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Orazio - Ode a Mecenate


A livello di strutturazione dell’ode, si tratta di una ring composition poiché l’incipit viene richiamato dalla chiusura, con lo stesso tema. L’ode diventa per Orazio un pretesto per riportare le scelte di vita e quelle poetiche, la lode è dunque l’unica occasione per fare una dichiarazione poetica con riferimento alla cultura greca e al contesto romano.
Nel terzo verso si parla di Pulverum Olympicum: nell’espressione “la polvere di Olimpia” è racchiusa una metonimia, poiché intende i giochi olimpici greci nati nel 770 a.C.; parte dal contesto greco per arrivare alla contemporaneità.
Nel verso 6 “dominos” e “deos” simboleggiano entrambi la centralità degli dei in quanto padroni (=dominos, apposizione di deos) e sono in iperbato.
Tra i versi 10 e 13 vi è la volontà di ripercorrere le cose che hanno rappresentato la ricchezza per la cultura greca, per enfatizzare l’importanza di questa dimensione: “Attalicis” si riferisce al re Attalo di Pergamo, “Cypria” al nome di una nave, indicata con metonimia da “trabe”, che parlando del materiale indica tutta l’imbarcazione.
Segue un richiamo al vento Africo, il Libeccio, non positivo come il Favonio di cui parlava Lucrezio ma che viene associato alla tempesta: attraverso questo preannuncia qualcosa di funesto.
Nel v 16 si trovano due parole chiave dell’ode:
“mercator”, che indica l’attività fisica dello scambio, l’essere attivi con le azioni e non con la letteratura
“otium” che racchiude il concetto di letteratura per Orazio.

Al v 19 si trova un elemento caro all’autore, il concetto del Massici: è un richiamo a un particolare tipo di vino; in un’ode scrisse “nunc est bibendum”, “ora bisogna bere”, e all’interno di questa viene spiegato che il vino deve essere visto come un modo per festeggiare dopo una vittoria, dunque in quei casi bisogna bere perché è il momento giusto, perché si è conquistato un territorio o si è raggiunto uno scopo.
Il vino di cui parla veniva prodotto proprio in Apulia e veniva sempre miscelato con l’acqua, sebbene ogni cultura avesse proporzioni diverse.
Dalla Grecia arriva dunque al suo contesto, ripercorre la sua poetica, spiega a chi bisogna guardare, e poi cita i valori romani nel v 25 attraverso il nome di Giove, elemento supremo della romanità in quanto padre degli dei. Attraverso di lui si intende il cielo, la dimensione ultraterrena rappresentata dagli dei.

Nel v 28 “Marsus aper” si riferisce al territorio marsicano di Avezzano, in Abruzzo.
Dal v 29 ci si avvicina alla conclusione e a una costruzione ad anello: gli ultimi versi, i più lirici, danno importanza ed enfasi al componimento grazie al nominare nello specifico le sue aspirazioni.
Si parla di “Ninfarum” con la lettera maiuscola perché Orazio si sta riferendo a delle ninfe specifiche, delle divinità minori che celebrano gli elementi naturali ( a cui si era ispirato anche Lucrezio) ; poi di satiri, forme di vita semi umane con il corpo diviso a metà tra un essere umano e una capra.
Questi elementi riconducono alla volontà degli dei, che non creano solo la natura ma anche questi ibridi.

Le parole chiave sono, al verso 34, “lesbum” e “barbiton”, e “vatibus” al verso 35:
Lesbum indica l’isola di Lesbo, natia di Saffo, ed è inoltre un richiamo a Catullo
Barbiton invece si riferisce a uno strumento musicale simile alla lira che accompagnava la recitazione delle poesie, a cui si sotituì la lira, che poi venne rimpiazzata dal flauto
con Vatibus ci si riferisce invece a una captatio benevolentiae perché Orazio cerca di portare dalla sua parte il lettore dicendo a Augusto e Mecenate che, se lo inseriranno tra i poeti lirici, avrà la possibilità di toccare il cielo con un dito.
L'ode è dedicata a Mecenate, ma non parla di questi. Dicendo che se verrà accolto tra i poeti sarà il poeta più felice del mondo, intende che sono il massimo dell’espressione letteraria, e nel chiedere di essere ammesso tra i poeti lirici tiene a mente che nell’antica Grecia erano i più affermati (di questi facevano parte Pindaro per la poesia corale e i due modelli sopracitati per la monodica).

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