Catullo: Liber

Liber

La poesia di Catullo è lirica e non epica, in genere si tratta di componimenti brevi nei quali fa sempre riferimento ai suoi sentimenti che rispecchiano gli atteggiamenti di Clodia: quando questa lo ricambia l’autore è entusiasta, mentre quando lo tradisce è profondamente deluso.
Il liber è la raccolta di alcune delle poesie che Catullo scrisse ed è diviso in tre gruppi di carmi:
1-60= componimenti brevi e di vario argomento, principalmente su Lesbia; 61-68= carmina docta, nei quali emergono forti riferimenti culturali;
69-116= componimenti brevi di vario argomento;
Anche Catullo, come i poetae novi, è fortemente influenzato dalla poesia ellenistica nella quale emerge il culto per il labor limae e il disprezzo per la poesia arcaica.

Il tema centrale del Liber è il sentimento di Catullo verso Lesbia che, grazie alla disposizione cronologica dei carmi da parte dei vari interpreti, si può dire altalenante.
Catullo si riferisce alla donna amata con lo pseudonimo Lesbia, sia per convenienza, poiché lei era una donna sposata e quindi non era il caso di nominarla, sia come riferimento alla poetessa Saffo di Lesbo, sia come complimento poiché le donne di Lesbo erano molto belle. L’inizio di tale sentimento si colloca all’inizio del carme 51, dove il poeta descrive gli effetti devastanti sull’innamorato, derivati dalla vista della donna amata, mentre la fine viene collocata nel carmina 11, che contiene un forte messaggio d’addio. Il fatto che l’amore tra i due sia travagliato lo dimostrano ad esempio i carmi 5 e 7, nei quali l’amore appagato si trasforma in gioia per Catullo, confrontati con il carme 8, in cui la donna non lo contraccambia e fa sprofondare il poeta nel dolore.
L’amore viene presentato come un’esperienza fondamentale nella vita degli uomini che, senza tale sentimento, sarebbe priva di senso. Inoltre l’emozione che lega Catullo e Lesbia è un amore proibito: la donna non è infatti né una cortigiana né una liberta ma una matrona sposata con un uomo politico. Tale rapporto era stato condannato poiché, secondo la mentalità dell’epoca, la donna era tenuta ad essere fedele al proprio uomo, il quale poteva al contrario permettersi di avere relazioni con cortigiane o schiave. Il loro è un amore che fa parlare perché non rispecchia gli schemi dell’epoca. Un altro aspetto molto significativo è il riferimento ad uno dei valori principali su cui si basava la morale romana: la fides, il rispetto degli impegni assunti, che viene però rivolta non all’ambito sociale ma personale. Egli infatti sperava che il rapporto con Clodia potesse fondarsi su un patto (foedus), accettato e rispettato da entrambi, di affetto e fedeltà reciproci. Ma l’appello alla fides non venne accolto da Lesbia.

Carmina Docta

I carmina docta sono i componimenti della parte centrale della raccolta di poesie contenute nel Liber. Sono caratterizzati da una maggiore ampiezza, da un linguaggio più ricercato e dalla presenza di riferimenti culturali al mito. Si ispirano in particolar modo allo stile alessandrino nella finezza dello stile, elaborato e prezioso.
Un esempio è costituito dal carme 66, traduzione di un’elegia di Callimaco (la chioma di Berenice) che faceva parte di una raccolta detta Aitia: in Alessandia d’Egitto, l’astronomo di corte scopre una nuova costellazione che corrisponde ad un ricciolo della regina Berenice. Anche nel carme 66, come del resto in tutti i carmina docta, sono esaltati il tema del matrimonio (della fides) e dell’amore.

