Petronio


Nacque intorno al I secolo d.C. e morì nel 66 d.C. a causa di suicidio indotto come se fosse accidentale.
Chiamato Caius (o Titus o Publius) Petronius Arbiter, è stato di difficile identificazione, oggi, si tende a riconoscerlo in Gaio Petronio Nigro, console che si suicidò per ordine di Nerone. Lo storico Tacito lo definisce “elegantiae arbiter” e lo descrive come una sorta di dandy (=Inghilterra, Ottocento, fenomeno letterario e di costume di costume indicante chi seguiva un criterio di eleganza originale e raffinato e uno stile di vita incurante delle convenzioni sociali; crea una moda, non la segue; Lord George Brummel, Oscar Wilde): di giorno dorme, di notte si dedica agli affari e ai piaceri della vita; giunge alla fama non per l’attivismo, ma per il rallentato distacco; non un volgare crapulone, ma un raffinato uomo di mondo; e parole liberi, incuranti del giudizio altrui.
Alcuni riferimenti intratestuali (un passo poetico sulla caduta di Troia che allude alla tragedia di Nerone “Troiae halosis” e un brano parodistico sul Bellum civile di Lucano, entrambi recitati d Eumolpo) riconducono la sua opera all’età neroniana.

L'opera

Satirycon: in greco “Libri di cose riguardanti i Satiri”, allude alla satira, in particolare a quella Menippea, dato che presenta parti in prosa miste a versi, e sul modello delle Bucoliche e delle Georgiche.

Ampiamente mutilo, si ignora il numero complessivo di libri che dovevano comporre l’opera e i testi pervenuti sono stati suddivisi in 141 capitoli.

È il ritratto di una società che mostra il suo “venter”: un’umanità degradata fatta di solo istinto e corruzione che segue il precetto epicureo che il piacere è il principio e il fine della vita beata non pensando alla morale.

I motivi di difficile conservazione e diffusione del testo: il realismo con cui descrive il degrado del mondo; il linguaggio crudo dei personaggi; l’esplicita descrizione di esperienze erotiche con le riserve morali che ciò provoca.

Trama

Racconto esposto in prima persona dal filosofo Encolpio mentre viaggia con il volgare Asciito, e il giovane Gitone, oggetto del loro amore. Dopo varie peripezie giungono nella città di Trimalchione, una Graeca urbs della Campania dai vicoli malfamati pieni di ladri, ruffiani e prostitute, che li invita a cena nella sua reggia il cui sfarzo è tale da trasformarla in uno spettacolo con portate eccessive, suggestive e fantasiose. Su tutto però aleggia un senso di morte, unica realtà che non possa essere sconfitta dalla ricchezza: la cena infatti si conclude nel caos, con il finto funerale di Trimalchione e l’arrivo dei vigili che temono sia scoppiato un incendio. I tre lasciano la casa: Asciito scompare dalla narrazione e gli subentra il vecchio Eumolpo, conosciuto in una pinacoteca. I tre si imbarcano per Taranto ma durante una burrasca la nave naufraga ma i nostri si salvano e approdano a Crotone, corrotta e abitata da cacciatori di eredità che sperano di arricchire alla morte dei possedenti senza eredi. Allora Eumolpo si finge ricchissimo per vivere alle spalle dei Crotoniati che fanno di tutto per ingraziarselo; non appena scoperto l’inganno Eumolpo è costretto a far testamento lasciando i suoi beni a colui che oserà mangiare il suo cadavere.

I personaggi

Encolpio, il protagonista, filosofo stravagante e squattrinato, rappresenta una gioventù colta e anticonformista di difficile comprensione: si confronta con grandi eroi come Ulisse, ma è distante da loro, perché non dirige, ma subisce le situazioni e compie un’azione, ma è certo che fallirà; ama Gìtone, ma ne ricava insoddisfazioni; anche con le donne è spesso condannato all’impotenza; non è un personaggio che si forma; in esso l’autore ha ritratto in gran parte sé stesso, compresa l’avversione per il cattivo gusto e l’esibizionismo.

