L’elegìa è un componimento poetico formato dal distico elegiaco ed è di origine greca (VII secolo a.C.), ma viene rinnovato e assume nuove caratteristiche differenziandosi dai modelli. I poeti elegiaci sono Gallo, Tibullo, Properzio e Ovidio. Ma prima di Gallo l’elegìa era coltivata dai neoterici, tra cui Catullo. Ma Gallo è considerato l’iniziatore dell’elegìa.
• Gallo è l’iniziatore perché scrive solo elegìe e perché la sua opera è il punto di svolta dell’elegìa, resa latina e slegata dai modelli ellenistici: conferisce autobiografia, passionalità e tendenza di raccontare nei carmi una sola storia d’amore. Gallo è un homo novus, appartenente al ceto equestre ed è coetaneo di Virgilio e si suicida perché caduto in disgrazia ed esiliato. Scrive 4 libri di elegìe, gli Amores (Amori), per l’amore di una donna sola, chiamata Licòride.

Ne abbiamo pochissimi frammenti. Ha uno stampo neoterico perché attinge al repertorio di storie mitiche, di amori infelici composto dal poeta greco Partenio. Vi è una accentuazione dell’elemento soggettivo e per lui la poesia è l’espressione delle sofferenze amorose. Si rivolge a Licòride lamentandosi per le sofferenze provocate dalla nequitia (abiezione, indegnità amorosa) di lei. Questo termine sarà molto usato da Properzio per indicare l’infedeltà della donna amata.
• Sappiamo di Tibullo dalle sue stesse elegìe; il poeta faceva parte del Circolo letterario di Messalla Corvino, ed era l’esponente principale. Nasce forse a Roma prima del 50 a.C. e muore giovane, poco dopo Virgilio. Abbiamo di Tibullo una raccolta di poesia in distici elegiaci (tranne una poesia soltanto: Libro III, elegìa 7, in esametri) suddivise in tre libri. La silloge è chiamata dagli studiosi “Corpus Tibullianum”. Nel terzo (e ultimo) libro vi sono componimenti non attribuibili a Tibullo e altri dalla dubbia autenticità. La cronologia delle opere si costruisce sulla base degli indizi interni. In ogni caso il Libro II è subito successivo al Libro I e la produzione poetica è collocata nel tempo tra il 30 e il 20 a.C.
La struttura e i contenuti del Corpus Tibullianum: tre libri.
- Libro I (10 elegìe): - amore per Delia e il desiderio di vita agreste (1-3, 5-6); - amore per Màrato (4, 8-9); - compleanno di Messalla (7); - esaltazione della pace e l’ideale di vita di Tibullo (10). La prima importante differenza con altri elegiaci come Properzio e Ovidio è che loro hanno come solo interesse amoroso la donna; Tibullo, come molti altri greci prima di lui e Catullo, scrive poesia pederotica omosessuale, cantando l’amore per un ragazzo. I carmi per Màrato sono curati e pregevoli, ma molto convenzionali. Si nota una particolare imitazione della poesia erotica di Callìmaco. Nelle elegìe per Delia, allo stesso modo, vi sono topoi ricorrenti come la gelosia e la sofferenza causata dal disinteresse e dall’infedeltà dell’amata. Nel carme di apertura del Corpus, Tibullo affronta il problema della scelta di vita, paragonando la propria esistenza (“povera”, politicamente disimpegnata e in funzione dell’amore vissuto come esperienza totalizzante) alla vita militare, che lui rifiuta perché inconciliabile con amore e tranquillità. La vita militare è lontana dalla tranquillità perché porta alle ricchezze. Lo stesso discute nell’elegìa 3, perché il poeta è ammalato durante la spedizione in Asia Minore e rimpiange l’età dell’oro, quando non esistevano viaggi né guerre, e spera il momento felice in cui tornerà a casa e ritroverà la sua Delia.
- Libro II (6 elegìe): - descrizione degli Ambarvalia (festa rurale, 1); - compleanno di Cornuto (2); - amore per Nèmesi (3-4, 6) - Questa passione, più di quella per Delia, è fonte di inquietudine e sofferenza. Si sviluppa infatti il tema del servitium amoris (schiavitù d’amore) e Tibullo è quindi schiavo di una domina (padrona) capricciosa e crudele; - ingresso di Messallino, figlio di Messalla (5).
