Tragedia arcaica - Pacuvio e Accio


Il II secolo a.C. può essere definito “il secolo d’oro” della tragedia latina, grazie al notevole successo di Pacuvio e Accio. La tragedia era divenuta un genere importante nel panorama della letteratura latina, un genere che contribuì a creare il mito romano e il senso di appartenenza ad una civiltà.

Marco Pacuvio (Taranto, 220-130 a.C.)

Letterato, pittore e musicista (componeva la musica per accompagnare le sue opere), fu autore di 13 tragedie, dodici di argomento mitologico e una praetexta (Paulus) che celebrava la vittoria di Emilio Paolo a Pidina nel 168 a.C. Caratteristiche di Pacuvio sono l’introduzione della religione e della filosofia in opere che trattavano temi di grande portata, come il divenire delle cose o l’incidenza della Fortuna (da lui considerata pazza, cieca, ottusa, folle, crudele e come la personificazione del caso). I personaggi di Pacuvio sono eroi che lottano fieramente contro il loro destino, uomini magnanimi e impassibili di fronte alle disavventure. Egli tese allo sperimentalismo, e ciò è messo in evidenza dal suo tentativo di coniare neologismi e costrutti basati sul modello greco.

Lucio Accio (Pesaro, 170-86 a.C.)

Si occupò anche di grammatica, filologia e critica e fu autore di commedie, ma il suo genere prediletto du quello tragico: scrisse, infatti, oltre 50 tragedie, molte delle quali si rifacevano al ciclo troiano, a quello tebano e ad altri miti. I suoi personaggi sono dei veri eroi sia del bene sia del male cui l’autore collega una riflessione sul tema del potere e il suo esercizio. I toni dominanti sono il patetico e l’orrido, con l’apparizione di spettri, incubi, sogni e prodigi. Anch’egli, stilisticamente, tese allo sperimentalismo linguistico e all’uso di neologismi, puntando a stupire lo spettatore. La rappresentazione delle sue tragedie è particolare perché se dapprima passava attraverso ad una spettacolarizzazione spinta con allestimenti scenici grandiosi, in un secondo momento fu riservata ad un ristretto pubblico di intenditori e senza contatto sulla scena. Essa conobbe anche un declino, dovuto alla sua rigidità strutturale e al fatto che essa non fu mai un genere di massa: il pubblico romano preferiva spettacoli più leggeri ed evasivi, e ciò segna una profonda divaricazione tra quella che era la plebe romana e quella che era l’elite culturale.
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