••• Orazio è considerato il poeta amico dei canti, del vino e degli amori leggeri. Molto amato dopo la sua morte dai contemporanei ed era tra i lirici il solo degno di essere letto. (Venusa, 65 a.C. - 8 a.C., due mesi dopo la scomparsa di Mecenate, sepolto accanto alla sua tomba sull’Esquilino) recupera i modelli della letteratura greca arcaica e supera l’alessandrinismo. Di umili origini, ma non disagiato economicamente, segue un regolare corso di studi a Roma e ad Atene. La guerra civile impedisce i suoi studi e i cesaricidi Bruto e Cassio si oppongono ad Antonio e a Ottaviano. Orazio si arruola nell’esercito di Bruto e partecipa alla battaglia di Filippi: qui è tribuno militare.
Comincia la sua attività letteraria poco dopo la battaglia di Filippi. Virgilio e Vario lo presentano a Mecenate e dopo nove mesi lo ammette nel suo circolo. Come Virgilio non si sposa e non ha figli e la sua vita tranquilla è dedita agli studi e alla letteratura e frequenta gli amici più intimi, tra cui Virgilio. Dedica le sue opere a Mecenate che gli dona una villa e un podere in Sabina, che ama abitare. Dà il suo contributo alla propaganda di Augusto e compone carmi celebrativi e politicamente impegnati come le Odi Romane. Fu incaricato da Augusto a comporre un inno agli dèi protettori di Roma per i Ludi Saeculares: quest’inno è il Carmen Saeculare, cantato da 27 ragazzi e 27 ragazze sul Palatino e sul Campidoglio.

Le datazioni si ricavano dalle stesse opere: le Satire (o da lui chiamate Sermones) e gli Epòdi furono composte in contemporanea. Orazio scrive tre libri di Odi e poi diventano quattro. Compone le Epistole in esametri, come le Satire. Si pensa che la sua ultima opera sia anche la più lunga, contenuta nelle Epistole, ed è l’Ars poetica (o Epistola ad Pisonem - ai Pisoni).
La produzione di Orazio diminuisce negli ultimi anni fino a fermarsi del tutto e muore due mesi dopo Mecenate e viene sepolto accanto al suo patrono e protettore.
• Le Satire, essendo un genere solo romano, devono contenere e fissare tutte le caratteristiche del genere. Orazio, infatti fissa queste caratteristiche in tre componimenti: satire 4 e 10 del Libro I e satira 1 del Libro II. Orazio nobilita la satira collegandola all’antica commedia greca, riconoscendo differenze formali come il metro e il ritmo. Egli infatti eredita l’esametro da Lucilio. Ma i temi e i modi sono comuni: attaccare direttamente e personalmente gli avversari. Aspetti proprio della satira sono la soggettività, l’autobiografia e lo spirito (facetus): l’autore si esprime in prima persona, affrontando temi impegnativi in maniera divertente e intelligente.
Le satire oraziane sono molto influenzate dalla diàtriba, un genere letterario che consiste in una conversazione filosofica o in un discorso di propaganda con battute taglienti e toni satirici e polemici. Affronta temi morali condannando vizi e passioni (come nei dialoghi platonici - ricordiamo l’apologia di Socrate o il Critone - dove il personaggio principale confuta gli avversari). Orazio, a differenza di Lucilio, non condanna o critica la tragedia e l’epica storica. Riconosce la superiorità dei generi sublimi e con modestia ammette di non poter aspirare al titolo di poeta (almeno circa le Satire. Non sarà così, per esempio, con le Odi), perché compone scritti vicini alla conversazione, così scrive nel Libro I, satira 4.
Orazio avvicina la satira al sermo (inteso come conversazione) e afferma di scrivere Sermoni propiora: si accosta dunque alla commedia perché gli argomenti sono di vita quotidiana e lo stile è colloquiale. Si avvicina a Lucilio perché anche questo aveva chiamato i suoi componimenti Sermones. La satira rinuncia al sublime e il livello linguistico è adeguato ai temi trattati e vicino alla lingua parlata. Per Orazio, Lucilio scorreva fangoso (era rozzo), poiché Orazio si era formato dal gusto alessandrino e praticava il labour limae. Orazio afferma che le proprie opere sono rivolte a un pubblico ristretto: a pochi scrittori e critici letterari. La sua è una concezione tipicamente alessandrina, dove l’arte aristocratica è destinata a una cerchia limitata di persone intelletuali.
