"Servi sunt". Immo homines



Quest’epistola è celebre per lo scambio di battute con un interlocutore fittizio che ripete per quattro volte l’affermazione “Servi sunt”, la quale Seneca via via svuota di significato associando schiavi ai liberi. In realtà gli schiavi non sono altro che homines, né più né meno dei liberi, cui condividono residenza e vita (contubernales) con i liberi, ma soprattutto condividono una medesima schiavitù, ovvero quella nei confronti del potere sovrano della sorte. Infatti per l’autore è insensato condannare gli schiavi ai lavori più umili e trattarli con disprezzo, in quanto sono comuni i rovesci di fortuna per cui un o schiavo può arricchirsi per poi vendicarsi su quello che era il suo padrone per tutte le ingiustizie e umiliazioni subite, come accadeva spesso al tempo.
[1] Familiariter…vivere è una proposizione infinitiva soggettiva retta dal verbo cognosco. Servi sunt è la frase attribuita all’interlocutore immaginario cui Seneca si riferisce, probabilmente portavoce del pensiero della cultura romana secondo cui i servi sono solamente degli schiavi. Ecco perché le frasi successive proferite da Seneca in funzione confutatoria molto probabilmente furono motivo di scalpore, dato che egli li definisce con l’anafora di Immo homines (immo appartiene al linguaggio colloquiale e particolarmente caro al filosofo) oppure con Immo conservi, dunque uomini e compagni di schiavitù, cosa indicibile per i liberi dell’epoca romana che andavano vantandosi di questa loro condizione. Il verbo cogito è propriamente futuro anteriore che regge la proposizione infinitiva oggettiva tundem…fortunae.
[2] Istos ha una forte connotazione negativa. Est…capit, est è la terza persona singolare atematica del verbo edo, e dunque da non confondere con verbo sum.
[3] Porrigere cervicem indica la disponibilità a difendere il padrone sino a dare la vita per lui. Sed…tacebant tramite questa proposizione Seneca fa riferimento ad un’usanza consentita dal diritto romano e risalente all’epoca dei falsi processi. Gli schiavi infatti venivano sottoposti a delle torture per far sì che rivelassero delle testimonianze sotto il padrone, in modo che si potesse instaurare un processo contro egli. Ma gli schiavi legati al padrone invece neanche sotto tortura avrebbero proferito testimonianza contro lui.
[5]Deinde…iactatur qui viene riportato un proverbio da Seneca evidentemente molto diffuso ai suoi tempi, in quanti i proverbi erano espressione di modelli e valori diffusi nella cultura del tempo. Inoltre questo proverbio indica non solo il disprezzo, ma anche la paura che si provava nei confronti degli schiavi.
[6]nisi…discit indica il fatto che lo schiavo che non ha la possibilità di sottrarsi agli ordini è meno da commiserare del padrone, che invece mira unicamente il suo piacere nel dettare regole.
[7]cum aetate luctatur nel tentativo di mostrarsi più giovane dell’età che ha, e per questo si sottopone alla ceretta per mostrarsi come un eterno ragazzo (retritis…evulsis). Inoltre gli schiavi dovevano sottoporsi alla libidine e dunque al piacere sessuale del padrone, e al tempo romano il rapporto omosessuale tra un maschio adulto e un partner adolescente era consentita (quam…dividit).
[8]cum… accedere la frase ha la funzione di chiudere questa sezione della lettere riprendendo il motivo iniziale, ovvero l’atteggiamento spocchioso e offensivo dei padroni che ritengono indegno condividere la tavola con i loro servi. Di melius! È un’espressione ellittica del linguaggio parlato.
[9]Stare…vidi il liberto Callisto divenne molto importante alla corte di Claudio. Eum…excludi rappresenta il motivo dell’improvviso cambiamento di sorte, diffuso in ambito filosofico e retorico, e mira al fatto di tenersi sempre preparati al fatto che qualsiasi condizione di vita può sempre esser messa a repentaglio dai capricci della fortuna.
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