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Plinio il Vecchio

Le notizie sulla vita ci sono date dal nipote Plinio il Giovane. Si sa che è nato a Como per poi trasferirsi dopo poco a Roma dove ebbe la possibilità di farsi una solida formazione retorica. Ebbe numerosi incarichi civili e militari sotto vari imperatori, in modo particolare sotto Vespasiano. Fu così che era a capo della flotta di Miseno quando il Vesuvio eruttò seppellendo varie città tra cui Pompei ed Ercolano. In seguito, fu particolarmente vicino alle popolazioni colpite dal cataclisma e sfruttò l’occasione per approfondire i suoi studi su questo fenomeno, morendo a causa delle esalazioni soffocanti del vulcano.

La sua produzione letteraria fu vastissima ma a noi è pervenuta per intera soltanto un opera, la Naturalis historia, il suo capolavoro. Consiste in un enorme trattato sulla natura, prendendo in esame i vari fenomeni ad essa relativa, di ogni settore. Si tratta di un’enciclopedia del sapere, destinata più alla consultazione che alla lettura continua a causa della mancanza di un’elaborazione sistematica.

La parola historia che compare nel titolo va intesa nel suo senso greco, ossia di “ricerca”, che però è limitata dai tempi in cui fu compiuta.

Mentre nelle Naturales Quaestiones Seneca cerca di spiegare i fenomeni più importanti attraverso concetti puramente filosofici e legati alla metafisica, Plinio il Vecchio cerca di portare al meglio una descrizione diretta del fenomeno stesso.
L’opera si presenta soprattutto come uno studio dell’uomo, di cui si sottolinea la miseria ma anche la grandezza, che gli ha permesso di procedere, seppur lentamente, sulla strada del progresso.
A causa della sterminata dimensione dell’opera, in diversi punti si riscontra la totale assenza di un labor limae, assenza del tutto giustificabile.

Plinio ci propina una doppia visione della natura, molto vicina a quella leopardiana. Afferma, infatti, come questa sia benevola con l’uomo, fornendogli tutto ciò che è utile e piacevole, ma anche matrigna, negandogli tutto e costringendolo a sforzarsi per la sua sopravvivenza. Si nota, quindi, l’alternanza tra una visione provvidenziale e un pessimismo cosmico.

Nell’opera, l’autore si sforza di descrivere gli eventi di cui è in grado di riferire, ma su questa immensa riflessione si riscontrano dei limiti. Da un lato c’è la convinzione che l’uomo non deve oltrepassare le barriere poste dalla natura, poiché gli si potrebbe ritorcere contro; dall’altro lato, c’è un moralismo che distrugge l’idea in sé di progresso, in quanto porterebbe a forme di avarizia e di ambizione che sono entrambe dannose per la società. Si riscontrano, quindi, nell’opera, vari elementi di superstizione, che sembrano minare alla base la laicità del pensiero scientifico.

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