Il triangolo amoroso omosessuale: Encolpio, Ascilto, suo rivale in amore e pervertito, e Gìtone, puer delicatus, oggetto di violente aggressioni sessuali.

Trimalchione: liberto arricchito, massimo rappresentante dei parvenu, esibizionista della sua ricchezza ma volgare , vuoto e rozzo di animo e nei gesti, la cui filosofia di vita è “tanto hai, tanto vali” e il cui unico obiettivo è il raggiungimento dei piaceri personali e corporali; è la rappresentazione letteraria dell’ignoranza dei ricchi liberti che tutto possono comprare tranne l’immortalità, tanto che il loro unico tormento è la morta, in quanto sfugge al loro controllo, vive in una domus (abitazione per i nobili) il cui sfarzo rasenta il cattivo gusto ma esalta la sua personalità.

Eumolpo: vecchio poetastro petulante, cinico e corrotto, che approfitta delle situazioni per compensi e piaceri, insoddisfatto per il mancato riconoscimento della sua arte.

Interessanti anche i personaggi femminili: servette sveglie, maghe, matrone disinibite pronte a prendere l’iniziativa, quanto più lontane dalla figura tradizionale della donna, dedita alla conduzione della casa e intenta alle operette femminili, segno del cambiamento dei tempi che ha toccato anche l’universo femminile elevato, giunto all’emancipazione femminile iniziata dal tempo in cui Roma divenne potenza e si lasciò andare agli agi e alle comodità, tralasciando il mos maiorum (gli esempi di Agrippina e Poppea, donne di grande personalità e influenza, ispirarono Petronio nei ritratti di Quartilla, Trifena, Fortunata).

Già da tempo alle donne era stato concesso di ornarsi di gioielli e vesti raffinate in pubblico: ciò esprimeva la potenza della propria famiglia ed era segno di una reale autonomia della donna nell’amministrazione del patrimonio personale. I patrizi cercarono di limitare questa emancipazione economico-sociale delle donne, ma esse la rivendicarono anche per compensare la mancata ammissione alle cariche politiche. Nel mondo del Satyricon donne di appartenenza sociale non aristocratica, come Fortunata, riuscirono a raggiungere quella forma di libertà tipica delle donne di ceti elevati.

Tempo e spazio

Il tempo con cui viene narrata la storia è molto lento: interminabile e quasi immobile, nonostante le tante sorprese (es. la cena di Trimalchione, che dura una notte intera). Lo spazio è percepito come un labirinto dal quale è difficile uscire entro cui si incrociano sempre gli stessi personaggi e oggetti, chiuso anche quando è aperto (es. la cena è una trappola per i convitati che non possono fuggire).
= chiave di interpretazione del romanzo di Petronio e della sua visione del mondo.

Pertanto, come sostiene Paolo Fedeli, è metafora di quel labirinto in cui entra l’uomo alla ricerca della verità e le trappole corrispondono agli ostacoli che intralciano il cammino degli uomini. Il labirinto, per simbolismo, ha un preciso valore iniziatico, in quanto entrarvi e superare le prove che contiene porta a non uscirne più allo stesso modo, quindi il viaggio labirintico di Encolpio è una ricerca della verità, attraverso le infinite forme della degradazione umana.

“Realismo” e “parodia” (= opera letteraria che volge in ridicolo componimenti seri): sono gli altri termini chiave del racconto petroniano: la descrizione realistica del mondo romano porta alla sua tensione massima la capacità mimetica della letteratura antica, quando l’attenzione viene puntata su una realtà di livello basso o degradato, che si accompagna ad una raffinata commistione di diversi generi letterari.

Lo stile

La materia è vasta e trattata in vari modi, così come la lungua è un originale caso di pastiche linguistico: diversi registri stilistici con la netta prevalenza del sermo familiaris; vi appare anche il sermo doctus con la sua magniloquenza insegnato nelle scuole di retorica. Il linguaggio mimetico (= che riproduce fedelmente la realtà) è privo di giudizi morali.
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