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Orazio - Carpe Diem


Le due odi sono entrambe due dichiarazioni poetiche: la Lode a Mecenate nasconde la volontà di celebrare se stesso e ricostruire la grandezza di Roma, il Carpe Diem di ricostruire il contesto sociale e culturale contemporaneo.
Il tono più morbido, colloquiale e amichevole rappresenta la sua poliedricità, dato che si sa adattare all’interno della stessa opera a più registri; i temi sono più vicini al vissuto dunque il suo tono cambia.
L’intento di ricostruire l’aspetto sociale avviene attraverso la ricostruzione del contesto del banchetto, il convivio nell’antica Roma e simposio in Grecia, che avveniva in ampie sale dove uomini e donne si stendevano e parlavano di letteratura e politica mangiando e sorseggiando vino.
La forma colloquiale è visibile sin dall’incipit grazie all’utilizzo del TU che stabilisce subito l’interlocutore e il rapporto amichevole con chi legge, come se ci fossero due persone che stanno parlando. Nominare gli dei qui serve a giustificare l’operato umano, ha un fine molto più pratico rispetto a quello degli altri scritti.
A livello stilistico, nel primo verso è presente “nefas”, che indica ciò che è illecito fare; questo si riferisce alla stessa volontà degli dei poiché c’erano dei giorni in cui per tradizione, secondo il loro volere, non si potevano compiere attività politiche o fare guerra, altrimenti sarebbe stata scatenata una punizione divina.
E’ come se gli dei tessessero un destino, inconoscibile dall’uomo, che può conoscerlo solo mentre percorre la sua strada, in quanto essere finito (tema delle Parche che tessono il filo della vita).
Segue un iperbato “numeros Babilonios”: i calcoli babilonesi, a cui si fa riferimento perché pare che questa popolazione fosse abile nel calcolare i giorni leciti e illeciti, oltre che i giorni che rimanevano a ciascun uomo da vivere.
L’uomo, secondo Orazio, deve essere pronto a tutto ciò che gli dei hanno programmato per lui; “seu” è una congiunzione correlativa traducibile con “sia”.
Parlando di “tanti inverni” si fa riferimento, metaforicamente, a tanti anni di vita, e si dice che non si può fare nulla di fronte al volere degli dei, si può solo cogliere l’attimo e vivere intensamente la propria vita senza rimpianti.
Tra i versi 5 e 6 si nasconde la volontà di stabilire metaforicamente che la vita dell’uomo prima o poi finirà; segue la descrizione dell’immagine del mare in tempesta ripresa da Alceo e il riferimento preciso a un interlocutore, Leucònoe, fanciulla che meglio doveva rappresentare la serenità dell’età augustea, che era già stata celebrata in altre opere e attraverso cui fornisce un esempio per l’umanità in generale.
Tra il 6 e il 7 il “tu” diventa più forte, in quanto l’autore dice all’interlocutrice che deve essere saggia, mescere (ritorno del tema del vino) e racchiudere in uno spazio breve una speranza nulla: ciò per suggerirle di sfruttare bene ogni momento senza avere l’ansia di capire cosa gli dei abbiano in serbo per lei.
Tra i versi 7 e 8 si trova una sentenza, Orazio trae le somme: il “dum” ha valore temporale, come il cum+ indicativo, e si dice che “mentre noi parliamo, il tempo fugge velocemente, dunque cogli l’attimo, afferra questo momento e godilo, essendo più fiduciosa del momento di oggi piuttosto che serbare le tue speranze per il futuro, che è incerto”.
E’ uno dei passi più famosi della letteratura latina, dato che è il manifesto politico di Orazio che meglio lo rappresenta perché sintesi della sua poetica.
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