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I personaggi del “Satyricon”

Petronio è uno degli scrittori romani più vivi ma anche più misteriosi. Il suo nome è legato ad un’unica opera “Satyricon” che nonostante ci siano giunti dei frammenti (solo frammenti due due libri) resta un esempio letterario di massima importanza. Ritroviamo alcuni elementi biografici negli “Annali” di Tacito che ci parlano di un certo C. Petronius dai costumi singolari, vissuto sotto Nerone, e morto tragicamente.
Il protagonista ed anche l’espositore del romanzo è Encolopio. Petronio ha creato in lui un giovane irrequieto, appassionato, vagabondo, curioso e senza alcun freno. Di volta in volta, è un critico d’arte raffinato, un astuto ladro, un amante raffinato ed un osservatore delicato. Intorno ad Ecolopio ruotano alcune figure maschili e femminili. Fra le figure maschili abbiamo Gitone, Querulo, Ascilto e Eumolpo.

Gitone è un giovane di circa sedici anni, con i capelli ricci, bello e delicato, ma anche capriccioso ed effeminato.
Querulo ha un comportamento incostante e pieno di contrasti: timoroso e coraggioso, pieno di riso ma anche spesso in lacrime, è capace di suscitare le liti più violente per poi pentirsene quasi subito.
Ascilto è un avventuriero, scostumato, manesco, pieno di muscoli e buon mangiatore. E’ con lui che Gitone fuggirà.
Eumolpo, dopo Encolpio, è il principale attore del romanzo. E’ un uomo di talento e di spirito, ostinato ed ingegnoso, ma anche imbroglione e incline alla lussuria; sa accettare la sventura in mezzo agli sventurati e sa godersi il male e sopportare il bene.
Nel mondo femminile troviamo Quartilla, Trifena e Circe che si distinguono per essere una pervertita (Quartilla) per essere una signora galante, svenevole e capricciosa (Trifena) e per essere bellissima (Circe). Oltre a queste abbiamo l’ancella Criseide che riflette con vivacità i caratteri della serva confidente. Infine esiste tutto un gruppo di donne che ostentano la loro libertà in modo sfacciato e che solo falsamente sono costumate e severe.
Del romanzo fa parte la “Cena Trimalchionis” in cui Petronio descrive il banchetto di un liberto diventato ricchissimo, Trimalchione, la cui volgarità si riflette anche nell’architettura del suo palazzo. Gli invitati parlano un linguaggio popolare e volgare ed è per questo che la Cena costituisce un prezioso documento di “Sermo vulgaris”. Trimalchione domina tutta la scena e i convitati sono oppressi e storditi dalla sua presenza, dalle sue parole dalle freddure e dal insipido dei doppi sensi. Anche i commensali parlano a lungo ed ognuno ha delle confidenze da fare ed i suoi fatti da raccontare. Con le disposizioni testamentarie, inizia la fase dell’ubriachezza che invade tutti. Trimalchione annuncia le sue ultime liberalità fra la commozione e le lacrime di tutti, quindi parla del suo sepolcro e della relativa epigrafe; infine rompe in singhiozzi e gli invitati tutti ne seguono l’esempio. E’ lui che termina il banchetto perché l’ultima voce è la sua. Insieme a Trimalchione troviamo sua moglie, Fortunata, una donna molto volgare che vuol fare credere di essere onesta e piena di contegno.
La” Cena Trimalchionis” è un capolavoro di farsa conviviale e Trimalchione assume un carattere universale del genere umano. Vengono rappresentati i miserabili arricchiti, dei servi diventati padroni, delle gente di bassa classe che la ricchezza fa diventare ancora più bassa e sozza.

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