In sintesi: Orazio vede in Lucilio il suo predecessore e iniziatore del sermo. Orazio lo confronta con la commedia antica e fissa i tratti caratterizzanti del genere satirico (moralismo, serietà e faceto, impostazione soggettiva). Definisce la satira come genere non elevato, ma il suo alessandrinismo lo porta a elaborare e a perfezionare lo stile rispetto a Lucilio, il quale “scorreva fangoso”.
Possiamo chiamare di tipo induttivo il processo di Orazio nelle satire che parte dal personale (gusti, idee, convinzioni), arrivando all’universale, con impegno morale perché sposta l’attenzione dagli individui ai comportamenti (Orazio si occupa dei vizi e non dei viziosi). Lo spirito (facetus) è fondamentale nella capacità di Orazio ed è necessario per la costruzione del suo tratto moraleggiante e di quello soggettivo. Lo spirito rende arguta e divertente la rappresentazione della realtà. Le componenti principali delle satire orazione sono: (1) soggettività; (2) moralità; (3) intrattenimento. Gli argomenti abbracciano la quotidianità e prescindono dal tipo di satira: (1) narrativa; (2) discorsiva.
Con la narrativa (1) si prende in esame un fatto o un aneddoto, raccontandolo in modo brillante per intrattenere il lettore. La discorsiva (2) non è incentrata su un fatto o un episodio, ma svolge una serie di argomentazioni e di riflessioni. Questa satira discorsiva ha molto in comune con la diàtriba: si arriva da una conversazione leggera a temi seri e impegnati che saranno oggetto di discussione.
Il libro I contiene 10 satire (4 narrative e 6 discorsive). Le prime tre sono discorsive e diatribiche: 1 - incontentabilità umana dovuta all’avidità di denaro; 2 - etica sessuale; 3 - imperfezione umana ed esortazione alla comprensione e alla pietà nei confronti dei difetti.
4 - satira discorsiva e autobiografica che parla della sua formazione ricevuta da giovane dal padre, che ricorda con affetto; 6 - sempre satira discorsiva, e molto più autobiografica della 4, parla dell’amicizia con Mecenate, ringraziandolo per averlo ammesso nel suo Circolo nonostante le umili origini. Si arriva poi a parlare di temi importanti come la superiorità dell’animo rispetto alla nobiltà di nascita, la follia dell’ambizione e la serena accettazione di se stessi. Le satire 5 e 9 sono narrative e scritte in prima persona da Orazio, dunque anche autobiografiche: 5 - relazione di un viaggio a Brindisi in compagnia di amici tra cui Virgilio e Mecenate e narra una serie di episodi in cui è stato protagonista o spettatore Orazio; 9 - il poeta in una passeggiata incontra un seccatore da cui cerca di liberarsi e contrappone il suo equilibrio e tolleranza all’essere rozzo e aggressivo dell’altro.
7 e 8 sono satire narrative: 7 - scontro in tribunale tra due personaggi; 8 - scena di stregoneria dove due imbroglione sono impegnate in pratiche magiche.
Il Libro II è composto da 8 satire. La satira 6 è un monologo autobiografico (narrativa) che racconta un fatto privato: il dono, da parte di Mecenate, di una villa in Sabina. Qui comincia a svilupparsi il tema del contrasto tra vita affannosa in città e serena in campagna. Le altre sette satire sono discorsive e a forma di dialogo e solo nella 1 Orazio mantiene un posto centrale, mentre nelle altre ci saranno altri personaggi. Nella 2, Ofello elogia la frugalità; la 3 è una predica a Orazio da Damasippo, stoico, che parla dei vizi e delle follie umane (avarizia, ambizione, superstizione...). Nella 7, lo schiavo Davo, durante i Saturnali (festa dedicata a Saturno, a dicembre, dove si banchettava e ci si scambiavano doni, si giocava a tombola e gli schiavi assumevano i diritti dei loro padroni e c’era sfrenata libertà), rimproverava al suo padrone Orazio di essere incoerente, incostante e soggetto alla schiavitù delle passioni. Nella 8, Orazio riceve il resoconto spiritoso di una cena a casa di Nasidieno. La 4 è una satira di parodia dove Orazio ascolta i precetti di saggezza culinaria. Nella 5, Orazio scompare e troviamo Ulisse, che nell’oltretomba chiede all’indovino Tiresia come recuperare i suoi beni, distrutti dai Proci e Tiresia gli consiglia di diventare cacciatore di eredità.
