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Epistole

Le Epistole devono il loro nome al fatto di essere strutturate come componimenti inviati a destinatari precisi.
Nel libro I, i temi svolti non si discostano da quelli delle Satire cui, tra l'altro, si richiamano anche per il metro, ossia, l'esametro dattilico. La differenza è nel tono, più razionale e pacato, segno di uno stemperarsi dello spirito aggressivo del poeta e di un acuirsi della sua anima riflessiva, che ormai è incline al pessimismo. Il poeta, malgrado i suoi insegnamenti di saggezza, appare sempre più in preda all'angoscia esistenziale, per cui scrive 20 lettere indirizzate a diversi amici per esprimere le proprie riflessioni con l'animo di chi è portato a svolgere un riesame della propria esistenza.

Il libro III contiene tre epistole a carattere letterario:

-La prima è dedicata ad Augusto: all'imperatore che voleva ripristinare il teatro di massa per farne strumento di propaganda politica, il poeta rivolge l'invito a diffidare di un'arte finalizzata più ad accondiscendere ai gusti del pubblico (che prediligeva i testi dell'età arcaica e la drammaturgia esasperata) che alla perfezione formale e a favorire, invece, quella che si realizza attraverso la fatica del "labor limae", perché il poeta deve essere il primo critico di se stesso e, proprio per questo, deve sottoporre il proprio lavoro ad una revisione molto accurata, deve scrivere bene e con semplicità, senza mai dimenticare che il fine dell'arte è al tempo stesso educativo ed edonistico. Mediante una "recusatio", Orazio dice ad Augusto che è il pubblico che deve elevarsi all'arte e non l'arte che deve abbassarsi al pubblico.

-La seconda è scritta in risposta all'amico Giulio Floro, che lo aveva rimproverato di non avergli inviato più carmi. Il poeta confessa che la sua vena poetica è inaridita e che, pertanto, vuole abbandonare la poesia per "apprendere le note e l'armonia della vera vita", ossia, per dedicarsi agli studi filosofici e alla riflessione nonché al miglioramento di se stesso.

-La terza epistola, sicuramente la più famosa, è dedicata ai due figli di Lucio Calcurnio Pisone, detta, perciò, "Epistula ad Pisones", definita da Quintiliano "Ars poetica". Con i suoi 476 versi è il componimento più lungo di Orazio. L'Ars poetica, insieme alla "Poetica" di Aristotele, è il più importante documento di critica letteraria e di poetica dell'antichità. Fu molto apprezzata nel '500 e nel '600, severamente criticata durante il Romanticismo, al centro di interessi molto diversificati anche nel XX secolo. Al di là di tutto, essa costituisce un punto di riferimento nell'ambito delle teorie di estetica e di poetica, soprattutto teatrale. I punti salienti dell'analisi di Orazio sono i seguenti:

1)in una prima sezione, dopo alcune considerazioni di carattere generale, vengono affrontate le questioni riguardanti l'unità dell'opera, la scelta dell'argomento e della forma metrica, la coerenza dello stile con il genere, i personaggi e la situazione.

2)Nella parte centrale, Orazio tratta l'argomento della poesia drammatica con spiegazioni dettagliate sulla natura e sul ruolo dei personaggi, sulle funzioni della scena e del coro, sugli aspetti storici e organizzativi del dramma satirico, concludendo con un riepilogo storico del teatro greco e romano.

3)Nell'ultima parte si torna a parlare della poesia in generale e del poeta, approfondendo alcuni aspetti quali l'educazione romana, il fine della poesia, la cultura del poeta e, soprattutto, i concetti di "ars" (tecnica) e di "ingenium" (predisposizione naturale e ispirazione): la poesia nasce dall'unione di entrambi.

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