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Metamorfosi di Publio Ovidio Nasone

Il tema del pianto corale sulle spoglie di un eroe, cui sono chiamati a partecipare gli elementi della natura animati e inanimati, diventerà un luogo comune della tradizione letteraria, ripetuto da poeti di epoche e di paesi diversi. Ne presentiamo una versione molto bella, un vero modello del genere. L’eroe di cui si piange la morte è il poeta: la sua arte era straordinaria, il suo canto era capace di rallegrare tutte le cose, ammaliava le selve e gli animali che le abitavano. Ma il dolore aveva spezzato la sua vita e reso triste la sua poesia da quando la morte gli aveva rapito la sposa che amava teneramente. Da quel momento Orfeo aveva fuggito la compagnia degli esseri umani per vivere lontano, nascosto nei boschi; solo il suo canto, un continuo lamento, testimoniava che era ancora vivo. Le donne del paese, la Tracia, videro nel suo comportamento, nel disprezzo per ogni compagnia femminile, nel rifiuto di ogni consolazione che potesse venirgli da un’altra fanciulla, un’offesa nei loro confronti. Furibonde per quello che ritenevano un oltraggio, lo assalirono, lo dilaniarono con furia selvaggia, ne dispersero il corpo fatto a brani. Era naturale che dopo l’infuriare degli esseri umani spettasse alle cose della natura, sassi, selve e animali selvatici, intonare il compianto per la morte di Orfeo.

Il compianto sul poeta morto, Orfeo, iniziatore del genere lirico, si trova in un poema epico composto fra il 3 e l’8 d.C. dal poeta latino Publio Ovidio Nasone. È intitolato Metamorfosi, dal termine greco che significa “trasformazioni”, perché vi sono narrate circa duecentocinquanta trasformazioni di esseri umani (o divini) in animali, piante, fonti, sassi, stelle o costellazioni. La poesia raggiunge i risultati più alti nella descrizione delle membra che cambiano forma e delle parallele trasformazioni emotive.

Publio Ovidio Nasone (43 a.C. – 18 d.C.) nato a Sulmona, venne presto a Roma per prepararsi alla professione di avvocato. Fu invece subito attratto dalla poesia, per la quale aveva una grande disposizione. Divenne il poeta alla moda nella corte di Augusto, dove divertiva con storie d’amore sentimentali e scherzose, mai tragiche, sempre ingentilite dalla sincera commozione per i casi trattati. Nella maturità si dedicò alla sua opera più impegnativa, le Metamorfosi. Quando era al culmine della sua fama, per un motivo che non fu mai chiarito, cadde in disgrazia presso l’imperatore e fu mandato in esilio in una lontana cittadina sul Mar Nero. Il poeta si disperò, inviò suppliche, scrisse poesie belle e tristi invocando il perdono, ma non riuscì a tornare alla vita elegante che amava.

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