Quinto Ennio
Quinto Ennio fu considerato a lungo il padre della letteratura italiana. i motivi di questo ruolo sono molteplici: Ennio portò a compimento il processo di ellenizzazione già intrapreso da Andronìco e proseguita da Nevio, scrivendo un poema nazionale (gli Annales) in esametri: cioè nel verso più elegante della poetica greca, che prese poco a poco il posto del saturnio. aprì alle varietà di forme e generi poetici, tipica dell’alessandrinismo, ampliando il campo della letteratura al di là della consueta triade: elegia-tragedia-commedia. seppe associare all’esaltazione patriottica dello stato romano la parallela esaltazione dei singoli personaggi che avevano servito lo stato(come nel caso di Nubiliore, e le sue gesta nella campagna in Grecia),venendo quindi incontro alle famiglie che volevano riconosciute le loro imprese. importante fu il valore artistico dell’opera: Cicerone, amava Ennio ma soprattutto le sue tragedie, Orazio, definendolo arcaico, gli affibbia il nome di pater.


nacque nel 239AC, da una nobile famiglia,a a Rudiae, in salento, nella zona più meridionale della Puglia, luogo che i Romani chiamavano Calabria. Rudiae era sotto il controllo di Taranto, quindi era influenzata anche dalla cultura greca. Ennio disse di avere tria corda, tre cuori, riusciva infatti a pensare, leggere e parlare in latino, osco e greco. dopo la seconda guerra punica, dopo la disfatta a Canne, molti Romani passarono dalla parte di Asdrubale, ma lui fieramente rimase con Roma, si arruolò nell’esercito e combattè in Sardegna

nel 204 AC Cartone, di passaggio in sardegna al ritorno in italia dall’africa, scovò il talentuoso Ennio e lo portò con sé a Roma. il suo atto fu da un lato molto benevolo, ma dall’altro porto Ennio come una di principali nemici nel processo di antiellenizzazione

giunto a Roma, infatti, si legò a Scipione Africano e al cugino Scipione nasica(a ricordare questa amicizia, un busto di Ennio sarebbe stato ritrovato nella tomba degli Scipioni), nel 183 AC scrisse un poemetto Scipio, dedicato ed esaltando la sua figura anche negli Annales. fu molto vicino anche a nubiliore. il quale partendo per una campagna militare in grecia, lo portò con sé per narrare le sue imprese, uso inaugurato da Alessandro Magno e che Carone deplorò. nl 184 AC seguì il figlio Marco nella fondazione di Potenza, Picena e Pesaro. ottenne la cittadinanza romana cosiccè potè scrivere con orgoglio “nos sumus Romani qui fuimus ante rudini” morì nel 169 AC.

Ennio fu l’ultimo poeta a scrivere, secondo la tradizione sia tragedie che commedie. ma la sua ispirazione tendeva al tragico e al patetico quindi la commedia fu un genere minore, ci rimangono solo due titoli: Caupuncula e il Pancratiastes( l’atleta del pancrazio, una specie di lotta libera nella quale tutto era consentito). divenne celebre per le sue tragedie, che scrisse fino alla sua morte (il thyestes è del 169), di esse ci sono pervenuti circa 20 tioli e circa 200 frammenti. le tragedie erano quasi tutte cothurnatae, rispettando i temi del repertorio troiano, come Achilles, Aiax, Alexander, Andromacha aecmalotis, hectoris lutra(dove viene narrata la restituzione del copro di ettore al padre), hecuba e Iphigenia. ma non mancano altri titoli di altri argomenti famosi come la saga degli Atridi o la medea, che si ispirava al modello euripideo, come quasi tutte le sue opere.

possiamo dire che Ennio, non si ispirava o rielaborava le opere di modello greco, ma si rifaceva liberamente ad esse cambiando spesso l’intera costruzione, come ad esempio nella Medea o nelle Eumenidi, che riporta una descrizione della natura assente nel poema di eschilo o ancora,un coro di soldati nell’Iphigenia al posto del coro di ragazze.

lo stile adottato è non solo alto e solenne, ma ampiamente tendente al patetico, amplificato da ricchissime figure retoriche di suono come allitterazioni, omoteleuti, paronomasie. un altro tipico uso della tragedia romana erano le sententiae, di cui sembra essere proprio Ennio l’iniziatore. erano infatti massime orali o filosofiche all’interno del tessuto dialogico: melius est virtute ius (hectoris lutra). Ennio scrisse la praetexta Sabinae, ispirata ad una delle più note vicende romane, il ratto delle Sabine. molto probabilmente, una praetexta fu anche l’Ambracia, dedicata alla conquista della città greca da parte di Nubiliore nel 187 AC durante la spedizione contro la Lega Etolica.

