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Quintiliano, Marco Fabio - Vita e opere (4) scaricato 4 volte

Quintiliano

1.Dati biografici e cronologia dell’opera
Nacque a Calagurris (Spagna) nel 30-40 d.C. e studiò a Roma (poi avvocato), insegnò retorica (tra i primi professori finanziati dallo Stato per volere di Vespasiano: 100.000 sesterzi l’anno). Una volta lasciato l’insegnamento, Domiziano gli affidò l’istruzione di due pronipoti destinati alla successione imperiale; ottenne le insegne consolari (onori e privilegi). Scrisse “De causis corruptae eloquentiae (le cause della decadenza dell’oratoria)” che non ci è pervenuto e poi l’“Institutio oratoria” (trattato più completo e sistematico di retorica latina). La data della morte è sconosciuta (poco dopo la fine della dinastia Flavia: 96 d.C.).

2. L’Institutio oratoria
È un trattato di 12 libri dedicato a Vittorio Marcello (personaggio in vista alla corte di Domiziano) dove confluiscono la dottrina e l’esperienza di Quintiliano. Subito mostra di voler scrivere un’opera completa e sistematica delineando la formazione dell’oratore dall’infanzia e trattando tutti i problemi e gli argomenti teorici e pratici attinenti all’oratoria e alla retorica. Si rifà a Cicerone (orazioni: modelli di eloquenza) ma scrive un trattato didascalico (non un dialogo come il “De oratore”) molto simile a un’Ars (manuale scolastico). Come Cicerone, concepisce la retorica come scienza: non fornisce solo competenze tecniche ma si propone di formare il cittadino e l’uomo moralmente esemplare. Sulla linea isocrateo - ciceroniana (nel “De oratore”) polemizza con la pretesa dei filosofi di riservare a sé l’educazione e afferma che la filosofia è solo una delle scienze che contribuiscono alla cultura dell’oratore (rapporto retorica - filosofia: dibattito tradizione greca), quindi solo chi possiede l’arte dell’eloquenza può trattare argomenti filosofici. Si distacca da Cicerone nella sua dichiarata ostilità per i filosofi moderni (vizi più gravi) per appoggiare gli orientamenti degli imperatori flavi (Domiziano: espulse i filosofi da Roma).

I. Proemio. Dedica a precetti pedagogici i primi 3 capitoli. Rivela che si devono assecondare le inclinazioni dei singoli ragazzi e si oppone alle punizioni corporali. Discute lo studio della grammatica
II. Delinea la figura del retore ideale: mostra gli esercizi da proporre e definisce le caratteristiche dell’arte retorica
III. Excursus di storia della retorica e partizioni fondamentali:
- 5 parti della teoria: inventio, dispositio, elocutio, memoria e actio.

- 3 generi di discorsi: deliberativo, epidittico e giudiziario
- 3 compiti dell’oratore: docere, movere e delectare.

Inizia la trattazione dell’inventio. (libri 3-6)
VII. Affronta la dispositio (ordine degli elementi nel discorso)
VIII. Affronta l’elocutio (stile oratorio), viene svolta la teoria delle figure retoriche con cui ornare il discorso
IX.
X. Affronta la facilitas (fluidità espressiva) e passa in rassegna i principali poeti e prosatori greci e latini con giudizi sull’utilità dei loro scritti . Conclude con un giudizio critico di Seneca (tipico esempio del gusto corrotto). Espone la teoria dell’imitazione, gli esercizi da fare e la capacità di improvvisare.
XI. Affronta l’aptum (necessità di adattare il discorso alle circostanze), la memoria (tecniche per memorizzare il discorso) e l’actio (voce, dizione e gesti)
XII. Delinea la figura del perfetto oratore e stabilisce quali devono essere i suoi mores e i suoi officia.