Le satire oraziane, soprattutto quelle discorsive, sono piene di concetti morali e, nelle Epistole, Orazio si definisce epicureo; infatti troviamo questa filosofia nelle Satire, che sono aperte anche ad altre correnti filosofiche. Questi principi sono metriòtes e autàrkeia.
Metriòtes è il senso della misura e consiste nella virtù che è il giusto mezzo ed è il fondamento delle prime due satire del Libro I: est modus in rebus (c’è una misura in ogni cosa). Autàrkeia è l’autosufficienza, cioè la limitazione dei desideri per evitare che l’esterno condizioni e cambi l’individuo, altrimenti la sua libertà interiore sarebbe corrotta. Nelle Satire c’è l’invito ad accontentarsi del proprio stato e a cercare di soddisfare solo le esigenze naturali. Entrambi i precetti morali hanno come fine la felicità, l’armonia e la serenità. L’Orazio satirico non intende comportarsi da saggio e fare il maestro, ma come individuo che ricerca la verità per se stesso per migliorare lo spirito, ma ci sono alcuni momenti autobiografici, più scoperti, della giovinezza e dell’adolescenza: i ricordi del padre, l’amicizia di Mecenate, la vita tranquilla in campagna.
La forma: il livello linguistico e stilistico non è elevato perché le Satire sono legate al sermo (cotidianus): ci sono forme della lingua parlata ed espressioni colloquiali. Sono evitati i vocabili greci e i grecismi. È in ogni caso rifiutata la grossolanità del sermo vulgaris usato da Lucilio. Vi sono incisi e la sintassi è nitida e agile.
In sintesi: La lingua non è né elevata come l’épos, né troppo vicina al sermo vulgaris. È stato scelto il sermo cotidianus per avere coerenza con i temi trattati. Abbiamo l’idea di una conversazione elegante, intelligente e “spiritosa”. Lo stile è quasi svagato, casuale, non rigido e metodico. Ma questa semplicità è solo apparente e in realtà è il frutto di un’arte sorvegliata e nella quale vive il principio della brevitas. Vi è un autocontrollo della forma e Orazio elimina il superfluo, il ridondante e concentra le espressioni tramite il suo labour limae alessandrino. Le parole nella frase sono disposte in maniera accurata ed elaborata; questo procedimento sarà poi teorizzato nell’Ars poetica, cioè il donare novità a scritture comuni.
• Gli Epòdi (o Giambi) sono 17 componimenti e la composizione di questi è parallela a quella delle Satire. Gli Epòdi sono componimenti autonomi dalla poesia oraziana. Orazio non ha bisogno, questa volta, di delineare un modello per il genere giambico, come per la satira, perché si riallaccia a grandi precedenti greci: nel sesto epòdo si nominano Archìloco e Ipponatte come modelli. In un’epistola scriverà di essere orgoglioso di aver portato nel Lazio i giambi di Archìloco, seguendo metri e spirito del poeta, ma non temi e stile. Orazio adotta svariati metri giambici (già usati in latino, per esempio da Catullo), ma per primo porta a Roma l’epòdo. L’epòdo di Archìloco è un distico, dove il primo verso è più lungo del secondo. Per la presenza di questi metri la raccolta di Orazio viene chiamata Epòdi, anche se lui la chiamerà Iambi. Archìloco è conosciuto come esponente di un’arte aggressiva e feroce, ma con tematiche varie e vaste. Questa varietà di contenuti della poesia giambica era propria anche di Callìmaco e serviva a Orazio per ricollegarsi ad Archìloco e Ipponatte.
In sintesi: L’aspetto più visibile dell’opera oraziana è, non tanto l’aggressività, come nelle Satire, quanto la varietà dei temi, che negli Epòdi raggiunge la massima espressione poiché ha come modello Archìloco.
I contenuti: invettive, poesie d’argomento magico e sessuale, carmi politici, gnomici ed erotici.
