Intendere il significato di "metamorfosi" appare difficile: sembra quasi che la parola stessa sia in continuo cambiamento e, con questa, muta anche il significato associato. La metamorfosi appare, in ogni caso, una trasformazione fisica, ma che va oltre il concetto di materia. Sarà proprio il suo carattere inafferrabile e indefinito ad aver affascinato l'arte, la musica e la letteratura di ogni tempo, attingendo a formulari naturali, mitici o alterati.
Bisogna riconoscere diversi tipi di metamorfosi: se la trasformazione viene intesa come una punizione, allora sarà di tipo discendente; se, invece, viene considerata come una ricompensa, sarà di tipo ascendente. Negli autori classici non è difficile entrare in contatto con un altro genere di metamorfosi: questa prende il nome di eziologica nel momento in cui tenta di spiegare un fenomeno o, almeno, l'esistenza di un elemento naturale. Come già redatto, l’anzidetto tema è di grande interesse per gli uomini essendo vicino all'esperienza, sensibile o razionale, di questi, perché è vero che tutto ciò che muta in realtà ci riguarda.

Nella letteratura più antica non è facile definire il primo argomento sviluppato a tale riguardo, ma si può certamente affermare quanto l'opera ovidiana, intitolata in greco Metamorphōses o, in latino, Metamorphoseon libri, sia stata fondamentale per innalzare lo sviluppo mitologico del genere fino a ottenere risultati pregevoli. Ovidio scrive le Metamorfosi poco prima della sua relegatio. Queste sono un poema in esametri in quindici libri e, sin dal breve proemio, l'autore individua il tema che tratterà, abbracciando il campo dell'epica: le metamorfosi. Il poeta definisce la sua opera, alla fine del proemio, di soli quattro versi, come un perpetuum carmen (un "carme continuato"). L'epos che accoglie non sarà dunque eroico, ma mitologico, perché possiede un'impostazione cronologica che va dall'inizio dei tempi fino ad arrivare alla sua età. La prima parte della raccolta mitologica è dedicata a una vicenda unitaria: Ovidio tratta dei poemi omerici e dell'Eneide, collocando il racconto in un arco di tempo limitato. La cronologia del poema è però rispettata soltanto nella prima e nell'ultima parte di questo: la parte di mezzo è ricca di dislocazioni temporali (la concezione del tempo sarà dunque casuale e non lineare). Il poeta, nella sua opera, ha fatto propri più di duecentocinquanta miti, collegati tra loro secondo "cerniere": le singole vicende sono, infatti, le unità elementari della sua narrazione (alla stessa maniera degli atomi, che, aggregandosi con causale casualità, danno origine alla materia naturale che, per definizione, non può essere fine a se stessa, né assoluta e immutabile, così come è espresso nell'aforisma eracliteo di "Pánta rhêi hōs potamós", generalizzato dal padre della chimica moderna, Antoine-Laurent de Lavoisier, con la celebre affermazione "Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma") che unisce per evitare monotonia (e ciò ricorda la scelta, con la stessa finalità, di molti autori latini di inserire excursus all'interno del racconto) conferendo naturalezza e scioltezza alla narrazione. A tal proposito, è di particolare importanza la tecnica del "racconto nel racconto", utilizzata per agevolare il discorso poetico. Dunque, si inserisce una nuova narrazione in quella principale (ciò rende, in effetti, la scrittura ovidiana ricca di spunti, immagini e trame e, allo stesso tempo, meravigliosamente attuale, dal momento che la tecnica del "racconto nel racconto" è andata ampiamente diffondendosi nella letteratura contemporanea). Non è raro che i personaggi, narrati in terza persona dal poeta, divengano "narranti", e cioè narratori in prima persona.
