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Letteratura latina - Aulo Persio Flacco

Considerazioni sulla satira

Persio fu un grande scrittore di satire come lo furono Lucilio, Orazio e Giovenale. Egli si differenzia però da tutti gli altri scrittori di satira, in quanto ha un modo tutto suo di scrivere. La satira è un genere letterario del tutto romano, infatti, nasce a Roma ex novo e non viene ripreso dai Greci; Quintiliano nella sua opera afferma: “Institutio oratoria”: " satura tota nostra est", ossia la satira è un genere letterario tutto nostro, dei romani. Le caratteristiche della satira sono: è generalmente in versi (soprattutto esametri dattilici in latino e endecasillabi piani per l’italiano); dal punto di vista del contenuto, nella satira ci si riferisce all'attualità, alla quotidianità con diversi riferimenti a personaggi contemporanei ed episodi ben noti al pubblico; per lo stile, si utilizza il sermo quotidiano, il linguaggio di tutti i giorni, un linguaggio in alcuni casi anche osceno. Queste sono le caratteristiche comuni a tutti gli scrittori di satira, mentre ciò che può variare di autore in autore è il tono e la qualità dell’opera, infatti, si trovano atteggiamenti molto diversi tra Orazio, Lucilio, Giovenale e Persio.

Nelle opere di Orazio si rileva il massimo della bonarietà con l’utilizzo dell’ironia e molto spesso dell’autoironia, inoltre un equilibrio nel giudizio; dal lato opposto, Persio è invece violento ed aggressivo nelle critiche, ha un atteggiamento censorio, vuole educare il lettore umiliandolo, una satira sempre violenta che egli non rivolge mai a sé stesso, lui che si voleva mostrare sempre impeccabile. Lucilio è posto in seconda posizione dopo Orazio, in quanto egli fa uso di una satira misurata e moderata, avvicinandosi ad Orazio nel modo di scrivere, mentre Giovenale si avvicina al modo di scrivere di Persio anche se è più equilibrato.

La vita

Aulo Persio Flacco era di origini etrusche, nacque a Volterra nel 34 d.C., in una famiglia ricca e appartenente al ceto equestre. A 12 anni perse il padre, evento che lo sconvolse profondamente, tanto che molti pensano che la sua violenza nello scrivere fosse dovuta proprio alla morte del padre oltre che al dolore per i suoi problemi di salute. Dopo esser giunto a Roma, studiò nelle migliori scuole e si dedicò alla grammatica (della quale ebbe come magister Remmio Palémone, uno dei massimi grammatici del I sec. d.C.), alla retorica e alla filosofia (in quest’ultima disciplina ebbe come insegnante il filosofo stoico Anneo Cornuto). L’esperienza della filosofia stoica lo entusiasmò tanto che da subito cominciò un’amicizia profonda con Anneo Cornuto, grazie al quale, poi fu introdotto nell’ambiente dello stoicismo romano. Persio così divenne amico di Cesio Basso e di Lucano. I suoi gravi problemi di salute, si parla di un tumore benigno e poi maligno allo stomaco, lo portarono ben presto alla morte a soli 27 anni, a Roma nel 61 d.C. Alla sua morte egli donò la sua biblioteca personale al grande amico Anneo Cornuto, il quale la mise a disposizione della scuola in cui aveva studiato Persio.

La sua biblioteca era fornita di una quantità enorme di libri (Persio aveva una grande cultura), tanto che essendo grande ammiratore del filosofo cinico - stoico Crisippo e del suo pensiero, acquistò tutte le sue opere, circa settecento, che entrarono a far parte della biblioteca. Sul piano caratteriale Persio era una persona introversa, frequentava pochissimo i luoghi pubblici e veniva visto raramente in luoghi famosi e affollati come il Foro o il Campo Marzio; egli trascorreva le sue giornate nella biblioteca o a discutere con i suoi amici letterati. Le sue satire però sono piene di riferimenti alla vita pubblica, a personaggi contemporanei sempre presenti nel Foro, ai soldati di Campo Marzio e alle donne corrotte ed infedeli, informazioni che non conosceva lui personalmente, non partecipando alla vita pubblica, ma che riprendeva dai numerosi libri che leggeva, ciò spiega anche il suo estremismo negativo nei confronti delle persone. Persio era quindi cresciuto tra gli stoici e soprattutto tra i moralisti cinici. Egli era orfano di padre, colpito dalla malattia, seguiva la scuola stoica, aveva una grande passione per i cinici e per i libri; questi elementi spiegano bene la personalità aggressiva e risentita di Persio.

