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La fabula Atellana


La fabula Atellana o “commedia delle maschere” conobbe la sua massima fioritura durante l’età di Silla. Stando a quanto scrive Tito Livio, allorché la satura scenica passò ad attori professionisti e venne costituita un’arte della rappresentazione teatrale, i giovani romani lasciarono le commedie agli istrioni per prendersi il monopolio di un nuovo genere, una specie di scherzo poetico, chiamato successivamente “exodium” che si confuse e si intrecciò con le fabulae atellanae.
Si trattava di uno scherzo comico che veniva proposto dopo la rappresentazione di una tragedia. Gli attori che recitavano questo genere comico, forse derivato dagli Osci, conservavano tutti i diritti dei cittadini, mentre gli “histriones” che recitavano le commedie erano colpiti d’infamia ed esclusi dai diritti civili. Questo significa che i attori delle fabulae Atellanae erano considerati come estranei all’ars ludrica.
La fabula Satellana si chiamava così da Atella, una piccola città osca della Campania. Non sappiamo quando essa fu introdotta a Roma, ma si può ragionevolmente presuppone che giunse a Roma verso il 313-312 a.C. al tempo della spedizione in Campania. Si può anche affermare che l’Atellana era simile ai drammi satirici della Grecia e questo non ci deve stupire perché l’Italia meridionale era il punto di incontro fra diverse civiltà.
Le fabulae Atellanae erano delle brevi farse, con una trama comica e a volte oscena; nella maggior parte dei casi le parti erano improvvisate o su canovaccio, un po’ come succederà molto più tardi con la Commedia dell’arte, ed esse erano affidate a delle maschere fisse che durante la recita non venivano mai tolte.
I tipi fissi erano quattro: tre ingenui e poco intelligenti (Pappus, il vecchio babbeo rimbambito, Maccus, il bonaccione stupido, Bucco, la boccaccia dalle espressioni volgari) e da un personaggio astuto, Dossennus, un gobbo buon mangiatore che prende in giro ed imbroglia tutti). Esisteva anche una quarta maschera, il Kikirrus che aveva l’aspetto di un animale, il cui nome richiama il verso del gallo. Pare che questa maschera sia sopravvissuta nella tradizione popolare napoletana in Pulcinella.
Al tempo di Silla, la fabula Atellana diventò un’opera letteraria e dall’improvvisazione si passò alla commedia scritta. Il dialetto osco rimase come solo uso dialettale, riservato ad un solo personaggio e ai tradizionali giovani romani si sostituirono attori di professione. Gli scrittori dell’ Atellana sono A. Novio e L. Pomponio le cui opere, però, sono andate perdute.
Il mondo rappresentato è quello urbano, popolano e contadino e le tematiche sono tratte dall’ambiente degli umili e della povera gente
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