- Tra i carmi dell’invettiva vi è il 10, dove Orazio augura a Mevio di morire in un naufragio. Nell’epòdo 3 l’invettiva è inserita in una variante scherzosa: si tratta di una giocosa maledizione contro l’aglio, portato da Mecenate a Orazio, che descrive gli effetti, più devastanti dei veleni di Medea. Anche gli epòdi 8 e 12 fanno parte del filone dell’invettiva contro una vecchia libidinosa che gli chiede prestazioni sessuali. Lui la descrive come una persona brutta e deforme e il fisico è impietoso e decadente. La tendenza è espressionistica.
- I componimenti 5 e 17 sono dedicati alla magia e il tema è trattato con realismo, verso l’eccessivo, l’orrendo e il repellente.
- Orazio ha come modello Archìloco e vi sono alcuni epòdi di poesia civile. Il 7 e il 16 sono simili e trattano dunque di politica. Nel 7 Orazio rimprovera i cittadini che combattono tra loro e crede che questo sia la conseguenza del fratricidio commesso da Romolo e Remo. Nel 16 si parla della patria ormai in rovina e invita i migliori romani a seguirlo in un’utopica fuga verso le isole dei beati dove vi è l’età dell’oro. Qui Orazio assume il ruolo del Vates, cioè del poeta ispirato dalla divinità, e lo stesso avverrà nelle Odi. Trovandosi in alto, la sua angoscia e la sua disperazione per la situazione politica vengono amplificate. L’epòdo 1 è una dedica a Mecenate e a Ottaviano. Nell’epòdo 9 va contro gli avversari di Ottaviano e brinda alla sua vittoria.
- Il filone erotico ha come esempio Anacreonte. Il 14 parla dell’amore che domina nell’animo di Orazio impedendogli di comporre versi. L’11 parla dell’avidità della donna e della povertà del poeta. Nel 15 si rivolge a una donna infedele. In tutti gli epòdi erotici il pathos è leggero.
- Per l’elogio della campagna vi sono gli epòdi 2 e 13. Il 2 è sull’aprosdòketon (imprevisto) e si elogia la vita nei campi, ma gli ultimi versi ci fanno sapere che a pronunciare l’elogio è in realtà, in maniera sarcastica, un usuraio incapace di rinunciare agli impegni nella città.
- Vi sono anche elementi simposiaci (e cioè della parte conclusiva del banchetto) e gnomici nell’epòdo 13. Durante una tempesta Orazio invita i suoi amici al banchetto per alleggerire l’animo dalla vita affannosa.
La lingua e lo stile non sono particolarmente ricercati, ma neppure bassi (infatti, i termini volgari o osceni non sono frequenti) e si passa dal livello parlato al livello più elevato. Elemento stilistico importante è l’iunctura che accosta vocaboli usuali creando nuovi effetti espressivi.
• Le Odi (3+1 = 4 libri): Orazio riprende una tradizione letteraria greca accettandone norme e convenzioni. Nel prologo, Orazio si rivolge a Mecenate, al quale dedica l’opera ed espone il suo essere di lyricus vates, che non si stanca di suonare la lira. Dunque vuole continuare a scrivere poesia “lirica” che era sin dalle origini cantata con l’accompagnamento della lira (uno strumento a corde). I modelli sono greci, tra cui Alceo e la sua poesia scritta nel dialetto dell’isola di Lesbo. Altro grande modello è Pìndaro e Orazio lo ammira e lo guarda come irraggiungibile. In una Ode del IV libro, Orazio afferma che Pìndaro è inimitabile e chi prova a volare come lui, precipita miseramente come Icaro.
Si contrappongono due concezione di poesia, personificate nel Cigno Tebano (Pìndaro) che raggiunge l’eccellenza grazie alle doti naturali, e l’Ape Matina (Orazio), e cioè una poesia frutto di lavoro e cura infinita, e si dedica con l’operosità delle api a un’arte sottile, elaborata secondo il labour limae alessandrino. Lui sceglie ovviamente questa posizione anche se a volte l’imitazione è palese, ma lui considera la sublimità di Pìndaro solo come una aspirazione o tentazione a cui a volte si lascia andare. La differenza con le Satire è che nelle Odi non contesta la superiorità dell’épos e rivendica un posto privilegiato alla poesia lirica. Dall’autosvalutazione delle Satire si passa a una dichiarazione della grandezza e dell’eternità della sua opera (le Odi). Infatti adesso accetta di chiamarsi poeta. Nelle Odi si definisce spesso vates, vocabolo arcaico che presuppone un’investitura divina e lui infatti si crede protetto dagli dèi. Il rapporto privilegiato con il divino lo aiuta nella vita quotidiana, tanto che una volta è sfuggito a un albero in caduta; e ancora, nell’incontro spaventoso ma innocuo con un lupo. Altre volte si definisce musarum sacerdos per esprimere la sua ispirazione poetica. Le due concezioni di poetica nelle Odi: 1 - poesia come frutto di tecnica e poeta come artigiano; 2 - poesia come prodotto dell’ispirazione e poeta come vate. Per questo la lirica oraziana è così affascinante e complessa.
