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Virgilio

Vita

Virgilio nacque nel 70 a.C. ad Andes, un villaggio vicino Mantova. Il padre era un modesto vasaio, in seguito però divenne ricco; ciò che è importante sapere è che appartenne a una famiglia agiata di proprietari, che consentì al giovane Virgilio di studiare prima a Cremona e a Milano, e poi di trasferirsi a Roma, dove divenne allievo del retore Elpidio. La sua famiglia lo voleva avvocato ma lui era propenso a fare poesia. Il suo era un temperamento mite e riservato, al contrario di Omero. In questo periodo, per Roma erano anni difficili fra le guerre civili e il cesaricidio; Virgilio, in questo tormentato periodo, trascorse tanto tempo a Napoli, città di lingua e cultura greca, dove seguì le lezioni dei filosofi epicurei Sirone e Filodemo di Gadara. Sappiamo poco della sua biografia in questo periodo, che si concluse con l’amaro episodio della confisca dei terreni, nel Mantovano, di proprietà della sua famiglia; grazie ad amicizie illustri come Varo, Pollione e Cornelio Gallo e la protezione di Ottaviano, Virgilio riuscì a salvare le terre di famiglia.

Le Bucoliche ebbero un certo successo e l’immediata conseguenza fu il suo “reclutamento” da parte di Mecenate che fece di Virgilio uno dei punti di forza del suo circolo: nel 38 a.C. presentò lui stesso a Mecenate l’altro grande poeta, Orazio. La vicinanza di Mecenate incise sulla realizzazione delle Georgiche, scritte tra il 38 e il 29 a.C.; il poema ha al centro il mondo agricolo-pastorale caro alla tradizione romana e a quel mos maiorum che Ottaviano cercava di far rivivere. Il primo a leggere le Georgiche fu proprio Ottaviano. Trascorse gli anni successivi alla realizzazione dell’Eneide, poema epico fortemente voluto da Ottaviano; l’aspettativa del principe era altissima e chiese al poeta di recitargli qualche parte già ultimata ma anche la pubblica opinione romana attendeva con ansia quest’opera. Nel 19 a.C. Virgilio intraprese un viaggio in Grecia, per conoscere i luoghi del suo poema e trarne elementi utili alla revisione finale, che pensava dovesse durare 3 anni: nel periodo della vecchiaia avrebbe dovuto dedicarsi alla filosofia. Il viaggio il Grecia fu però l’ultimo: durante una visita alla città di Megara, fu colto da un malore e morì poco dopo il suo sbarco a Brindisi nel 19 a.C. Morì a Brindisi e fu sepolto nella sua amata Napoli. L’Eneide venne pubblicata per volere di Augusto a cura di Vario Rufo e Plozio; anche se Virgilio aveva chiesto a Varo di bruciare l’Eneide nel caso fosse morto.

Le Bucoliche

Si tratta di 10 componimenti in esametri di argomento pastorale scritti tra il 42 e il 39 a.C. Il termine bucolica indica il tentativo di trasferire in ambito romano il genere della poesia bucolica ellenistica,in particolare l’esperienza poetica di Teocrito. Teocrito di Siracusa, uno dei maggiori poeti di età ellenistica, la sua fama è legata soprattutto a trenta Idilli, una decina dei quali sono d’ambientazione bucolica e pastorale. Presso la cultura romana, e anche presso i neoteroi, la poesia pastorale di Teocrito non ebbe grande successo, forse perché gli intellettuali latini preferivano come oggetto della loro poesia il fascino raffinato dell’ambiente urbano.

Il primo elemento di forte diversità di Virgilio nei confronti del suo modello è la resa del mondo campestre che è sfondo alle vicende dei suoi personaggi. I forti colori della campagna siciliana di Teocrito scompaiono: Virgilio vi sovrappone una campagna dai colori tenui, sfumati e ricca di ombre. Nelle Bucoliche, dunque, lo sfondo delle vicende non è né siciliano, né mantovano ma una sintesi armoniosa di entrambi. La campagna di Virgilio è un locus amoenus.
L’opera è un po’ autobiografica: il dramma individuale dell’esproprio delle terre subito nel 41 a.C. fornisce il più evidente riferimento autobiografico delle Bucoliche. Virgilio, non solo illude a esperienze soggettive che si innestano sul dramma collettivo delle guerre civili, ma anche perché nelle Bucoliche compare la menzione di importanti personaggi del tempo come Ottaviano, Varo e non manca l’allusione allegorica alla morte di Giulio Cesare.
Troviamo temi come l’amore nelle sue varie forme, il canto alternato, l’esaltazione della poesia, la profezia di una nuova età dell’oro e la cosmogonia. Di grande raffinatezza e complessità concettuale è l’ecloga X, nella quale si narra dell’amore infelice del poeta Cornelio Gallo per Licoride, scappata con un rozzo soldato. Virgilio offre come parziale rimedio dei mali la poesia bucolica.

