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Carpe diem, Quinto Orazio Flacco

Orazio fu uno dei massimi poeti dell'età augustea e il più grande lirico della Letteratura latina. Egli nacque a Venosa da un'umile famiglia, infatti, il padre era un liberto.
Dopo la morte di Cesare militò al fianco di Bruto e con lui partecipò alla rovinosa battaglia di Filippi. In seguito il poeta tornò in Italia, dove si trovò solo e senza mezzi, costretto, per vivere, al mestiere di scriba. Gli giovò, in questo difficile periodo, l'amicizia con il poeta Virgilio che convinse Mecenate ad accettarlo nella sua cerchia di amici. Orazio morì nella villa sabina donatagli da Mecenate, dove si era ritirato per dedicarsi interamente alle sue creazioni letterarie.

"Non domandarti – non è giusto saperlo – a me, a te
quale sorte abbian dato gli dèi, e non chiederlo agli astri,
o Leuconoe; al meglio sopporta quel che sarà:

se molti inverni Giove ancor ti conceda
o ultimo questo che contro gli scogli fiacca le onde
del mare Tirreno. Sii saggia, mesci il vino – breve è la vita – rinuncia a speranze lontane. Parliamo e fugge il tempo geloso: carpe diem, non pensare a domani".

IL TESTO

Carpe diem :"afferra l'attimo che fugge, goditi il presente". Ecco la celebre esortazione oraziana che risuona in questa ode, un motivo di riflessione già proprio dei greci, ma di sorprendente attualità. Il nome della giovane donna, a cui il poeta si rivolge, Leucònoe, significa in greco " dalla candida mente" e suona allusivo al tema centrale dell'Ode. Ella infatti, ingenuamente, vorrebbe conoscere la vita che l'attende e per questo interroga con trepidazione gli oroscopi. Ma a che servirebbe conoscere in anticipo il futuro se non a provocare ansia e affanno? Meglio lasciar perdere gli astri e cogliere il giorno presente, assaporandone con saggezza ogni irripetibile attimo.

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