I modelli sono Pìndaro, Alceo e Saffo e gli ultimi due sono soprattutto modelli di stile e metrica. I modelli sono dunque la lirica greca arcaica e i testi ellenistici (specialmente epigrammi).
L’impostazione allocutiva è tipica della lirica greca ed è utilizzata da Orazio: è raro che i suoi carmi siano monologhi interiori e sono di solito rivolti a un destinatario, reale o fittizio che favorisce lo svolgimento del discorso poetico.
I carmi sono legati a schemi tradizionali e topici (cioè ricorrenti), come quelli della celebrazione della divinità nella forma dell’inno; il banchetto con moduli simposiaci; il viaggio di un amico avvicina allo schema del propemptikòn (augurio di buon viaggio); il compianto di un morto è da ricollegare all’epicedio (modello del canto funebre).
Ma le Odi non sono solo montaggi di materiali già elaborati (pre-fabbricati): vi è anche la volontà di spaziare con libertà all’interno della poetica, con una sensibilità nuova e personale.
Orazio scrive per un pubblico dotto che conosce i poeti che imita, riprende e cita, e dunque secondo le tecniche dell’arte allusiva il poeta scrive nei suoi carmi spunti tratti da Alceo, Pìndaro, Anacreonte e Saffo e li rielabora in modo autonomo. Spesso comincia il componimento con una citazione che poi sviluppa originalmente, allo stesso modo di Borges.
Le odi contano 104 componimenti in tutto, compreso il Carmen Saeculares. Si individuano in questi 104 componimenti molti temi raggruppati in alcuni filoni narrativi:
- Il filone religioso era tipico della tradizione del genere lirico e si adatta alla figura di poeta come vates (investito dalla divinità). Orazio accantona le sue posizioni filosofiche quando scrive di religione trattata nei modi tipici della poesia. Sono infatti presenti inni e preghiere, riferite anche a oggetti (invocazioni a una fonte, alla propria lira, a un’anfora di vino). Nel Carmen saeculares vi è un inno con motivi religioso e civile: si celebra Roma e si esalta Augusto.
- Di grande importanza è il filone erotico, e in questo i carmi non si collegano a un’unica vicenda amorosa come per la poesia elegiaca di Tibullo e Properzio, ma ogni storia d’amore è autonoma e occasionale, circoscritta nel carme. Vi sono più elementi e più figure femminili, come la volubile Pirra, la timida Cloe, la smaliziata Lidia. La passione in questi carmi non è partecipata, ma contemplata. Orazio evita dunque con il suo carattere riflessivo e filosofico, ogni coinvolgimento: tende al distacco ironizzando.
- Il filone conviviale (o simposiaco) racchiude i temi erotici, gnomici e moraleggianti. Le situazioni sono ambientate in una sorta di simposio greco corrispondente alla cena romana. Le occasioni sono legate alle fasi del banchetto e agli accessori topici (cino, ghirlande, musica).
- I filoni gnomico-simposiaci costituiscono il fulcro, il cuore delle Odi, poiché i carmi gnomici ruotano tutt’intorno alla tematica dell’incertezza del futuro e della coscienza della brevità della vita. Essendo soprattutto epicureo, Orazio è molto positivista e invita a sostenere le avversità con coraggio, sopportazione (e magari con l’aiuto del vino). Lo stesso tema viene anche affrontato pessimisticamente considerando l’inevitabile morte che arriva all’improvviso. Vi è la necessità di vivere pienamente il breve tempo della vita (carpe diem). Il “cogli l’attimo” non è inteso edonisticamente, ma è un consiglio di cercare la felicità (secondo gli epicurei è un piacere “giusto”). La felicità va ricercata nella certezza del presente e non nell’incertezza del futuro. Non è corsa al piacere, ma saggezza fatta di moderazione.
Nelle Odi si ritrovano i principi delle Satire di autàrkeia (autosufficienza) e di meriòtes (senso della misura) portati alla più elevata evoluzione (certezza) filosofica.
