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Analisi elegia 1,1 di Tibullo

Rifiuto di una vita militare il desiderio di vedere in una pace agreste venerando gli dei rurali e godendo dell'amore di Delia prima che gli inesorabili sopraggiungano.
Di questa elegia i tre distici iniziali (primi 6 versi) introducono al tema dell'elegia. I primi sei verso presentano due modelli esistenziali contrapposti, da una parte quelli che inseguono una ricchezza attraverso i rischi e i disagi della guerra. Tibullo ha dietro di se molteplici modelli poetici. La contrapposizione dei diversi modelli esistenziale rimanda all'ode 1,1 di Orazio, in cui Orazio richiama la poesia come scelta di vita (secondo lo schema della pramel) si avverte anche l'influenza del II epoca o di Orazio in cui una vita tesa alla guerra sia contrappone all'elogio della vita agreste. La rappresentazione della campagna e della vita agreste è un motivo topico delle bucoliche delle georgiche. Complessivamente i primi 44 sono occupati dalla descrizione della vita rustica.

V40: io non ricerco... Qui inizia la seconda parte. Questi 3 versi riprendono il motivo iniziale del rifiuto della ricchezza in nome di una condizione modesta e tranquilla con il verso 45 si passa alla seconda parte e il passaggio avviene per mezzo dell'immagine del poeta che abbraccia la propria donna a riparo delle intemperie dell'esterno.
L'ideale di vita agreste si precisa come scelta d'amore.
Nei versi 53-58 c'è la precisazione della contrapposizione tra l'amore e la guerra. Il legame eterno con la sua donna viene rappresentato quando prefigura la propria morte (arrivando così al v68)
Dopo di ciò si rilancia a godere le gioie dell'amore finché c'è tempo. Negli ultimi 4 versi si riprende ad anello il tema dell'esordio. Il porta si dichiara bonus dux e miles nell'amore. Bisogna sottolineare due cose: da un lato si vede l'elogio della vita campestre sentita dal poeta come sana e sacra ed è qui che troviamo il carattere bucolico della vita di Tibullo nei versi 33-34 parla dei ruscelli fuggenti, delle zappe, delle carpette, dei buoi. Questi sono i più normali ingredienti di una visione bucolica, di una descrizione serena pacifica della vita dei campi. Potrebbe essere letterarietà pura anche perché manca una visione umana de, lavoro dei campi, la stessa cosa accada e negli idilli bucolici di Teocrito. Legato a questo discorso è la religiosità che non è vissuta da Tibullo in chiave filosofica, è semplice tipicamente campagnola, ruota intorno a divinità popolari sia avverte la venerazione per il lapis, cioè la pietra che segnava i confini per divinità come Priaco, Pale la bionda Cerere. Si parla dei sacrifici ai Lari. Ciò significa che le antiche credenze popolari espressioni di una religiosità semplice sono ritenute da Tibullo come una tradizione da salvaguardare. Nei versi 55-74 abbiamo i temi più elegiaci, quello che trasformano un componimento a una vera e propria elegia. Qui a poniamo il tema dell'amore e della morte, l'amore che ci presenta Tibullo è puro, semplice levis venus, un espressione emblematica, perché è un amore senza turbamenti, intonato al l'elegia. L'amore non è vissuto drammaticamente, ora come servizium Amoris ora come amore tristis, la nota malinconica è data dal tempo che porterà con se la vecchiaia è la morte. L'amor e non trova alternativa se non nel sogno di un'epoca passata/ idealizzata. Non è un caso che Tibullo trovi la sua vena poetica nell'elegia, perché fa parte del registro elegiaco il lamento (lo dice Orazio nell'aria poetico) e nell'elegia Tibullo può esprimere emozioni, può esprimere quello che la critica chiama da sempre l'irrisolta dialettica tra disagio reale e sogno ideale, perché è tipico dell'elegia rappresentare situazioni senza una vera trama. Tibullo segue un percorso disseminato di Topoi: l'amore infelice la puellae infedele, il poeta respinto. Tutto ciò per ribadire che il mondo tibulliano è un mondo poetico. Tibullo alla Roma metropolitana oppone un mondo agricolo di piccoli proprietari terrieri dai costumi tradizonali, che venerano le antiche attività agresti è un mondo che fa parte del passato di Roma e quindi è un sogno consolatorio che si proietta nella terza epistola del primo libro nell'età dell'uomo, ma tutto era prodotto spontaneamente dalla natura.

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