- Libro III (20 elegìe): - elegìe spurie (non attribuibili a Tibullo, 1-18); - amore per una puella infedele, non nominata, e la descrizione del tormento del poeta poiché alcuni voci assicuravano l’infedeltà dell’amata (19-20): solo gli ultimi due componimenti sono considerati tibulliani dalla maggior parte degli studiosi. Le elegìe 8-18 cantano l’amore di Sulpicia, nipote di Messalla e prima poetessa latina, per un giovane Cerinto. Molti topoi sono tipici di testi precedenti, greci e latini.
I modelli sono maggiormente Callìmaco e l’epigramma ellenistico. Molti punti di contatto con Properzio. I temi in comune sono il servitium amoris del poeta alla domina, l’infedeltà della puella, la gelosia, il rifiuto della vita militare, il disinteresse verso la morte per via della presenza della donna amata.
Ma la poesia elegiaca non è fatta soltanto di topoi, poiché non è da escludere la possibilità di trovare reali esperienze di vita rielaborate letterariamente. Infatti questo appare anche come un omaggio alla tradizione e perché vedono nei topoi degli strumenti adeguati per esprimere il proprio vissuto. Ma il carattere soggettivo e autobiografico non deve ingannarci, perché, anche se abbiamo l’impressione di un autobiografismo, è necessario ricordare che l’”io” lirico è un personaggio letterario, che non coincide perfettamente con l’autore.
Delle due donne cantate da Tibullo, quella meno lieve è Delia, descritta con morbide braccia e con lunghi capelli biondi. Lei è infedele, ma appare affettuosa e tenera, soprattutto quando il poeta la ricorda. Lui la immagina rattristata per la partenza (di lui) o ansiosa per il suo ritorno (di lui), oppure desidera una vita al suo fianco, nella serenità della vita agreste. Nèmesi, invece, che in greco vuol dire “vendetta”, è forse utilizzata da Tibullo per vendicarsi del disinteresse della vera amata, Delia. Nèmesi è infatti una cortigiana avida di denaro e appare come la domina capricciosa. Questi tratti sono fusi a elementi realistici, come la commozione di Tibullo alla morte della sorella di lei, caduta da un’alta finestra.
Come faceva Virgilio, anche Tibullo scrive per creare un mondo soggettivo e illusorio, che usa come rifugio ed evasione. Il tema che il poeta sa rendere nel miglior modo è infatti proprio quello dell’aspirazione alla pacifica vita dei campi, idealizzata secondo i moduli delle Bucoliche, ma in un contesto solo latino dove si richiama la purezza originaria della prima civiltà latina. La campagna, come per Virgilio, è per lui il locus amoenus di evasione, lontano dai vizi, dalla corruzione e dalla violenza, dalla politica e dalla guerra. Ma vi è maggiore realismo che nelle Bucoliche.
Quasi assente in Tibullo è il mito, che era fondamentale nell’elegìa ellenistica e che lo sarà per Properzio. Tibullo non sfoggia la sua sapienza mitologica e non è il poeta doctus. La sua poesia è soggettiva e incentrata sull’amore e i sentimenti (malinconia, tenerezza, autocommiserazione...).
La struttura compositiva delle elegìe Tibulliane è aperta, cioè basata sulla successione di temi diversi (legati per associazioni di idee) e molto spesso diviene monologo interiore, la sua poesia, o un dialogo immaginario con la donna amata, gli dèi o altri personaggi reali o fittizi; gli stati d’animo mutano e sono frequenti i cambi d’interlocutore. Lo stile di Tibullo è semplice, limpido ed elegante, così ci dice Quintiliano. Il tono è misurato e “medio”, lontano sia dalla sublimità dei generi alti, sia dalla banalità del sermo cotidianus. Gli schemi sintattici e metrici sono ricorrenti.
Il distico ha un’autonomia semantica (ogni distico ha senso compiuto se preso singolarmente ed esprime un significato preciso e compiuto, o un concetto). L’ordine delle parole segue schemi costanti, per esempio la divisione dell’aggettivo e del sostantivo cui si riferisce e si collocano (gli aggettivi) a metà del distico. Questi stilemi (formule ricorrenti) creano un andamento prevedibile. Ne deriva la musicalità che contribuisce a creare l’atmosfera di dolcezza e di “mollezza”, caratteristiche proprie dell’elegìa.
• I dati biografici di Properzio, come per Tibullo, si ricavano dalla sua stessa opera. È nato ad Assisi intorno al 50 a.C.; da bambino perse il padre e alla famiglia vennero confiscate molte proprietà per via delle confische dopo le guerre civili viene a Roma e si lega ad altri letterati, tra cui il giovane Tullo al quale Properzio dedica la sua prima opera: un libro di elegìe d’amore per una donna, chiamata Cinzia (i nomi di queste donne sono tutti pseudonimi).