- Per il filone della poesia civile, si ispira ad Alceo, ma il lirico greco partecipava attivamente alle vicende politiche, mentre Orazio è solo uno spettatore della vita pubblica di Roma. Orazio è dunque di nuovo vates e può guardare i romani con superiorità. Egli, vates investito dalla divinità, esorta e ammonisce gravemente i concittadini. La lirica civile condanna le guerre civili e si preoccupa per lo stato, celebrando Roma e il Principe.
La poesia civile era fortemente voluta da Augusto e da Mecenate, ma per alcuni versi appariva troppo enfatica ed era eccessiva la divinizzazione dell’imperatore. La tematica civile era svolta in sei carmi all’inizio del Libro III, chiamate le “Odi Romane”. Qui si condannano i vizi e si esaltano le virtù e gli eroi antichi. Si glorifica Roma e Augusto, soprattutto nel Libro IV. Si celebrano infatti le vittorie dell’imperatore e la pace che ha saputo portare allo stato.
Vi è molta influenza pindarica per lo stile: gli argomenti alti vogliono la sublimità stilistica, ma spesso la magniloquenza sconfina nell’enfasi. I registri stilistici sono molteplici e abbinati ai temi: vi sono i contenuti lievi come nei carmi amorosi o quelli elevati come nei politici. 
In sintesi: la molteplicità tematica corrisponde alla pluralità di registri: dalla finezza della poesia erotica alla serenità della gnomica alla sublimità della civile.
Il lessico è superiore del sermo delle Satire, ma inferiore rispetto all’épos. Vi sono vocaboli non proprio poetici e vi sono rari arcaismi, neologismi e diminutivi. La sintassi è semplice, alcune volte viene fatta con costruzioni greche o poco comuni. Poche metafore e allitterazioni; frequenti gli enjambements.
Ma l’originalità oraziana sta nell’incastonare parole con maestria così da valorizzarsi reciprocamente. Efficaci sono le iuncture, associazioni di vocaboli ingegnosi e al limite dell’ossimoro.
• Le Epistole sono scritte dieci anni dopo le Satire. Il Libro I comprende 20 componimenti. Il Libro II ha 2 componimenti e in più l’Epistola ai Pisoni (l’Ars Poetica). Per la scrittura delle epistole, Orazio utilizza l’esametro per mettersi sulla stessa linea delle Satire (infatti per lui entrambe le opere si chiamano Sermones). La novità però sta proprio nello scrivere le epistole in versi e, nonostante sia stato già impiegato da Lucilio, era originale l’idea di comporre un’intera silloge di lettere in versi. Mentre le Satire erano rivolte all’autore stesso o a una ristretta cerchia di amici, nelle Epistole vi è un rapporto diretto con il destinatario e l’orientamento è più rigido che nelle Satire. Nel Libro I, i contenuti non sono generali, ma spesso molto specifici.
Abbiamo aspetti in comune con le Satire, come la vena moralistica e soggettiva e anche la tematica letteraria. Lo stile è dato dalla prevalenza dei monologhi sui dialoghi (al contrario nelle Satire) e riflette di etica utilizzando la lingua parlata. Come nelle Satire, si usano favole e aneddoti, ma lo spirito (facetus) è attenuato. Vi è adesso un leggero umorismo. E anche una sottile malinconia con toni più alti e commossi di quelli delle Satire. Il linguaggio è cauto, urbano e privo di elementi energici, mantenendosi sul livello del sermo.
Vi sono alcuni “topoi” anche per le Epistole. Infatti in questi componimenti d’occasione Orazio scrive per sapere notizie di un amico, o biglietti di raccomandazione, o inviti a cena, istruzioni a un servo per la consegna della sua opera ad Augusto. Frequenti anche le lettere che trattano temi morali con spunti soggettivi e personali e il fulcro della sua riflessione, come nelle Satire, è la fiducia nella Divina Sapienza, la Caelestis Sapientia. Questa divina sapienza non è propria dell’autore, ma Orazio si sforza di migliorarsi per arrivare a raggiungerla. Nel Libro I infatti decide di cambiare vita e di smettere di giocare. Quest’insoddisfazione data dalla sua inadeguatezza e il suo desiderio di migliorare lo spingono a ricercare la sapientia per risolvere i problemi della vita. Orazio considera la vita come un viaggio per mare, difficile ed eterogeneo. Per questo motivo, non resta legato ai precetti di un solo filosofo, ma utilizza ogni insegnamento in base all’occasione, così da trovarne l’efficacia per affrontare le difficoltà. Possiamo quindi dire che le diverse filosofie sono quei remi o quei salvagenti che utilizza per non affogare nel mare di problemi della vita. Nonostante questo, Orazio è soprattutto epicureo, infatti egli stesso si definisce maiale del branco di Epicuro, poiché l’epicureismo era inteso in un senso edonistico. Tipico insegnamento della dottrina epicurea è il làthe biòsas (vivi nascosto). Vi sono anche alcuni spunti stoici, poiché per Orazio il fine ultimo della vita è la morte. La morte è intesa come una via verso la libertà.
