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Tito Livio nacque nel 59 aC a Padova da una famiglia probabilmente benestante; della sua vita abbiamo poche notizie: visse tra Padova e Roma ed ebbe qualche familiarità con Augusto, che scherzosamente lo chiamava pompeiano per via delle sue simpatie per Gneo Pompeo; morì a Padova nel 12 o nel 17 d. C.

Livio dedicò parte della sua vita alla stesura di una storia di Roma chiamata "AB URBE CONDITA", ovvero "dalla fondazione di Roma", anche se Livio si riferisce alla sua opera con nome di Annales. L'opera comprendeva 142 libri pubblicati in decadi o pentadi, precedute da prefazioni. Egli iniziò a comporre l'opera tra il 31 e il 27 a. C. e vi si dedicò per tutta la vita; la narrazione parte dalle origini di Roma ovvero dall'arrivo di Enea fino alla morte di Druso, anche se probabilmente in origine sarebbe dovuta arrivare alla morte di Augusto, nel 14. Oggi possediamo solo la prima decade, la terza, la quarta e metà quinta. Possiamo però ricostruire il contenuto dei libri perduti grazie ad alcuni frammenti e alle PERIOCHAE, ovvero dei riassunti di tutti i libri scritti sulla base di epitomi, ovvero versioni abbreviate. Difatti la lunghezza dell'opera la rendeva impossibile da consultare o da possedere, dunque già nel 1secolo si diffusero degli epitomi dell'opera. Per esporre gli eventi egli torna alla struttura annalistica della storiografia romana, infatti l'opera iniziava con il nome dei consoli, e poi vi era l'esposizione dei vari avvenimenti anno per anno o per gruppi. Nonostante lo schema rigido, Livio organizza l'opera in unità molto compatte. Egli inoltre non consultò fonti primarie (annali, testi e trattati ufficiali), ma utilizzò opere di storici precedenti senza però nominarli esplicitamente. Tuttavia le fonti non erano sicure, ma egli scelse di far riferimento ad una fonte che gli permettesse di glorificare i vari eventi e la grandezza di Roma. Ci sono dei casi in cui egli menziona le varie ipotesi, ma non fa una attenta analisi di queste per cercare la verità. Per la parte arcaica invece la narrazione si appoggia molto sulle opere di diversi annalisti per ogni decade, come Fabio Pittore o Polibio.

Livio inoltre non è sempre fedele nei confronti degli autori che egli sceglie di seguire; ciò emerge se si paragona l'opera a quella di Polibio, unica fonte pervenutaci. Livio infatti non altera il racconto, ma omette alcuni particolari di scarso rilievo drammatico, e si sofferma sulla psicologia dei personaggi. Altre volte invece omette o modifica alcuni episodi della storia di Roma che potrebbero mettere in cattiva luce il popolo romano. Si possono anche notare alcuni errori nella traduzione, derivante probabilmente dalla frettolosità o dalle scarse competenze tecniche in campo militare; il poeta inoltre non mostra molto interesse nei confronti dei popoli coi quali i romani erano venuti a contatto, e le descrizioni sono spesso ricche di particolari fantasiosi (traversata delle Alpi). Egli però riporta fedelmente leggende e prodigi, con uno scrupolo reverenziale che egli chiama animus antiquus, che gli impedisce di assumere un atteggiamento scettico o critico. Nella parte arcaica inoltre utilizza anche racconti mitici e leggende, sempre per lodare e celebrare Roma.

