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La ricerca filosofica di Seneca s’incentra sull’individualità umana, non solo sul comportamento esterno, ma anche sugli anfratti più segreti. L’uomo è fatto di corpo e anima, ma i due non sono in opposizione tra loro nonostante il corpo sia soggetto a vincoli materiali, l’anima invece è immortale e quindi più libera. Il dissidio interno all’uomo è interno all’anima stessa. Per Seneca l’anima e il corpo interagiscono tra loro, anche se l’anima dovrebbe cercare di emanciparsi dalla schiavitù del corpo.
Alla base delle varie filosofie vi è una domanda ricorrente: l’uomo è buono o cattivo, per natura?
Per Seneca l’uomo è buono, ma è indotto al male dalle circostanze esterne, anche quelle positive che possono portare alla distorsione delle buone inclinazioni.
Nessuno è esente dal peccato, quindi deve esistere il reciproco perdono. L’uomo deve anche cercare di eliminare i suoi vizi. La vita è una lotta continua: si lotta contro la sorte, contro chi ci fa del male, contro le passioni.

Nella sua opera dedica molti passi ai vizi. L’ira è uno dei vizi peggiori, dunque l’uomo deve cercare di imporsi la calma, la riflessione, deve essere comprensivo, ma non freddo. Secondo Seneca, lo stoico non è impassibile come si pensa: è un essere umano capace di provare tutte le emozioni, ma a differenza degli altri cerca di controllarle, usando la ragione, elemento che distingue l’uomo da tutti gli altri esseri viventi.
L’uomo deve mirare alla serenità attraverso l’esercizio della virtù, e non al piacere epicureo che è egoistico.
L’uomo può imitare e addirittura superare Dio: il sapiente supera la divinità nella sopportazione, nella serenità e nell’indifferenza verso le cose mondane.

Seneca si pone il problema dell’educazione. La vita deve essere continua educazione e al tempo stesso ci si deve dedicare a educare gli altri. Affronta quindi il discorso della scuola.
Il livello più alto di conoscenza si può raggiungere attraverso l’indagine delle cose celesti, che avvicinano l’uomo alla divinità. La cosa più importante è che l’individuo, educandosi, si liberi dal male che l’accieca. Quest’opera di salvezza non può essere compiuta individualmente. È necessaria una guida, che indirizzi l’uomo, in modo da eliminare i vizi che occupano l’animo umano fin dalla nascita.
Il maestro per eccellenza è il saggio, però di sapienti non ce ne sono molti, quindi ci si rivolge al filosofo.

La filosofia è vista come la disciplina per eccellenza; le arti liberali non sono invece capaci di conferire la virtù, ma sono comunque importanti, perché preparano lo spirito ad accogliere la virtù.
Seneca esprime il disprezzo per la filologia e la grammatica, che ritiene esercizi perfettamente inutili.
Non tutti i filosofi sono degni di essere definiti tali: alcuni si atteggiano a filosofi, ma non valgono nulla. Spesso la filosofia degenera in filologia quando prende il sopravvento un discorso fine a se stesso.
L’opera del buon educatore consta di due fasi:
• Fase distruttiva che prevede l’annullamento del male;
• Fase costruttiva che prevede l’indirizzo al bene.
Per educare gli altri, sono necessarie molta calma e coerenza, l’uso di parole semplici e di esempi. Il discepolo però non deve chiedere al maestro di insegnargli a brillare per ingegno, ma a coltivare lo spirito. Non deve inoltre farsi illusioni sulle virtù del maestro stesso, poiché anch’egli è un essere umano e in quanto tale è fallibile. Seneca ribadisce questo concetto continuamente, rivolgendosi a Lucilio. Dice inoltre che non esiste il perfetto sapiente, poiché tutti siamo sulla via del proficere (perfezionamento), in vari stadi di progresso.
Una volta avviato, il discepolo deve proseguire a educarsi da sé per arrivare alla sapienza. È fondamentale il ricorso ai libri, poiché leggere è dialogare con antichi maestri. L’importante è selezionare gli autori con criterio e vale la massima “meglio pochi ma buoni.” Inoltre è bene non avere preconcetti: anche le dottrine diverse dalle nostre possono risultare utili. Seneca suggerisce di leggere un pensiero al giorno e di meditarlo finché non ci se ne appropria: questa è la cultura. La vera sapienza si raggiunge solo in vecchiaia.
La cammino verso la sapienza è un continuo colloquio con se stessi.
Seneca è il primo autore che parla d’introspezione ed esamina la coscienza. L’uomo deve scrutare nel profondo del proprio animo e coglierne i lati positivi e negativi, individuare la parte razionale che si avvicina alla divinità e che lo guiderà alla salvezza.
Per colloquiare con se stessi sono necessari l’ozio e l’isolamento, che rappresentano la quiete laboriosa dell’intellettuale. L’isolamento però non garantisce la serenità, perché è una condizione in cui si è assaliti dal tedio e dal malessere che ci spingono a cercare altrove la pace, la quale a volte non si trova comunque.
Seneca conclude dicendo che la perfezione della sapienza è lontana da tutti noi, ma è un merito che la si cerchi. Purtroppo i fallimenti e le ricadute disseminano la via dei proficentes. L’ascesa verso la virtus è aspra, tuttavia lassù ci attende la vera libertà e l’assoluto. Non basta aver capito il cammino giusto da compiere, lo si deve voler intraprendere lottando contro se stessi e le proprie inclinazioni verso il male.

CONSOLATIO
La consolatio è un particolare genere di prosa che ha avuto origini in Grecia. Nasce dalle orazioni funebri, appartenenti soprattutto alla tradizione aristocratica: erano veri e propri discorsi finalizzati a consolare parenti e amici, oltre che a esaltare la figura del defunto. Tale tradizione s’incrociò in seguito con la riflessione filosofica sul tema della morte (in epoca ellenistica), che mirava a togliere all’uomo la paura stessa della morte e a sottrarlo al suo dominio.
Con Seneca la consolatio assume un carattere nuovo, sia per l’uso abbondante di strumenti retorici tesi a costruire una prosa commovente, sia per una forte carica patetica. Per questo motivo le consolatio apparvero spesso rigonfie, enfatiche, false e hanno fatto tanto discutere critici e commentatori. La consolatio era però già conosciuta e praticata anche in epoca repubblicana, come testimonia Cicerone stesso, autore di un piccolo trattato dal titolo “De consolatione”, giuntoci solo in frammenti, rivolto a se stesso, come conforto filosofico per la morte dell’amata figlia Tullia.

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