Dalle Bucoliche: Titiro e Melibeo (vv 1-25)

La prima ecloga della raccolta è ricca di allusioni sia alla tradizione letteraria, che alla cultura filosofica che alla realtà contemporanea, e dà subito la misura della complessità della poesia virgiliana, pure celata sotto un’apparente semplicità. L’aspirazione a una felicità fatta di una vita appartata e del godimento di piccole cose materiali e spirituali che emerge nella conversazione tra i protagonisti, sembra però andar ben oltre una superficiale dimensione letteraria, per accogliere in sé gli insegnamenti della filosofia epicurea: proprio quelli che il giovane Virgilio aveva appreso a Napoli alla scuola del maestro Sirone. Ma il cuore dell’ecloga è il dramma di Melibeo, che perde i suoi terreni, contrapposto alla fortunata sorte di Titiro, che li conserva. Impossibile non vedervi un’eco della situazione storico contemporanea quando, dopo la battaglia di Filippi, i triumviri espropriarono terreni per ricompensare i loro veterani. L’esproprio colpì anche Virgilio, che solo in un primo momento riuscì a evitarlo.
Sia Titiro sia Melibeo, dunque, si sovrappongono alla figura di Virgilio e rappresentano allegoricamente due momenti diversi della sua vita; il giovane deus che per ora ha salvato Titiro è una probabile allusione a Ottaviano.
Poesia e realtà sono fuse, in quanto sono crollati i confini che le separano, così come nel mondo bucolico, sono crollati i confini tra il mondo umano, animale e vegetale: è infatti un mondo dove gli arbusti possono “invocare” gli uomini e dove la felicità o l’infelicità dei pastori si identifica con quella delle loro greggi.

Le Georgiche

La seconda opera virgiliana, le Georgiche, è stata composta tra il 38 e il 29 a.C.; si tratta di un poema didascalico in esametri di 4 libri dedicati all’agricoltura. Il poema è dedicato a Mecenate, che è ricordato in tutti e 4 i libri e non solo come dedicatario ma anche come vero ispiratore dell’opera. Virgilio dovette ricevere da lui degli stimoli, delle sollecitazioni a comporre qualcosa che convergesse, dal punto di vista ideologico, con la politica di Ottaviano. L’opera è indirizzata a un pubblico colto e raffinato. Virgilio riecheggia parole d’ordine, orientamenti ideologici, atteggiamenti del princeps che egli non rinuncia di far comparire nel suo poema. Già nel proemio Ottaviano è citato, ammantato da un alone di divinità del tutto estranea alla tradizione della poesia romana. La lunga gestazione del poema fa trasparire segni del dinamico adeguamento a una realtà storica, politica, culturale in rapida evoluzione.
I suoi modelli furono: Esiodo, che aveva assegnato al genere didascalico altissime finalità di ordine etico. Esiodo aveva inteso il suo ruolo poetico come quello di guida di una comunità, cui dovevano essere fornite nozioni di natura teologica. Virgilio, rifacendosi a lui, vuole ribadire l’intento serio, impegnato della sua opera.
Virgilio, sull’onda della cultura neoterica, è conoscitore ed estimatore della tradizione alessandrina, e non può rifiutarne l’eredità; sa che la vera sfida da accogliere è di coniugare la serietà esiodea alla raffinatezza alessandrina, come già aveva tentato di fare Lucrezio. In effetti, Lucrezio, nel suo De Rerum Natura, aveva recepito la tradizione seria e alta della poesia didattica esiodea, come pure quella del poema sapienziale e filosofico greco. Virgilio, si trovava nella condizione di effettuare una sintesi simile a quella lucreziana: serietà, tecnicismo, raffinatezza dovevano coesistere anche nella sua opera. Lucrezio viene così fatto oggetto di omaggi e di allusioni nelle Georgiche.

I temi: il tema del lavoro che gli uomini, per volere divino, debbono impiegare per vivere. In alcuni momenti si insiste sul fatto che chi lavora nei campi è fortunatus e si tessono vere e proprie lodi del lavoro agricolo-pastorale, mentre in altri si mettono in luce la fatica e la sofferenza di quest’attività. Se al centro della riflessione virgiliana vi è il pius colonus, la pietas di quest’ultimo si concretizza nella osservanza dei riti e dei sacrifici alle divinità protettrici dei campi. L’allusione a questi dei rientrava nell’operazione ideologica di Ottaviano che mirava non solo a valorizzare il mos maiorum ma anche le tradizioni religiose della Roma primitiva. Virgilio dedica un’ammirata attenzione all’organizzazione sociale delle api; il mondo delle api diventa l’allegoria di quell’ordine politico e sociale che lo stato romano doveva riconquistare. Già si è accennato alla presenza di un lungo episodio mitologico: quello di Aristeo e Orfeo. Virgilio incastra tra loro due vicende mitologiche:quella di Aristeo che perde le api per una pestilenza, e quella di Orfeo, che aveva perso l’amata Euridice. Vera finalità del passo è ricordare come valori solidi quali il labor e la pietas superino l’amor, troppo individuale e irrazionale; e forse, ancora più profondamente, affermare come la poesia georgica, simboleggiata da Aristeo, superi quella d’amore, che porta invece Orfeo alla rovina.