Dopo la pubblicazione di questo Libro I, Mecenate lo accoglie nel suo Circolo. Il Libro II è infatti dedicato a Mecenate, presentato come patrono e protettore. Nel Libro III troviamo un epicedio (componimento poetico alla morte o per la morte di qualcuno) per Marcello, il nipote deceduto di Augusto. Nel Libro IV abbiamo notizie di avvenimenti del 16 a.C. e dopo questa data non abbiamo più sue notizie. Si pensa sia morto poco dopo oppure che abbia abbandonato la scrittura di elegìe. Le elegìe di Properzio sono contemporanee a quelle di Tibullo e vi sono anche così tanti punti di contatto che non si può definire chi dei due abbia imitato l’altro.
+ Il Libro I (22 carmi) è conosciuto con il nome greco di Monòbiblos (unico libro): il tema principale è l’amore per Cinzia. Sin dalla prima elegìa, Properzio si presenta come l’innamorato infelice, secondo i canoni dell’elegìa. L’aggettivo frequente è miser, attribuibile a chi soffre per amore. Si ritrova infatti a fare un bilancio di un anno di passione e lo vede vacuo: si vede senza dignità e ragionevolezza, schiavo di una domina (padrona) crudele. Chiede infatti aiuto alla magia (tema caro agli alessandrini e limitato, ma presente, in Virgilio) e poi agli amici, ma sa che la “malattia d’amore” è inguaribile. Ma riconosce quanto le sofferenze amorose gli siano utili, necessarie alla scrittura di poesie, poiché sono la legna per fare il fuoco. Nelle elegìe 7 e 9 Properzio definisce la poesia come sfogo al dolore e come mezzo per riconquistare l’amata. Il tema properziano per eccellenza è il rapporto necessario tra vita vissuta in funzione dell’amore e poesia d’amore. Questa vita in funzione dell’amore presuppone infatti il rifiuto dei generi elevati, come l’epica, poiché si preferisce un’arte tenue, raffinata e delicata, che sia gradita alla domina. Infatti proprio con il rapporto tra amore e poesia saranno costruite le recusationes per Mecenate dal Libro II (si declina l’invito per via della propria inadeguatezza al genere alto). Altra differenza con Tibullo è che Properzio riconosce quanto la sua vita sia lontana dai valori tradizionali e moralmente discutibile, che si configura come nequitia (l’indolenza di chi rifiuta l’impegno civile per dedicarsi all’amore).
+ Il Libro II (40 elegìe) si apre con la dedica a Mecenate seguita dalla recusatio di non poter scrivere epica perché la sua scelta di vita lo porta a scrivere d’amore, ispirato dalla puella Cinzia. Ma nell’elegìa 10, cantando Augusto, gli dirà di poter scrivere epica in futuro, alla vecchiaia, quando l’età gli impedirà l’amore. Properzio, audace anticonformista, afferma che né Giove né quantomeno Ottaviano hanno il potere di separare gli amanti e afferma, per provocare, che non diventerà padre per non far diventare soldati i suoi figli. L’amore è l’esigenza unica e si rifiutano i valori morali, sociali e patriottici dati dalla tradizione. Lui è quindi in contrasto con la politica di restaurazione di Augusto.
+ Il Libro III (25 elegìe): il tema amoroso non è più il protagonista. È probabile che le sollecitazioni di Mecenate l’abbiano portato in direzioni diverse e più impegnative. Nelle elegìe proemiali 1, 2 e 3, si definisce seguace degli alessandrini Callìmaco e Filita e contrappone elegìa ed epica, rifiutata sia per ragioni stilistiche, sia perché è poesia di Guerra. Nella elegìa 4 si celebra Augusto e nella 18 si compiange il nipote di Augusto, Marcello. Rende protagoniste poi donne terribili del mito e della storia, tra cui Cleopatra, nella 11. Properzio appare dunque ora flessibile e si adegua alle richieste dei potenti protettori, nonostante per La Penna sia una difficile integrazione.