3. La decadenza dell’oratoria secondo Quintiliano
L’Institutio oratoria è una summa della teoria retorica antica, l’autore cita molte fonti greche e latine discutendo le posizioni assunte dai predecessori. Riesce ad esporre i problemi con chiarezza e concretezza svolgendo la trattazione in modo discorsivo. Quest’opera è una preziosa raccolta del settore più importante della cultura greco - latina: della scienza e tecnica della comunicazione e della persuasione. Essa discute anche su due problemi dibattuti in altri libri contemporanei: la mutata funzione dell’oratore nella società e le nuove tendenze stilistiche nella prima età imperiale. Quintiliano li imposta sul problema della corruzione e indica le cause della decadenza dell’eloquenza per fattori tecnici (pochi insegnanti capaci) e morali (degenerazione costumi). Indica Cicerone come il culmine dell’oratoria romana e il modello insuperato a cui si deve tornare per risolvere la situazione presente. Stupisce vedere come l’opera sia priva di prospettiva storica come se dai tempi di Cicerone non fosse cambiato nulla: infatti ai suoi tempi il Senato e il popolo non avevano alcun potere ma risiedeva tutto nelle mani del principe, in questo modo copre il regime monarchico. Per Quintiliano il perfetto oratore è colui che sa anteporre il bene pubblico a quello privato preoccupandosi dell’utilità comune, poiché sotto Domiziano il potere è nelle mani dell’imperatore il retore deve possedere moderazione, disciplina e senso della misura. Riporta come esempi oratori che furono stretti collaboratori dei principi. Quindi, pur non mostrando esplicitamente i cambiamenti storici, Quintiliano afferma che il perfetto oratore è colui che collabora con lo Stato e quindi con il principe.

Sullo stile assume una posizione equilibrata: critica l’atticismo per la semplicità (spoglia, disadorna e arcaicizzante) e lo stile modernizzante (abbondanza di sententiae: Seneca padre). Quest’ultimo manca di senso della misura, il fine dei nuovi oratori è la voluptas di chi ascolta e il delectare scambiando ciò che per l’oratore è un fattore secondario con il fine principale che è quello di persuadere. Anche in questo caso non tiene conto del mutamento storico: lo stile oratorio è diventato fine a se stesso, le parole contano più delle cose, lo scopo primario non è la persuasione ma il diletto del pubblico e il divario tra oratoria epidittica e quella vera (foro e assemblee deliberative) è annullato. Lo stesso stile di Quintiliano abbonda di figure retoriche per rendere lo stile piacevole, ornato e poetico. Si allontana da Cicerone anche per l’abbondanza dei traslati, la sintassi meno ampia e distesa e la ricerca di una maggiore concentrazione del pensiero e maggiore incisività e rapidità. Cicerone (Seneca lo rimprovera per monotonia, lentezza e prolissità) è ritenuto da Quintiliano un modello insuperato ma non insuperabile.

Le Punizioni: Quintiliano non accetta le punizioni scolastiche come normale strumento educativo e mostra l’inutilità di un metodo intimidatorio e repressivo che tiene i bambini in uno stato di terrore. Le sue teorie vengono confermate dalla psicopedagogia moderna:
1. Si oppongono alla dignità dell’uomo libero (indipendentemente dall’età); è offensivo
2. Non hanno utilità ai fini dell’apprendimento se il maestro sarà presente nello svolgimento degli studi
3. Rende immuni alle botte
4. Una volta cresciuto non verrà più picchiato e non imparerà nulla
Sono entrate nella didattica per la pigrizia dei maestri per i quali è molto più facile colpire i ragazzi che sbagliano invece di spiegare perché hanno sbagliato (più impegnativo e produttivo). Queste punizioni coinvolgono la crescita e quindi è importante che l’infanzia venga difesa dalla violenza fisica e morale (modernissimo, ai suoi tempi picchiare un bambino era un diritto di un adulto).

L’intervallo e il gioco: l’intervallo e il gioco sono due momenti importanti nella formazione di un bambino per far riposare la mente poiché nessun bambino potrebbe mantenere la concentrazione e l’interesse per molte ore di seguito. L’intervallo non deve essere né troppo lungo (per non abituare all’inattività), né troppo corto (per consentire il riposo) per permettere al ragazzo di studiare e imparare a mente fresca. Il gioco è molto importante in quanto coglie il carattere del bambino e ci sono molti giochi educativi come il porsi domande a vicenda.

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