L’opera

Essendo morto molto giovane, Persio ha lasciato una sola opera intitolata “Saturae”, pubblicata dopo la sua morte da Anneo Cornuto. Le satire sono sei, tutte scritte in esametri dattilici tranne l’introduzione alla prima satira, scritta in coliambi; nella “Saturae”, è utilizzato un linguaggio molto violento, quasi ingiurioso e del turpiloquio. Nelle sue satire, Persio volle scrivere in un modo particolare ciò che egli chiamò “acri iuncturā”, ovvero con una congiunzione aspra, acre; egli vuole scrivere, accostando le parole in modo tale da colpire la mente e la fantasia del lettore, adopera dei versi altamente espressionistici, che lasciano disorientato il lettore. Persio usa una tecnica analogica, uno stile oscuro e quasi ermetico, i suoi versi sono dunque di difficile interpretazione, tanto che gli stessi versi hanno diverse interpretazioni. Con questo modo di scrivere, egli si allontanò moltissimo da colui che considerava il suo modello, Orazio, sia per il modo di scrivere, sia per il modo di vivere. Lo stesso Orazio nella sua “Ars poetica” aveva dichiarato che il tratto più importante del suo stile era la “callidă iunctură”, che invece significa una congiunzione astuta, raffinata e quindi un assemblaggio di parole elegante.

La filosofia cinica

La filosofia cinica, della quale il massimo esponente era Crisippo, è una variante dello stoicismo. I cinici portavano alle estreme conseguenze le idee e i valori morali stoici, essi davvero rifiutavano le ricchezze, vivevano in modo vero l’autàrcheia, al punto che i loro contemporanei vollero chiamarli cani ( in greco kunes), vivevano, infatti, malnutriti e vestiti con stracci. Il personaggio più emblematico di questo modo di vivere fu Diogene il Cinico, il quale si fece come domicilio una grande botte di legno e lì visse in completa miseria, ma in libertà. Di questo personaggio si ricordano due episodi significativi: nel primo (raccontato da Diogene Laerzio), Diogene, che stava bevendo a una fonte con uno strumento di legno, vide un bambino prendere e bere l’acqua con il solo utilizzo delle mani, allora per essere ancora meno dipendente dall’utilizzo di quello strumento, lo gettò e bevve anche lui con le mani. Nel secondo, Alessandro Magno, che ammirava molto la sua personalità, andò a trovarlo e gli chiese se c’era qualcosa che lui avesse potuto fare in suo favore, allora Diogene disse ad Alessandro, che qualcosa per lui poteva farla, doveva spostarsi davanti dai suoi occhi, poiché gli copriva il sole, una volta detto ciò, Alessandro Magno disse la celebre frase: “se non fossi nato Alessandro, sarei voluto essere Diogene”.

La Satira 6

La parte del brano presa in considerazione è emblematica non perché contenga le caratteristiche stilistiche di Persio, come l’acre iunctura, ma in quanto il testo è di sapore oraziano, quindi il tono è pacato, misurato; Persio, di formazione stoico-cinica, riprende come modello l’epicureo Orazio. Egli, in questo modo, analizza anche la filosofia epicurea facendo una sorta di sintesi tra lo stoicismo rigido della sua formazione e l’epicureismo, una sorta di sincretismo filosofico che stupisce il lettore, in quanto non ci si aspetterebbe mai che uno stoico si apra ai principi epicurei. Nella sesta satira, infatti, ben si fondono le tematiche dello stoicismo con quelle dell’epicureismo. In particolare il tema recuperato da Persio è quello dell’angulus, una delle parole chiave per comprendere la filosofia oraziana, termine che utilizza Persio e che va tradotto con il làte biòsas degli epicurei, ovvero quell’angolino che il saggio sapeva ricavarsi per vivere secondo i principi dell’epicureismo e trovare così la felicità.

Persio scrive questa satira mentre era a Luni, una piccola città dal cui nome deriva la regione della Lunigiana (nell’odierna Liguria), egli ha quindi abbandonato il caos di Roma e si è rifugiato in questa cittadina per trovare lì il suo angulus e di conseguenza la pace e la tranquillità. Tanto che Persio vive un periodo di grande serenità e dice che il mare e la città di Luni sono veramente belli come diceva Ennio nei suoi “Annales”. Ennio credeva di essere la reincarnazione di Omero, poiché intanto egli dava per vera la metempsicosi, dottrina di origine orfica (l’orfismo è un movimento misterico-mistico tra i più antichi in Grecia e legato al poeta Orfeo, questo movimento durò per secoli e a questo si accostarono anche Platone e Pitagora) la quale sosteneva che l’anima era immortale e una volta morti questa trasmigrava in un altro corpo, ma soprattutto perché egli diceva di aver sognato Omero il quale, nel sogno, gli aveva detto che la sua anima era trasmigrata in lui dopo numerosi passaggi (Omero 9 sec. a.C. - Ennio 2 sec. a.C.), infatti l’anima di Omero era passata, dopo la morte di questo, prima in Pitagora poi in un pavone, simbolo dell’immortalità dell’anima, in seguito in Euforbo e infine in Ennio stesso. Ennio andava dunque fiero di questa sua convinzione tanto che si riteneva l’Omero latino; egli per primo utilizzò l’esametro ricalcandolo dall’esametro omerico. Persio, stoico, non crede affatto nella metempsicosi e nella sesta satira fa una battuta su Ennio e sulla sua convinzione.

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