Vi sono due elementi della Prefazione dell'opera che sembrano essere costruiti appositamente per creare un effetto contrastante. Da un lato Livio sostiene che Roma stia vivendo un periodo di grave decadenza morale, una crisi quasi irreversibile; dall'altro si ricorda però la grandiosa storia del popolo romano, le virtutes e i mores dei cittadini, e le origini probabilmente divine di Roma. Parole simili sono state dette da Sallustio e saranno dette da Tacito; vi è dunque una vena pessimistico-moralistica nella storiografia romana, che tende a contrapporre le miserie del presente con la gloria del passato. Evidenziare il motivo di questa decadenza significa dunque denunciare come i romani si siano lasciati travolgere dall'avidità, portata dalle ricchezze, dal lusso e dalle passioni, analisi che converge con quella di Sallustio. Ciò è dunque un topos storiografico che ha radici nella mentali romana che ha sempre guardato alla ricchezza come il peggiore dei nemici della stabilità sociale e morale di Roma. Sallustio per muovere la sua critica usa il genere della monografia, mentre l'opera di Livio supera la fase della denuncia coi suoi exempla morali, nei quali i valori più importanti del mos maiorum trovano incarnazione in alcuni personaggi: Livio dice che imitandone i comportamenti, i romani si sarebbero potuti salvare. Per Livio dunque, la storia assume valore didattico. Quella di Livio è dunque una storiografia etica, poiché gli exempla su cui si basa hanno un fondamento di ordine morale. Il mos maiorum era costituito da diversi comportamenti virtuosi,come la devozione religiosa -pietas-, il rispetto per la parola data -fides-, la capacità di sopportare le avversità -constantia-, la modestia -frugalitas-, la pudicitia, virtù femminile, la forza d'animo -fortitudo animi-. Egli inoltre associa questi valori a precisi personaggi o gruppi di personaggi, come Numa Pompilio (pietas) o Camillo e Muzio Scevola (fides).

Molta importanza ha una parte dell'opera, quella dedicata alla seconda guerra punica, combattuta tra Cartaginesi e Romani. Il racconto assume una dimensione esemplare, difatti Livio interpreta questa guerra come un confronto tra le virtutes dei Romani e i vitia dei Cartaginesi. Ad incarnare le prime c'è Scipione Africano, descritto come un uomo ricco di pietas e rispettoso della fides, completamente l'opposto del comandante Annibale, privo di pietas ed esempio della Punica perfidia. Tuttavia Livio rispetta la tenacia con cui Annibale portò avanti la guerra e racconta del suo suicidio; accentuando i valori del nemico, non fa altro che esaltare la gloria di Scipione.

Le gesta individuali sono viste in una struttura superiore, lo Stato romano, che consente di conservare il frutto di queste azioni; lo stato esisteva già nella comunità di Enea e nella piccola cittadina fondata da Romolo, ma trovò la sua vera identità nella Repubblica instaurata nel 510 a. C.
E' infatti la repubblica l'arma in più della potenza di Roma. Vi è inoltre un'ideologia conservatrice, poiché la libertas repubblicana è possibile solo se accompagnata dalla concordia sociale. Livio infatti non manca di denunciare le varie lotte tra la plebe e dà ritratti negativi dei tribuni della plebe. Importante è la religione, e Livio spesso ricorda la legittimità di credere a miti e leggende che mescolano l'umano col divino, e conducono a Marte la genealogia di Romolo; inoltre mostra come sia importante non ignorare i segnali divini mandati agli uomini. Per Livio, dunque, il Fato è il garante della grandezza di Roma. Il volere divino, la superiorità morale e il valore militare del popolo sono i fattori di legittimazione dell'imperialismo romano. L'interpretazione di Livio della storia vuole celebrare la grandezza del passato repubblicano di Roma e esaltare i valori del mos maiorum; ciò fece di Livio il massimo cantore della res publica Romanorum. Negli anni in cui Livio scrive, Augusto sta trasformando la repubblica: egli faceva leva sul rispetto della tradizione, sul ripristino del mos maiorum, sulla valorizzazione della religione; dunque vi fu convergenza tra le parole di Livio e ciò che stava facendo Augusto, tuttavia Livio non fu una voce di regime, ma fu il regime che comprese ciò che i cittadini romani avrebbero voluto sentirsi dire, ovvero che il ritorno ai tempi antichi era possibile. Inoltre focalizza la narrazione sui personaggi, sulla loro psicologia e sui loro ipotetici discorsi; trasforma dunque la storia in una grande scena teatrale.

Livio si avvicinò ad Augusto probabilmente senza condividere il suo progetto politico, ma con l'illusione che il legame col passato potesse non essere reciso del tutto, e se così fu, covò una speranza destinata a fallire. D'altro canto, egli non era un pensatore, ma solo un abile narratore.

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