nell’ultimo ventennio della sua vita Ennio, si dedicò alla composizione degli Annales, un poema storico a gloria di Roma. era consapevole che un poema nazionale, per essere tale, doveva celebrare ed esaltare al massimo le gesta romane. egli però si ripropose di non raccontare un solo episodio, ma tutta la storia dalle origini fino ai suoi anni. l’opera narra anno per anno i fatti accaduti, tecnica usata per la prima volta negli Annales Maximi, inaugurati dai pontefici, e poi ripresi nel III AC, dai primi storiografi chiamati annalisti. l’opera era divisa in 18 libri, pubblicati in esadi o triadi( è probabile che Ennio avesse inizialmente pensato di chiudere il poema con il XII libro, poi con il XIV, nel quale si raccontava la presa di Ambracia, ad opera di Nobiliore, avvenuta nel 187 AC). ci sono rimasti 440 frammenti per un totale di circa 600 versi.

dal punto di vista letterario, egli seppe fondere in un equilibrio che era in sintonia, con i tempi, la tradizione romana antica( la scelta del poema storico, il linguaggio innervato dei potenti e i continui richiami allitteranti e fonici), con quella greca ed ellenistica (l’esametro). dal punto di vista ideologico, Ennio, operò in modo simile: all’esaltazione di Roma come idea impersonale alla quale ogni uomo romano dedica le proprie energie e la propria vita, associò l’esaltazione dei grandi personaggi.( come quelle per Quinto Fabio Massimo, di cui si ricorda l’esametro “morbus antiquis res stat romana virisque”.

Catone il Censore, fu un grande oppositore di questa esaltazione, così nelle Origines, dove praticamente tacque i nomi dei personaggi. dall’altra parte Ennio appoggiava le tendenze ellenizzanti degli Scipioni, come è testimoniato da un frammento nel quale è descritto un anonimo “amico di Servilio” del consolo Germino Servelio che morì nella battaglia di Canne. in quest’uomo si trova la via di mezzo tra il civis romano e l’uomo greco per eccellenza, si afferma infatti l’idea dell’uomo di humanitas (fedele, dotto, coraggioso). questa sorta di amicizia con Servilio, prefigura l’amicizia tra Scipione Emiliano e Lelio.

dal punto di vista letterario, Ennio affermò con chiarezza la sua figura di ellenizzatore. nel proemio del I libro, il poeta dopo l’invocazione alle Muse, immaginava che gli apparisse in sogno Omero, il quale si sofferma sulla descrizione della metempsicosi, sostenendo che la sua anima era trasfigurata in quella di un pavone, per poi svelare che alla fine del ciclo di reincarnazioni della sua anima, si era reincarnato definitivamente in lui, Ennio. nel proemio del VII libro, Ennio entrava invece più direttamente nella polemica letteraria, secondo un uso più recente della scuola alessandrina. un secolo prima infatti il maestro, Callimaco, aveva introdotto come proemio del suo poema elegiaco Aitia, una forte polemica contro i suoi avversari e critici. Ennio usò la stessa tecnica nella trattazione della Prima guerra punica.( “altri scrissero sull’argomento, Nevio, e i docti)

questa triplice presenza (omerica, alessandrina, romana), si può infatti riscontrare analizzando i frammenti in nostro possesso. l’aura solenne ed arcaica del linguaggio epico omerico era richiamata attraverso l’invenzione di nuovi epiteti, la ripetizione di interi emistichi formulari, l’inserimento di similitudini che ispiravano liberamente a omologhe situazioni omeriche, e ancora attraverso l’uso di arcaismi e di parole greche traslitterate. si mescolava anche il gusto alessandrino per le situazioni patetiche, per l’analisi psicologica di personaggi in situazioni estreme. infine la solennità epica quanto lo psicologismo e il patetismo si realizzano attraverso il gusto tipicamente latino ed italico, caratterizzato dal continuo uso di figure di suono: allitterazioni e onomatopee, e il gusto per l’orrido

anche nel caso delle opere minori, Ennio, introduce una novità nel panorama della triade romana: tragedia-epica-commedia:
-opere ispirate alla poesia greca ed ellenistica: Hedyphagetica, un poemetto didascalico in esametri, ispirata all’omonima opera di Archestrato di Gela, gli Epigrammi, brevi componimenti in distici elegiaci, quasi tutti epigrammi per Scipione l’africano e per il poeta stesso, Sota un carme licenzioso, una parodia epica con doppi sensi
-opere legate al mondo romano, come lo Scipio, in settenari ed esametri trocaici, scritto forse in occasione del trionfo dell’Africano nel 201 AC o le Saturae
-opere a sfondo filosofico: il Protrepticus, esortazione dei giovani alla filosofia, in settenari trocaici, l’Euhemerus, una rielaborazione della Storia Sacra, che proponeva l’interpretazione razionalistica della religione.

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