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Nasce nella Spagna meridionale intorno al 30-40 d.C. Studia a Roma dove poi diventa avvocato, insegna retorica dal 70 al 90 d.C. e diviene uno dei primi docenti finanziati dallo Stato per iniziativa di Vespasiano. Ebbe onori e privilegi.

Institutio Oratoria

Composta tra il 90 e il 96 d.C., è composta da 12 libri e dedicata a Vittorio Marcello. Egli enuncia subito di voler scrivere un'opera completa incentrata sulla formazione dell'oratore, a partire dall'infanzia, sulla base della propria esperienza ventennale di insegnante.
Crede che l'educazione sia un processo continuo e lento.
Pur rifacendosi a Cicerone per quanto riguarda la concezione di retorica come scienza, che non solo fornisce competenze tecniche, ma forma anche il cittadino moralmente esemplare, non scrive un dialogo ma un trattato didascalico.
Dopo il proemio, egli dedica infatti i primi tre capitoli del I libro a precetti pedagogici che rivelano in lui un educatore esperto, saggio e illuminato; afferma che si devono assecondare le inclinazioni individuali dei fanciulli ed esprime un giudizio negativo sulle punizioni corporali, usuali nella scuola antica. Passa poi a trattare dello studio della grammatica.

Il II libro accompagna il ragazzo nel passaggio dalla scuola di grammatica a quella di retorica, delineando la figura del retore ideale, soffermandosi sugli esercizi da proporre ai principianti.
Nel III libro, dopo un rapido excursus di storia della retorica, troviamo le partizioni fondamentali di questa disciplina: le cinque parti della teoria: inventio, dispositio, elocutio, memoria, actio (secondo le quali sarà poi distribuita la materia); i tre generi di discorsi: deliberativo, epidittico (che Quintiliano preferisce chiamare laudativum), giudiziario; i tre compiti dell’oratore: docère, movère, delectare.
Inizia poi la trattazione dell’inventio, ossia del reperimento degli argomenti, svolta in riferimento al genere giudiziario; essa occupa la parte finale del libro III e gli interi libri IV, V e VI.
Il libro VII è dedicato alla dispositio, ossia all’ordine da assegnare agli argomenti all’interno del discorso.
I libri VIII e IX trattano della elocutio, cioè dello stile oratorio.
Il libro X contiene la celebre rassegna dei principali poeti e prosatori greci e latini, su ciascuno dei quali il retore pronuncia spesso acuti giudizi, ponendosi sempre dal punto di vista dell’utilità della lettura di quegli autori per la formazione dell’oratore. Conclude questa sezione un giudizio severamente critico sullo stile di Seneca, che costituisce per Quintiliano il più tipico esempio di quel gusto “corrotto” contro il quale egli combatte.
Il libro XI tratta dell’aptum (cioè della necessità di adattare il discorso alle circostanze), della memoria (ossia delle tecniche per memorizzare ciò che si deve dire) e dell’actio o pronuntiatio (voce, dizione, gesti).
Nel XII e ultimo libro l’autore delinea infine la figura del perfetto oratore.

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