Le ultime due elegìe del Libro III sono dette del Discidium, della rottura (o separazione). In queste, il poeta dà l’addio a Cinzia dichiarandosi finalmente libero dal servitium amoris (schiavitù d’amore) e dal tormento dato dalla passione. Properzio quindi è finalmente disposto ad abbandonare la sua condizione di nequitia e la poesia d’amore. Questo vale anche nel caso in cui la rottura con Cinzia sia soltanto una finzione letteraria. Properzio, nel proemio del Libro IV, mostra un deciso mutamento di temi, stile e tono. Abbandona le recusationes e imposta un programma ambizioso di poesia celebrativa in linea con la politica di Augusto. Vuole infatti dedicarsi alla celebrazione di Roma e delle tradizioni, ma non va contro il suo stile di vita precedente né la poesia d’amore. Contrappone infatti l’epica, che rifiuta, all’elegìa di Callìmaco. La differenza con i libri precedenti sta nel modo di pensare l’elegìa, non più poesia erotica ma eziologica, che spiega le cause originarie di riti, feste o nomi. Ma troviamo una nuova recusatio dove Properzio incontra un astrologo che gli fa notare la sua inadeguatezza con l’epica, e che la sua vocazione era di poeta d’amore. È per questo che può essere definito un proemio ambiguo. E allo stesso modo lo è anche il libro.
+ Il Libro IV (11 elegìe) è infatti dipartito, come il proemio. Il programma di poesia eziologica è rispettato solo in parte e troviamo carmi erotici e in due di questi anche la stessa Cinzia, nonostante il Discidium nel finale del III. Il libro è infatti misto e composito e i componimenti sono di genere e argomento molto diversi.
Dopo la prima, troviamo 10 elegie e di queste solo cinque sono davvero eziologiche (2, 4, 6, 9, 10): sono le elegìe Romane, e la 6 è la principale. In questa si esalta la vittoria di Azio. Nella 2 si fa parlare il dio Vertumno che spiega i motivi per i quali è onorato. La 11, che è un elegìa romana, ma non proprio eziologica, è un elogio funebre a una Cornelia e vi è una esaltazione dell’amore coniugale e degli affetti familiari.
Nelle elegìe rimanenti, il filone erotico viene sviluppato con originalità e innovazione. La 3 è una patetica lettera d’amore da Aretusa allo sposo Licota, in oriente per la guerra. La 5 è una violenta invettiva a una mezzana, personaggio della commedia e del mimo. Nella 7 il poeta sogna il fantasma di Cinzia dopo la sua morte che lo rimprovera per averla tradita e dice di essergli sempre stata fedele e detta le sue ultime volontà. Vi è il tema di éros e thanatos già sviluppato in molte elegìe nei libri precedenti. Nella 8, in contrasto con la 7, Cinzia è viva e tradisce Orazio fuori Roma e il poeta si vendica invitando a casa due cortigiane, ma Cinzia torna e scoppia una violenta scenata di gelosia e accetta di riconciliarsi solo a patto di rispettare due condizioni. La raccolta di Properzio testimonia una graduale evoluzione sia nei contenuti (allargamento dei temi da quelli erotici a quelli eziologici e celebrativi) sia nella forma, che finisce per essere completa ed elaborata.
Come Tibullo, anche Properzio costruisce un mondo dove mischia realtà e finzione, ma lui è più intenso e appassionato di Tibullo. Nei primi libri, infatti, la folle passione per Cinzia, anche se fonte di sofferenza, era l’unica ragione di vita e unico alimento della sua poesia. Anche il personaggio di Cinzia è più dinamico, vivo e concreto delle donne tibulliane. È dotata di una forte personalità, bellissima, intelligente, fascinosa e suscita un amore travolgente e il poeta descrive gioie e dolori dati da questo amore. Le ansie, le delusioni, le crisi e le riconciliazioni. Come accadeva con Tibullo, anche Properzio passa da un tema all’altro per associazioni di idee e anche qui abbiamo improvvisi cambi di interlocutore. Lo stile è elaborato e ricercato e i trapassi logici e psicologici sono più bruschi. La sua poesia è complessa e difficile, nuova e originale, ricca di allusioni e di figure audaci. Ad aumentare la difficoltà sono i riferimenti mitologici, quasi assenti in Tibullo. Nel mito, Properzio trova un repertorio vasto di exempla con i quali confronta la sua situazione sentimentale. Si rapporta poi al mito per subliminare la sua storia personale, allontanandola dalla banalità del quotidiano. Nel passaggio dal Libro I al IV, lo stile diviene più complesso, ma sin da subito il linguaggio è composito, fitto di allusioni ai testi precedenti. Mira alla concentrazione espressiva, arrivando alla concettosità e un po’ all’oscurità. I livelli linguistici usati sono diversi e così la poesia appare varia, ma sempre perfetta nella forma grazie al labour limae tipico degli alessandrini.

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