Cui dono

Il carme 1, cui dono, è una dedica di Catullo all’amico Cornelio Nepote, che per primo aveva riconosciuto la grandezza del suo stile; dal momento che premette alla sua opera un componimento proemiale, si può affermare che si inserisce nella tradizione, ma si ispira anche ai modelli ellenistici per quanto riguarda la scelta di utilizzare il carme per presentare il suo stile poetico.
Il primo verso si apre con un’interrogativa retorica (in quanto utilizza l’indicativo al posto del congiuntivo) introdotta da “cui”, che prosegue anche nel verso successivo e trova una risposta al verso 3 (“Corneli”). Già a partire dal primo verso emergono dei riferimenti alla poesia catulliana; infatti i termini “lepidum novum libellum” (che costituiscono un omoteleuto) indicano rispettivamente: il fatto che si tratti di componimenti graziosi e raffinati stilisticamente, il fatto che sia un’opera innovativa e che sia appena stata pubblicata, e il fatto che Catullo rifiuti la poesia magniloquente come l’epica. Catullo utilizza un vezzeggiativo anche per riferimento alla brevitas e per sottolineare la concezione di poesia come lusus, passatempo colto.
Nel secondo verso Catullo allude ad un altro aspetto fondamentale dei suoi componimenti: l’utilizzo del labor limae, ossia una grande cura formale che viene paragonata al lavoro compiuto dalla pietra pomice nell’eliminazione delle imperfezioni dei bordi esterni della pergamena. I termini arida e pumice si trovano in iperbato.
Il terzo verso si apre con un iperbato, che mette in prima posizione il nome dell’uomo a cui è destinato parte del liber: Cornelio.
Il quarto verso è invece un’infinitiva il cui soggetto nugas (“cose da poco”, “bazzecole”), si trova in iperbato, il quale sottolinea l’espressione esse aliquid. Emerge quindi una finta modestia, in contrasto con il fatto che Catullo ha scelto di dedicare la sua opera proprio a colui che per primo ha riconosciuto la grandezza dei suoi componimenti. Tuttavia il termine nugas, ci fa pensare che probabilmente non tutta l’opera era stata destinata a Cornelio, poiché tale definizione non potrebbe riferirsi ai carmina docta.
All’inizio del quinto verso vi è una forte scansione del tempo “iam tum cum”, che, insieme all’espressione ausus est, esprime la grande stima dell’autore nei confronti di Cornelio.
Vi è un forte contrasto tra il termine “unus” al verso 5 e “omne” al verso 6.
Nell’elogio di Catullo a Cornelio Nepote (vv. 5, 6 e 7) riemergono nuovamente le tre caratteristiche su cui si basa la nuova poesia lirica: brevitas (tribus cartis, in iperbato e in metonimia poiché i fogli di papiro diventano i singoli volumi), dottrina (doctis) e labor limae (laboriosis).
Osservando il verso 8 si può affermare che la struttura del componimento è circolare: sono presenti infatti il termine tibi che riprende quello presente al verso 3, e il termine libelli che può essere ricollegato a libellum, termine presente al verso 1.
Sono presenti due pronomi relativi: quicquid (che fa probabilmente riferimento al contenuto esiguo dell’opera) e qualecumque (allude sicuramente allo stile utilizzato).
Alla fine del verso 9 vi è un’invocazione alle muse (patrona virgo), alle quali però l’autore non chiede ispirazione ma fama duratura (plus uno saeclo, separati da un iperbato). Il tono quindi, che si è mantenuto colloquiale per tutto il componimento (libellus, l’esclamazione Iuppiter, e l’imperativo habe tibi), si innalza nella parte finale, sorprendendo il lettore.

Ile mi par

L’opera può essere suddivisa in due parti per quanto riguarda i nuclei semantici: la prima riguarda un confronto tra Catullo e “ille” e la seconda è invece totalmente incentrata su Catullo.
In prima posizione al verso 1 troviamo uno dei due protagonisti della parte iniziale del carme: ille, un uomo non ben identificato che riesce a sopportare la bellezza di Lesbia. Vi è poi la parola “mi” contrazione di “mihi” che, assieme all’utilizzo del verbo videor, evidenzia la soggettività dell’azione.
Il verso due, che si apre con l’anafora del termine ille, presenta un’iperbole molto forte, il cui carattere blasfemo (dal momento che l’uomo viene paragonato ad una divinità), viene attenuato dall’inciso si fas est, dove fas indica ciò che è lecito sul piano religioso. All’ille è quindi attribuita l’imperturbabilità.
L’ille viene precisato con la relativa qui al verso 3, che termina con un forte enjambement finalizzato a mettere in risalto i verbi “spectat et audit”, incorniciati da un iperbato (te dulce ridentem).
Il verso 5 è diviso in due parti sia dall’iperbato che separa te da dulce ridentem, sia dal doppio iperbato incrociato che distanzia misero da mihi e omnis da sensus incorniciando il verbo eripit, da rapio ossia strappare con violenza. Il termine misero viene generalmente utilizzato, come in questo caso, per descrivere lo stato d’animo dell’innamorato infelice, non ricambiato o sopraffatto dalla passione. Emerge quindi il paragone tra il comportamento dell’ille alla vista di Lesbia e quello di Catullo, totalmente sopraffatto.
Al verso 7 il vocativo Lesbia è incorniciato e posto in prima posizione, seguito dal perfetto logico aspexi.
Al verso 8 vi è un forte riferimento ad una delle poesie di Saffo
Al verso 9 inizia la descrizione dello sconvolgimento fisico subito da Catullo simile a quello cavalcantiano, reso con uno sconvolgimento della sintassi tramite l’utilizzo di diverse figure retoriche. SI parla prima del tatto e del calore: la lingua è posta in prima posizione tramite anastrofe e flamma è allontanata da tenuis tramite iperbato; successivamente si parla dell’udito: nei termini sunitu suopte è presente una forte allitterazione della sillaba su. E’ poi presente un’onomatopea (tintinant) e un chiasmo tra flamma e aures e demanat e tintinant. Infine si parla della vista: la percezione dell’oscurità è accentuata tramite l’ipallage di germina (che si trova in ablativo concordato grammaticalmente con nocte ma riferito a lumina) e l’ossimoro lumina nocte.
Dal verso 13 inizia la seconda parte del carme che inizialmente si pensava non appartenesse a questo testo ma fosse stata una poesia a se stante. In realtà si parla dell’ozio inteso come causa dell’amore appena descritto, quindi vi è un rapporto di senso con la parte precedente. Catullo qui parla a se stesso e si focalizza appunto sul tema dell’ozio (evidenziato anche da un’anafora) che, a parer suo, lo porta a perdere il controllo. Quest’ultima parte è sia la conclusione logica del componimento, sia una critica nei confronti delle critiche mosse dai tradizionalisti nei confronti dell’amore extraconiugale e quindi proibito tra Catullo e Clodia.