Anche nelle Epistole, come nelle Satire, i princìpi che erano il centro della riflessione oraziana sono quelli di autàrkeia e di metriòtes. Ma si aggiunge il tema più tipico delle Odi: l’idea della morte imminente e della necessità di godere di ogni momento di vita. Il poeta è inquieto e instabile: a volte appare maturo ed esperto, aristocratico; altre volte desidera allontanarsi da tutti (làthe biòsas). Qualche volta è equilibrato e sereno e si descrive grasso e allegro (tipico epicureo) e a volte dice di essere incurabilmente infelice e troppo distante dalla rettitudine morale. I rapporti sociali sono basati sul concetto di metriòtes (giusta misura) per teorizzare il saper cogliere l’opportunità di coltivare l’amicizia dei potenti. Nella sfera individuale vi è il principio dell’autàrkeia, dell’autosufficienza, con il desiderio di perfezionare la propria interiorità e di impiegare bene il tempo residuo. Questi precetti divergenti producono insofferenza in Orazio. Nel Libro I delle Episolte i temi sono vari e complessi e la speculazione morale proietta la vita verso la saggezza. Vi è infatti un’inesausta aspirazione alla saggezza (Caelestis Sapientia). Il Libro II è composto di due sole epistole. Prevale il tema letterario già affrontato nell’epistola 19 del Libro I. Orazio difende l’epistolario dopo le critiche sui primi tre libri delle Odi. Nella prima epistola Orazio si rivolge ad Augusto circa la questione della superiorità dei poeti antichi o moderni. Si parla anche della rinascita del teatro romano voluta fortemente da Augusto, anche se Orazio ammette di preferire la poesia finalizzata alla lettura e destinata a un pubblico selezionato. Nella epistola 2, a Giulio Floro, Orazio si scusa con l’amico perché le sue poesie sono poco produttive o prolifere. Si scusa dicendosi pigro, vecchio, troppo impegnato o interessato alla filosofia, per scrivere poesie impegnate.
- L’Ars poetica (o Epistula ad Pisones) (si parla della nascita del teatro) è una sorta di trattato in versi sulle norme poetiche e serve alle età successive per fornire principi e norme delle poetiche classicistiche dall’umanesimo al settecento. Orazio indirizza la lettera a Pisone e ai figli di questo esponendo insegnamenti di poetica. Si parla prima della poesia, dei suoi contenuti e dell’elaborazione della sua forma, e poi della figura del perfetto poeta. Sulla base della Poetica aristotelica, Orazio pone al centro la tragedia, dunque l’arte per lui è mimesis (imitazione) e quindi i generi teatrali che imitano la realtà sono la forma massima di poesia. Questa concezione si sposava con l’interesse di Augusto per la restaurazione del teatro che Orazio sembra accordare da un punto di vista solo teorico.
I precetti poetici delle dottrine peripatetiche (aristoteliche) e la massima elaborazione che porta alla perfezione formale (labour limae) propria dell’ellenismo, si fondono nello stile oraziano. La sua callida iunctura consiste nell’associare parole usuali rendendole in un senso innovativo.
I principi estetici nell’Ars poetica sono l’ingenium e l’ars, che producono la poesia. Il poeta sa infatti “miscère utile dulci”, cioè rendere dolce il fiele di una medicina, come diceva Lucrezio. Infatti lui sapeva congiungere l’utilità al piacere. Dilettando e ammaestrando il lettore.

Hai bisogno di aiuto in L'era Augustea?
Trova il tuo insegnante su Skuola.net | Ripetizioni
Registrati via email