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Il genere satirico


Il genere satirico di Persio e Giovenale presentano tratti comuni con la poesia satirica di Lucilio e Orazio, ma non possiamo ignorare le forti differenze.
    La destinazione sociale: I secondi si rivolgono ad un pubblico amico, quindi ristretto, mentre i primi mirano ad un pubblico di ascoltatori, in quanto censori del vizio e dei costumi.
    La forma del discorso: Orazio instaura il sorriso, la complicità tra autore e ascoltatore, mentre i primi negano ogni vicinanza o identificazione, prediligendo l’invettiva a fine di correggere gli uomini.
    Classicismo vs Manierismo: dallo scritto si passa alla recitazione, all’esecuzione orale.

Persio


Nasce in Etruria nel 34 d.C. da ricca famiglia equestre. Orfano di padre fin dall’età di sei anni, fu inviato a Roma presso le migliori scuole di grammatica e retorica. Qui subì l’influenza dello stoico Anneo Cornuto, che gli trasmise la passione per gli studi filosofici. Frequentando gli ambienti anti-neroniani, entrò in contatto con figure di spicco, tra cui Lucano e Seneca. Morì molto giovane, all’età di 28 anni.

Non pubblicò nulla in vita, e delle pubblicazioni postume si occupò l’amico Cesio Basso. Il libro delle Satire fu accolto con immediato successo. I sei componimenti sono preceduti, o conclusi - dubbia è la funzione - da 14 choliambi, i trimetri giambici tipici dell’invettiva, nei quali l’autore polemizza contro le mode letterarie del tempo. In particolare possiamo ricordare la III satira, indirizzata al “giovin signore” (ci ricorda Parini), che conduce una vita ignava e dissipata, e lo esorta ad intraprendere il cammino dello stoicismo. La V satira si concentra maggiormente sul tema dello stoicismo, appunto, infatti è indirizzata al maestro Cornuto.

Il suo spirito polemico trova il genere satirico come miglior alleato per le sue necessità espressive e per l’esortazione morale.
Dal maestro oraziano delle Epistulae, volenteroso di insegnare con benevolenza vicino alla filosofia epicurea, troviamo al polo opposto Persio, mai amichevole, incline all’invettiva, che invita alla virtù e alla deprecazione del vizio, più vicino alla filosofia stoica (trovando rifugio in quello che diremmo l’angulus oraziano). Questo comporta il suo prezzo, perchè spesso lo si vede deriso e ignorato, perciò si sfocia in un “monologo confessionale” o all’esame di coscienza, un esercizio per sé soltanto.

Rispetto alla poesia viziata dalla degenerazione, Persio si pone come poeta semipagandus, “semirustico”, che si contrappone alla fatua ricercatezza. La sua è un’esigenza realistica atta all’operazione di chirurgia morale.
Ricorre al linguaggio del corpo e del sesso, attorno ai quali ruota l’esistenza dell’uomo; quest’ambito viene alterato sotto il filtro moralista. Sempre antiteticamente ai poeti che seguono la moda, adotta un linguaggio ordinario, comune, per quanto il suo stile sia tutt’altro che semplice e piano. La lingua quotidiana è contrapposta alle idee sgradevoli, ai messaggi criptici e alle ricorrenti metafore, che permettono potenza espressiva. L’oscurità è il prezzo da pagare a un’arte capace di bagliori accecanti!!

Giovenale


Pur richiamandosi a Lucilio e Persio, instaura un modo nuovo di fare satira. I suoi violenti attacchi alla società degradata, la denuncia del vizio e della corruzione morale e i toni drammatici determinano quella che è una satira tragica.

E’ Marziale che ci riferisce cenni biografici su Giovenale. Nacque ad Aquino tra il 50 e il 60 a.C. da famiglia benestante; la buona educazione retorica gli fece intraprendere l’avvocatura, con scarsi risultati e guadagni. All’attività poetica arrivò in età matura (morte di Domiziano-dominio Adriano). Visse all’ombra dei potenti nella dura condizione di cliens.

La produzione di Giovenale è costituita da sedici satire in esametri in cinque libri più un frammento di 36 versi scoperto nel 1899. La composizione si colloca tra il 100 e il 127 d.C.

Di rilievo è la VI satira, la più lunga. E’ una feroce requisitoria contro l’immoralità e i vizi delle matrone romane. Le donne sono ormai troppo emancipate e libere, e sono diventate sfrontate, dominatrici, meretrici. La meretrix imperiale per eccellenza è Messalina, la moglie di Claudio, che frequentava i lupanari. Vi era una maggiore tolleranza per le donne di basso ceto sociale, ma non bisogna illudersi dell’assenza di misoginismo: semplicemente veniva dato per scontato.

Al contrario di Orazio, Giovenale non crede nella funzione educativa della poesia, e adotta l’indignatio contro il dilagare del degrado. Respinge il moralismo romano, che incoraggiava a guardare le cose con un sorriso bonario e distaccato e coltivare la virtù, adottando apatheia ed autarkeia. Il suo, però, è rancore, è rabbia per la difficile condizione di emarginato; si vede escluso dai benefici che la società offre invece ai corrotti. La nobiltà non promuove più la cultura e nuota nella lussuria, le donne non sono più caste, la società è inquinata da orientali: prevale l’idealizzazione nostalgica del passato. Negli ultimi due libri, però, si avvicina all’apatheia, al sorriso distaccato, ad un rapporto più conciliato con i suoi tempi.

I monstra (fatti gravi), la distorsione della realtà (personaggi come figure grottesche), le movenze epico-tragiche in correlazione con contenuti bassi e volgari, l’alta forma espressiva in contrasto con la bassezza dei temi trattati determinano lo stile di Giovenale, accusato anche di scolasticismo per i topoi moralistici e l’invettiva.

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