L'Elegia

Elegia (Grecia)
L’elegia in Grecia ha origine in età arcaica, e presenta come contenuti temi di carattere guerresco – patriottico, esortatorio, politico, didascalico, moraleggiante, erotico, lamentoso – funebre. La forma metrica è il distico elegiaco. Questa tipo di letteratura si distingue poi in età ellenistica per l’adesione a temi eruditi, e mitologici espressi con un linguaggio raffinato. Viene inoltre introdotto l’epigramma breve che presenta contenuti d’amore personale.

Elegia (Roma)
L’elegia romana pone in primo piano l’autobiografia, una sfera personale che mette in evidenza l’esperienza soggettiva del poeta. Questo nuovo genere presenta il tratto tipico della tradizione romana ossia il principio di imitazione che, misto a un tocco di originalità, fa si che si distingua dal genere letterario greco. Possiamo infatti ritrovare elementi come la raffinatezza formale, il gusto dell’erudizione e della decorazione mitologica, la delicatezza espressiva. I temi innovativi sono invece la ricerca di significati umani ed etici, dato caratteristico della civiltà romana, ed il ricorso all’autobiografismo e alla soggettività.

Il modello di Catullo
Primo degli elegiaci romani fu Catullo, con i suoi “eleghéia”, che diverrà il punto di riferimento per i successivi elegiaci come Tibullo e Properzio. Gli elementi guida sono l’avversione alla mentalità tradizionale, la dedizione assoluta alla donna amata e l’idea dell’amore come sofferenza ma anche come realtà a cui il poeta deve votare tutta la vita. Tra i più famosi elegiaci dopo Catullo troviamo Partenio di Nicea, Cornelio Gallo, Tibullo, Properzio e Ovidio.

Il codice elegiaco
Il genere elegiaco segue un tipo di codice ripetitivo, standardizzato, che diviene scontato. Temi, situazioni, luoghi emotivi ricorrono in buona parte dei componimenti prodotti a Roma, dando l’idea di scarsa originalità. Per il poeta elegiaco l’amore è l’elemento caratterizzante della sua vita. Egli è assuefatto dalla donna, che ama indipendentemente con intensità e devozione esclusiva, e che viene celebrata nei suoi versi in tutta la sua bellezza, ma anche nella sua inaccessibilità. Questo è il tema del servitium amoris che sfocia nella militia amoris: una “guerra” che il poeta conduce per ottenere l’inespugnabile donna che contrasta il suo amore. La figura dell’elegiaco, schiavo della donna amata e dell’amore, viene giudicata dalla tradizione roana come degradazione e condanna sociale vergognosa, dell’uomo che è pronto ad annientare la propria dignitas dinanzi all’amore. I poeto elegiaci oppongono, in tutta risposta, l’otium al negotium, come esistenza dedita al più frivolo dei piaceri, l’amore. Contrappongono alla guerra in battaglia e alle armi di ferro rispettivamente la gloria dell’incontro erotico e le armi della seduzione. Si crea dunque l’immagine del giovane sfacciatamente libertino, un giovane che però avverte la propria relazione come un furtum, una relazione clandestina. Il suo unico desiderio è quello di legittimarla attraverso il foedus, un vero e proprio patto sottoscritto. Ma la domina che il poeta adula nei suoi versi è una donna cinica, frivola e volubile, che non sente l’impegno della relazione così come è sentito dal poeta. L’elegiaco si ritrova infatti a dover affrontare altri amanti, solitamente di buon partito, sperando di trionfare grazie ai propri versi celebrativi. L’amore malato genera dunque dolore, sofferenze, inappagamento e frustrazione che portano il poeta a creare un flebile carmen ossia una poesia di lamento.

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