Riflessione sul tempo


[1] L’epistola viene introdotta da una formula di saluto, come accadeva tradizionalmente nelle lettere latine. Tuttavia Seneca ne sceglie una semplice ridotta al minimo indispensabile, in cui si intende chiaramente una forma affettuosa indicata dall’aggettivo possessivo “suo”. Dopodiché il testo comincia con una serie di imperativi, fac, vindica, collige et serva, persuade. L’espressione vindica te tibi deriva dal linguaggio giuridico, nel quale vindica significa rivendicare legalmente il possesso di qualche cosa, togliendola al proprietario illegittimo; probabilmente qui Seneca si rifà a Epicuro il quale invitò a divenire padroni di noi stessi. I verbi auferebatur, subpriebatur, excidebat formano un climax ascendente. Il primo significa portar via con violenza, ovvero il tempo che ci viene sottratto dai nostri doveri; il secondo indica il sottrarre di nascosto, dunque il tempo che ci viene rubato dagli altri senza che ce ne accorgiamo; il terzo indica il tempo che perdiamo con negligenza, inconsapevolmente. Questo climax viene poi ripreso e ribadito nel terzetto di verbi successivo eripiuntur, subdcuntur, effluunt. Il termine iactura (sperpero) deriva dal lessico latino dell’economia, a cui Seneca ricorre quando si tratta di parlare di quel capitale che è il tempo della vita. Infine agentibus, che indica tre differenti categorie di persone che sprecano il loro tempo inutilmente, rappresenta un’epifora, ovvero una ripetizione alla fine di più membri del periodo dello stesso termine.
[2] Qui ha inizio il discorso filosofico circa la valutazione del tempo. Il paragrafo si apre con una domanda retorica, tipica dello stile ciceroniano. L’espressione quem mihi dabis, con la quale inizia la domanda, cerca di riprodurre un dialogo (l’epistola veniva considerata una sorta di dialogo): d’altronde si evidenzi il linguaggio colloquiale espresso in questa frase, rappresentato dall’aggettivo possessivo e il verbo generico "dare" usato al posto di un altro decisamente più specifico come "indicare" o "citare". Ancora, l’espressione quod mortem prospicimus indica il vedere la morte come se ci stesse davanti, cioè come un evento non ancora iniziato. L’utilizzo di avverbi che determinano lo spazio implica l’idea del tempo visto come un cammino, un percorso nello spazio. Quidquid aetatis indica proprio una rappresentazione spaziale del tempo, dunque Seneca vuole ribadire la localizzazione corrente secondo cui la morte sta davanti al soggetto, affermando in realtà che la morte sta già dietro. L’espressione manum inieceris appartiene al linguaggio giuridico, in cui la manus iniecto, ovvero il gesto di mettere la mano su, simboleggia l’acquisizione del diritto di proprietà su qualcosa o qualcuno, rifacendosi dunque al verbo iniziale vindica. Dum…transcurrit infine è un’espressione affascinante per via dello slittamento semantico del termine vita: infatti mentre rimandiamo la vita, cioè l’esistenza consapevole, ecco che la vita (il tempo della vita) è già trascorsa.
[3]L’espressione aliena sunt, tempus tantum nostrum rappresenta un accenno all’etica stoica che distingueva ciò che sta dentro di noi da ciò che sta fuori. Seneca tuttavia, riprendendo la metafora giuridica del possesso, traduce questa dicotomia tra ciò che appartengono agli altri e ciò che appartengono a noi, ovvero il tempo. L’aggettivo fugax, come tutti quelli che terminano in –ax, vantano di un grosso valore espressivo, in particolare questo aggettivo era stato utilizzato da Orazio per indicare il tempo che passa nell’esordio del carme II, 14. Inputari, ancora una volta Seneca si rifà al linguaggio economico per indicare qui il debito acquisito nel momento in cui ci è stato donato il tempo. La frase nemo se iudicet quicquam debere risulta in netta contraddizione rispetto alla precedente, tuttavia manca la congiunzione avversativa: dunque possiamo dire che si tratti di un asindeto avversativo. Infine l’aggettivo gratus viene utilizzato da Seneca per indicare un’opposizione con coloro i quali non si sentono debitori con la vita, e se neanche una persona riconoscente è in grado di contraccambiare il debito, figuriamoci se lo contraccambierà chi non si sente in debito.
[4] Quid ergo faciam è un’interrogativa indiretta in cui solitamente il pronome personale viene estromesso, qui invece viene inserito non casualmente ma in funziona enfatizzante, per ribadire maggiormente il soggetto. L’espressione ratio mihi constat impensae appartiene al linguaggio della contabilità ed è collegata al relativo quod. Qui Seneca afferma appunto di essere lui stesso in primis uno spendaccione, ma a differenza di altri che sprecano il loro tempo non rendendosene conto, egli è pienamente consapevole del tempo che sta perdendo. Quid… dicam sono tre interrogative indirette coordinate rette da dicam, congiuntivo potenziale. Anche reddam è un congiuntivo potenziale.
[5] Quid ergo est? È un’espressione appartenente a linguaggio colloquiale. Vale deriva dal verbo valeo ed è la formula di saluto invariabilmente impegata da Seneca nel suo carteggio con Lucilio.

Tutta la struttura dell’epistola è chiaramente dialogica e caratterizzata da un registro colloquiale, come vediamo nell’incipit dell’epistola Ita fac, mi Lucilii, con apostrofe e imperativo. In realtà tale formula composta da apostrofe e imperativo la ritroviamo spesso nel testo a scandire il pensiero dell’autore. Conformemente all’intento della raccolta di epistole di formare l’allievo Lucilio attraverso delle lettere, inizio e fine ribadiscono il concetto chiave: se Lucilio vuole farsi del bene deve riprendersi il proprio tempo che noi tutti, Seneca compreso, giorno per giorno sprechiamo. Temi fondamentali del testo sono due: la centralità di sé e la parsimonia. Per quanto concerne il primo, riprende il pensiero stoico secondo cui l’individuo ha il dovere di realizzare il proprio essere attraverso la filosofia. Dunque il sapiens si volge verso le cose non per possederle, ma per realizzare sé stesso attraverso di esse. Il problema dell’uomo però consiste nel fatto che si lascia soggiogare dalle cose dedicando a queste il proprio presente, evadendo dunque dal sé e dall’adesso, quest’ultimo patrimonio unico ed insostituibile. Contro questo pericolo Seneca intendere mettere in guardia egli stesso e l’amico.

L’altro tema invece consiste nella parsimonia, ovvero l’etica del risparmio: infatti tutta l’epistola è caratterizzata dalla metafora della proprietà e della gestione del patrimonio. La parsimonia appartiene all’orizzonte romano, entro cui si cala la riflessione sul tempo, già di tradizione greca e affrontata da Epicuro.
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