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Mentre nel De Clementia è possibile cogliere il desiderio di compiacere Nerone, nell’Apokolokyntosis invece sono palesi l’odio e il disprezzo di Seneca per l’imperatore appena defunto , quel Claudio che alcuni anni prima lo aveva condannato all’esilio e di cui aveva dovuto persino, in qualità di consigliere imperiale, comporre l’elogio funebre. In questo passo sono narrati due momenti essenziali della vicenda immaginata da Seneca: il decesso e la salita al cielo di Claudio. Il racconto della morte dell’imperatore è basato sulla dissacrazione del luogo comune epico e storico dei novissima verba. Invece dei nobili accenti che suggellano la vita di un eroe, Claudio chiude i suoi giorni con un’osservazione volgare, che introduce una nota di comico basso, per divenire subito dopo, grazie all’uso metaforico della stessa espressione, sferzante sarcasmo. Il secondo momento assume movenze da commedia: il defunto è trasformato in una figura grottesca mediante l’accentuazione esasperata dei suoi difetti fisici: il tremito del capo, l’andatura incerta e claudicante, la voce sgradevole, le balbuzie e la dizione confusa. Tali difetti sono ingigantiti così da fare del personaggio un ridicolo e insieme mostruoso fantoccio. Di fronte a lui si pongono le figure divine : Giove, la Febbre ed Ercole. Quest’ultimo è raffigurato con i tratti caricaturali che gli attribuiva la tradizione comica. L’ingenua spacconeria di Ercole assume alla fine del brano i toni della parodia tragica, con l’inserzione dei versi , scritti in uno stile volutamente enfatico. Rileviamo qui un esempio di quella commissione di poesia e di prosa che costituisce la più vistosa caratteristica della satira menippea. Tipico di questo genere letterario , e sfruttato magistralmente da Seneca a fini comici, è anche l’impasto linguistico vario e composito, che alterna e mescola espressioni elevate e solenni, citazioni di versi famosi, giochi di parole e vocaboli e modi di fare forte colloquiali .

“et ille quidem animam ebulliit, et ex eo desiit vivere videri. expiravit autem, dum comoedos audit, ut scias me non sine causa illos timere. ultima vox eius haec inter homines audita est, cum maiorem sonitum emisisset illa parte, qua facilius loquebatur: "vae me, puto, concacavi me." quod an fecerit, nescio; omnia certe concacavit.”

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