Concetti Chiave
- La poesia di Orazio inizia con una scelta lessicale precisa e una trama ricca di artifici retorici, con il poeta al centro dell'opera.
- Il tono solenne dei versi è accentuato da omoteleuti, allitterazioni e figure retoriche che esprimono l'eternità e il fluire del tempo.
- Orazio celebra l'immortalità della poesia come risposta alla mortalità, usando verbi al futuro per esprimere la sua proiezione verso la posterità.
- L'opera di Orazio esprime anche la consapevolezza della caducità della vita, contrastata dall'eternità garantita dalla poesia.
- Ugo Foscolo riprende il concetto di eternità della poesia molti secoli dopo, affermando che l'arte poetica supera il silenzio del tempo.
Indice
Felicità di Titiro e lamento di Melibeo
Lo stile usa un’accuratissima scelta lessicale ed è impreziosita da una fitta trama di artifici retorici. Protagonista indiscusso è il poeta: l’esordio con il verbo Exégi alla 1ª persona singolare in posizione di rilievo e i successivi Non omnis moriar (v. 6) e Dicar (v. 10) scandiscono i momenti in cui si articola il carme: conclusione dell’opera letteraria, spostamento della previsione dell’immortalità dal monumentum al poeta stesso, consapevolezza del proprio valore e della gloria con cui sarà onorato dai posteri.
Caratteristiche formali
Il tono solenne e celebrativo dei primi cinque versi è sottolineato dagli omoteleuti perennius … altius (vv. 1-2) e annorum … temporum (v. 5; la lunghezza dei due trisillabi rallenta la lettura del verso, quasi a scandire il fluire eterno del tempo), dal ricorrere frequente della vocale /u/, dall’anafora con variatio non … non … aut … (vv. 3-4) e dall’allitterazione imber … impotens (v. 3). Inoltre, la lunghezza inconsueta dell’aggettivo innumerabilis, che occupa tutta la seconda parte del verso, e l’enjambement con series esprimono con efficacia l’idea dell’eternità (vv. 4-5); il chiasmo annorum series / fuga temporum (v. 5) fissa infine in un unico verso il trascorrere del tempo, percepito nella sua infinità e nella sua rapidità. L’orgoglio legittimo del poeta è messo in risalto anche nei versi successivi da numerose figure retoriche: la litote non omnis (v. 6); gli iperbati doppi con chiasmo e antitesi ego … recens / postera … laude (vv. 7-8); le allitterazioni moriar, multa … mei (v. 6), pauper … populorum populorum … potens princeps (vv. 11-13) e sume superbiam con l’omoteleuto superbiam quaes in enjambement (vv. 14-15).
Vittoria della poesia sul tempo
Nell’ode, Orazio contrappone all’ineluttabilità della morte la certezza orgogliosa e fiera dell’immortalità conseguita attraverso la sua opera poetica. Il poeta è proteso verso la posterità: la maggior parte dei tempi verbali che usa è al futuro (moriar, vitabit, crescam, scandet, dicar); il presente è rappresentato dalla sua incoronazione poetica (sume, cinge); il passato dall’impresa compiuta (exégi, deduxisse). L’entusiastica celebrazione di sé e dell’eternità della sua poesia può sembrare in contrasto con le riflessioni malinconiche e talora dolenti sulla brevità e precarietà della vita, con l’invito a cogliere l’attimo che fugge, tenendo lo sguardo fisso sull’angusto presente, unica possibile salvezza dall’inarrestabile fluire del tempo. In realtà anche in questa lirica non manca la consapevolezza della caducità delle cose umane, sottoposte alla forza distruttrice del tempo, che cancella anche ciò che sembra più durevole (il bronzo, le piramidi): essa emerge con forza nelle immagini vigorose della pioggia divoratrice, del vento impetuoso, della fuga infinita degli anni (vv. 3-5). Questa volta però la paura della morte è esorcizzata con la poesia: sul canto del poeta non scenderà l’ombra incombente dell’oblio, ma la sua esistenza sarà ricordata per sempre dai suoi versi.