiamo attenderci fin dal primo giorno in cui veniamo al mondo. “Pensiamo che ogni cosa che può accadere sia imminente”: non saremo colti impreparati quando sarà il momento di abbandonare la vita e , vivendo la morte come esperienza quotidiana ( cotidie morimur) , ci incammineremo verso di essa senza provare timore. E’ lo stesso Lucilio adesso a fare da maestro : Seneca ricordando proprio un verso luciliano ( mors non una venite, sed quae rapit ultima mors est) lo invita a meditare su quanto egli stesso aveva scritto per gli altri, ma sicuramente anche per sé.

“Moriar: hoc dicis, desinam aegrotare posse, desinam alligari posse, desinam mori posse. Non sum tam ineptus ut Epicuream cantilenam hoc loco persequar et dicam vanos esse inferorum metus, nec Ixionem rota volvi nec saxum umeris Sisyphi trudi in adversum nec ullius viscera et renasci posse cotidie et carpi: nemo tam puer est ut Cerberum timeat et tenebras et larvalem habitum nudis ossibus cohaerentium. Mors nos aut consumit aut exuit; emissis meliora restant onere detracto, consumptis nihil restat, bona pariter malaque summota sunt.”

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