Ominide 2984 punti

L’epistola 70 rappresenta un testo di capitale importanza per comprendere il modo di porsi di Seneca di fronte al suicidio, e come questo fosse da lui sentito quale problema che investiva la sua stessa persona e tematica di urgente attualità. La perdita delle libertà politiche e la dura repressione da parte del principato a danno dei nostalgici della repubblica avevano portato al suicidio personaggi, storici e oratori, come Tito Labieno, Cremuzio Cordo e altri, il ricordo dei quali è costantemente vivo nell’opera di Seneca. Ne nacque un vero genere storico- letterario , ben presente in Tacito, chiamato di solito exitus illustrimum virorum. Per Seneca il saggio vivrà tutto il tempo che deve vivere e non tutto quello che può. Non appena la sua sorte comincia ad essere incerta, con attenzione considererà se non sia giunto il momento di porre fine alla sua vita. “Tuttavia anche se incombe una morte certa e il saggio sa di essere destinato al supplizio, non si condannerà di sua mano”. Si noti dunque come non vi sia in Seneca né l’apologia né la critica dell’atto del suicidio; egli non si sente in grado di dare una regola generale, ma piuttosto in dovere di ribadire ai deboli, per arrendersi alle pressioni del Fato, ma come garante della nostra felicità: “ la legge eterna nulla di meglio ha fatto che darci un solo modo di entrare nella vita, ma molte possibilità di uscirne”.


“alios vita velocissime adduxit quo veniendum erat etiam cunctantibus, alios maceravit et coxit. Quae, ut scis, non semper retinenda est; non enim vivere bonum est, sed bene vivere. Itaque sapiens vivet quantum debet, non quantum potest. Videbit ubi victurus sit, cum quibus, quomodo, quid acturus. Cogitat semper qualia vita, non quanta sit.

Hai bisogno di aiuto in L'età imperiale?
Trova il tuo insegnante su Skuola.net | Ripetizioni
Registrati via email
Consigliato per te
Maturità 2018: date, orario e guida alle prove