L'Eneide

E' un poema epico che narra la leggendaria storia di Enea, principe troiano figlio di Anchise, fuggito dopo la caduta della città di Troia, che viaggiò per il Mediterraneo fino ad approdare nel Lazio, diventando il progenitore del popolo romano. Alla morte del poeta il poema, scritto in esametri dattilici e composto da dodici libri, rimase privo di revisioni e di ritocchi ultimi dell'autore; perciò nel suo testamento Virgilio fece richiesta di farlo bruciare, nel caso non fosse riuscito a completarlo, ma l'amico Vario Rufo, non rispettando le volontà del defunto, salvaguardò il manoscritto dell'opera e successivamente l'imperatore Ottaviano ordinò di pubblicarlo così com'era stato lasciato. I primi sei libri raccontano la storia del viaggio di Enea da Troia all'Italia, mentre la seconda parte del poema narra la guerra, dall'esito vittorioso, dei Troiani - alleati con i Liguri, alcuni gruppi locali di Etruschi e con i Greci provenienti dall'Arcadia - contro i Rutuli, i Latini e le popolazioni italiche in loro appoggio, tra cui altri Etruschi; sotto il nome di Latini finiranno per essere conosciuti in seguito Enea e i suoi seguaci. Enea è una figura già presente nelle leggende e nella mitologia greca e romana, e compare spesso anche nell'Iliade; Virgilio mise insieme i singoli e sparsi racconti dei viaggi di Enea, la sua vaga associazione con la fondazione di Roma e soprattutto un personaggio dalle caratteristiche non ben definite tranne una grande religiosità (pietas in latino), e ne trasse un avvincente e convincente "mito della fondazione", oltre ad un'epica nazionale che allo stesso tempo legava Roma ai miti omerici, glorificava i valori romani tradizionali e legittimava la dinastia Giulio-Claudia come discendenti dei fondatori comuni, eroi e dei, di Roma e Troia.

Temi

Il testo dell'Eneide è quasi interamente dedicato alla presentazione del concetto filosofico della contrapposizione. La più facile da riscontrare è quella tra Enea che, guidato da Giove, rappresenta la pietas intesa come devozione e capacità di ragionare con calma, e Didone e Turno che, guidati da Giunone, incarnano il furor, ovvero un modo di agire abbandonandosi alle emozioni senza ragionare. Altre contrapposizioni possono essere facilmente individuate : il Fato contro l'Azione, Roma contro Cartagine, il maschile contro il femminile, l'Enea simile ad Ulisse dei libri I-VI contro quello simile ad Achille dei libri VII-XII ecc. La pietas era il valore più importante di ogni onesto cittadino romano e consisteva nel rispetto di vari obblighi morali: gli obblighi verso gli dei, verso la patria, verso i propri compagni, e verso la propria famiglia, specialmente nei confronti del padre. Per questo motivo un altro dei temi del poema è l'analisi delle forti relazioni presenti tra padri e figli: i legami tra Enea e Ascanio, Anchise ed Enea, Evandro e Pallante, Mesenzio e Lauso sono tutti in vario modo degni di essere attentamente valutati. Questo tema riflette gli intenti della riforma morale intrapresa da Augusto e per mezzo di esso si intendeva, forse, presentare degli edificanti esempi alla gioventù romana. Il principale insegnamento dell'Eneide è che, per mezzo della pietas, si deve accettare l'operato degli dei come parte del destino. Virgilio, tratteggiando il personaggio di Enea allude chiaramente ad Augusto e suggerisce che gli dei realizzano i loro piani attraverso gli uomini: Enea doveva fondare Roma, Augusto deve guidarla, ed entrambi devono sottostare a quello che è il loro destino. La sua non è pietà, bensì rispetto: ERGA DEOS: nei confronti degli dei; ERGA PARENTES: nei confronti della famiglia; ERGA PATRIAM: nei confronti della patria.


Traduzione proemio

Canto le armi e l'uomo che per primo dalle terre di Troia raggiunse esule l'Italia per volere del fato e le sponde lavinie, molto per forza di dei travagliato in terra e in mare, e per la memore ira della crudele Giunone, e molto avendo sofferto in guerra, pur di fondare la città, e introdurre nel Lazio i Penati, di dove la stirpe latina, e i padri albani e le mura dell'alta Roma. O Musa, dimmi le cause, per quali offese al suo nume, di cosa dolendosi, la regina degli dei costrinse un uomo insigne per pietà a trascorrere tanta sventure, ad imbattersi in tanti travagli? Tali nell'animo dei celesti le ire?

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