Vivamus

Il carmina 5 si presenta come un inno alla gioia, simbolo di un amore ancora privo di ostacoli. Tale sentimento (evidenziato dall’utilizzo dei congiuntivi esortativi) emerge già dal primo verso, con un invito a far coincidere la vita con l’amore.
L’unica minaccia per il rapporto dei due innamorati sono le critiche dei vecchi tradizionalisti. Il secondo verso si apre e si chiude con il medesimo suono rum e le varie parole che compongono questo e il successivo sono legati sia dall’allitterazione delle lettere s, r, m, u (che vogliono quasi riprodurre il suono dei sussurri) sia dall’iperbato che intercorre tra rumores e omnes e infine da un forte enjambement.
Il quarto verso si apre invece con una metonimia: soles è infatti da intendere come giorni; il fatto che tale termine sia plurale sta ad indicare la ciclicità della natura.
Il quinto verso contrappone la natura alla vita dell’uomo (metafora brevis lux): il verbo occidere viene ripreso ma il verbo redire viene utilizzato una volta sola ed è sostituito con dormienda. Il ritmo dei due versi è molto lento per sottolineare l’inevitabilità del ciclo della natura. Invita inoltre a riflettere, poiché la morte (perpetua nox) non è vista come una cosa negativa in quanto finché si è in vita si può amare. Nobis è dativo d’agente della perifrastica passiva.
Dal verso 7 al verso 9 vi è una sorta di invito ai baci. I versi sono legati tra loro dall’allitterazione della lettera d, da un chiasmo (mille-altera, altera-mille), da un parallelismo (deinde-centum), dall’epifora del termine centum e dall’anafora di deinde e dein. Vi è un forte rimando al genere aritmetico: si può quindi considerare una citazione colta.
Dal verso 10 al verso 13 si ha invece il tema dell’invidia e della affacinatio: se qualcuno era felice e un alto invidioso (quis malus) sapeva con precisione la ragione di tale felicità, poteva fare un malocchio.
La poesia si chiude con il termine basiorum, che richiama severiorum al verso 2. Si possono quindi individuare tre nuclei semantici da tre versi ciascuno e un quarto con quattro versi.