Ciò che sorprende, all'interno dell'opera, è che tutto varia costantemente, come se ci si trovasse all'interno di un oceano (alludendo all'elegante immagine di Spinoza) in cui tutto varia costantemente: voci, personaggi, tempi; l'unico aspetto immutabile è il motivo unificatore del poema, la metamorfosi, che crea coerenza a una struttura complicata e apparentemente disordinata. L'ampiezza dell'opera (composta all'incirca da dodicimila versi) e la varietà dei contenuti avvicinano inevitabilmente Ovidio, poeta colto e consapevole del suo talento, all'intertestualità, legando tra loro più testi (non necessariamente di sua creazione) fino ad arrivare a coltivare una vera arte allusiva, che porta l'autore a recuperare altri testi poetici (come l'Eneide virgiliana, le Argonautiche di Apollonio Rodio e l'Odissea).
Ovidio crede che un incessante mutamento dia al mondo un futuro sempre nuovo e, per creare quest'atmosfera, i suoi personaggi, non solo mutano da una situazione iniziale a una finale, ma sono anche limitati nella brevità del loro mito. Infatti, questi non possono mirare a una consistenza e a una complessità propria dell'eroe epico, protagonista ininterrotto di un'intera vicenda, che ha un passato e un futuro.
Il ridimensionamento del personaggio epico non si ferma ai mortali, ma riguarda anche le divinità. Queste non saranno più, come in Virgilio, esseri superiori, padroni del destino degli uomini, ma saranno colte nella propria dimensione privata, mentre combattono con amori, gelosie, odi e vendette. L'unico personaggio che mantiene stabile il suo ruolo è il narratore epico, che racconta di trasformazioni e mutamenti confutando, come Virgilio, l'oggettività epica fissata dal modello omerico, esprimendo, con concitazione, l'eccezionalità degli eventi. Ovidio, dunque, è capace di rendere verosimile l'irreale: ha intenzione di stupire, ostentando le sue capacità espressive. La forma è limpida e armoniosa e la sua tecnica narrativa abbraccia toni e moduli stilistici differenti.
La "cerniera" della metamorfosi nei miti ovidiani spiega la formazione di un determinato elemento o fenomeno naturale: le metamorfosi hanno, infatti, valore eziologico. I miti, per continuare, contengono in sé quel valore paideutico, tipico del mito greco, da cui il poeta latino attinge. La metamorfosi può infatti essere punitiva o esaltativa: nel primo caso, tramite la metamorfosi, anche il lettore dell’opera riesce a comprendere quali siano i comportamenti da evitare per non ricevere la punizione divina; nel secondo, invece, si comprendono i comportamenti positivi, degni della ricompensa degli dei. Questi elementi, nonostante la trasformazione delle epoche, possono essere colti come elementi di continuità, in quanto si mostrano sempre negativi (l’arroganza, la tracotanza) o sempre positivi (l’amore per gli altri, il rispetto dei limiti) ricevendo una validità atemporale. In conclusione, la metamorfosi è un elemento di continuità e innovazione in quanto si estende nel tempo, mostrando l’aspetto di continuità e innovazione del mito stesso, che possiede una validità imperitura.
In molti dei miti ovidiani si assiste a processi di deumanizzazione dei personaggi, trasformati in animali, fiori o piante (a questo proposito si ricorda Filomela, trasformata in usignolo, Aracne in un ragno, Adone in anemone, Eco in una roccia e Narciso nell’omonimo fiore. Non va neppure dimenticato Lucio che, nell’Asino d’oro - o Le Metamorfosi - di Apuleio, si trasforma in un asino, capace però di pensare, conservando dunque la componente razionale tipicamente umana). Si tratta di una delle poche testimonianze a noi pervenute del romanzo antico in latino. A causa di un esperimento non propriamente riuscito, Lucio si trasforma progressivamente in un asino. Anche lui, come Gregor Samsa (la quale vicenda verrà raccontata più avanti), mantiene inalterata la sua coscienza umana, ma, a differenza di quest’ultimo, prevale la sua infinita curiosità che lo porterà a cacciarsi in numerose peripezie, in attesa di poter riottenere un aspetto umano. Un lieto fine, per lui: la dea Iside riuscirà a ritrasformarlo e il neo-uomo, per gratitudine, si dedicherà al suo culto con anima e corpo.

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