Miser Catulle

Il carme 8 è un’esortazione alla ragione. Catullo infatti invita se stesso a ragionare sul rapporto con Lesbia, ormai logorato.
Il carme risulta diviso in due parti: la prima, un monologo in cui il poeta si rivolge a se stesso, si apre e si chiude con l’aggettivo miser, tipico della sofferenza amorosa; la seconda invece ha come destinatario Lesbia.
Al verso uno è presente un congiuntivo esortativo: desinas.
Nel secondo verso vi è un’allitterazione che lega perisse e perditum.
Il terzo verso si apre con un verbo fulsere che sposta l’attenzione su un passato non ben definito, accentuato dal termine quondam. Vi è poi una metonimia soles, che indica le giornate. Il sole potrebbe però anche rimandare al significato simbolico della vita. Il verso successivo si apre con una temporale.
Nel quinto verso Catullo esprime l’eccezionalità dell’amore che lo legava a Clodia, donna che non verrà mai più amata tanto quanto lo è stata da Catullo.
Al verso successivo, ibi indica il luogo dove Lesbia conduceva Catullo, mentre tum si riferisce al tempo indefinito precedentemente indicato da quondam. Iocosa sottolinea la felicità quasi infantile del primo periodo della loro relazione. I giochi d’amore erano voluti anche e soprattutto da Clodia.
Al verso 7 inizia il campo semantico della volontà (volebas, nolebat e poi al verso 9 volt e noli).
Il verso 8 riprende il 3, ribadendo la gioia provata in quel periodo passato (nunc iam). Volt sta per vult e noli è in imperativo. Si è quindi arrivati al punto in cui la fanciulla non lo ricambia più.
Il verso 10 si apre con l’anafora del nec che introduce due imperativi: sectare e vive.
Al verso 11, la congiunzione sed introduce due imperativi positivi dal significato molto simile. Vi è un’allitterazione (obstinata-obdura) non forte ma di particolare rilevanza poiché si tratta di intensivi. Obstinata mente è un è un ablativo di modo.
Inizia poi la seconda parte del carme, destinata a Clodia.
Il verso 12 si apre con un imperativo che viene utilizzato come forma di saluto. E’ da notare l’insistenza del termine obdura, resistere in epifora.
Al verso 13 Catullo cerca di autoconvincersi provando un certo compiacimento nel pensare che Lesbia rimanga sola. Il concetto, ripetuto per tre volte, è messo particolarmente in risalto dal polittoto del verbo rogo, dall’allitterazione della r e dal parallelismo tra il verso 13 e 14 (te-invitam, tu-nulla).
Al verso 15 emerge il rancore e il disprezzo di Catullo nei confronti della donna un tempo amata.
Iniziano poi una serie di interrogative introdotte dall’anafora con polittoto del pronome interrogativo. Catullo è il primo ad utilizzare il termine basium riferito ai baci, poiché gli autori precedenti utilizzavano il sostantivo osculum.
Nell’ultimo verso ritroviamo nuovamente il termine obdura, che richiama il verso 12. Si può quindi dire che il carme ha struttura circolare. Inoltre quest’ultimo verso riprende sia l’esortazione a Catullo di resistere, sia il poeta che si nega e provoca dolore in Lesbia.

Dicebas

Ancora una volta il tema centrale di questo carme è la fides tradita.
Il carme si apre con il verbo dicebas, che conferisce una sfumatura malinconica all’intero componimento e sottolinea il fatto che Lesbia non è una donna di parola. La poesia risulta divisa in due parti dal termine quondam e dal termine nunc, che scandiscono due distinte sfere temporali. Nosse sta per novisse e significa amare o conoscere profondamente.
Nel secondo verso Catullo ricorda di come Lesbia diceva di preferirlo addirittura a Giove, prototipo dell’amante perfetto.
Al verso 3, il termine tum si ricollega con quondam. Emerge l’eccezionalità del modo in cui Catullo ha amato la donna, a differenza del modo in cui la gente comune ama l’amante. Pone quindi il loro rapporto su un livello superiore.
Il verso successivo si apre con un’avversativa. L’amore provato dal poeta è un amore paragonabile a quello che lega un padre e un figlio o un familiare. Anastrofe tra ut e pater.
Al verso cinque ha inizio la seconda parte del carme, che utilizza un perfetto logico come tempo verbale. Catullo sostiene che ora che l’ha conosciuta, nonostante la fiamma s’amore che prova nei suoi confronti arda più intensamente, non ha più alcuna stima per lei. Vilior e levior sono due aggettivi comparativi assonanti tra di loro.
Al verso 7 con un espediente retorico, il poeta introduce la spiegazione di quanto ha appena detto attraverso una domanda che attribuisce o ad un interlocutore non ben definito o alla stessa Lesbia. Il quod introduce una causale nella quale emerge uno dei temi fondamentali delle poesie di Catullo: la violazione dello ius, del patto d’amore, che fa in modo che l’amante ami di più dal punto di vista passionale ma riduce l’affetto e la stima nei confronti della donna. La distinzione tra l’amore fisico e il voler bene è accentuata dall’antitesi dei termini magis e minus e dal parallelismo che intercorre tra amare-magis e bene velle- minus.

Odi et amo

In un solo distico, Catullo esprime il dramma della passione non assecondata tramite un’affermazione lapidaria “odi et amo” ossimoro, che enfatizza l’opposizione dei sentimenti provati nei confronti di Lesbia: il poeta è sì innamorato, ma allo stesso tempo prova rabbia perché la donna lo umilia e non gli è fedele. Il poeta immagina che un interlocutore gli chieda il motivo di questo suo comportamento e lui risponde tramite un’interrogativa indiretta.
Catullo procede in maniera filosofica a cercare le ragioni di tale opposizione; sono infatti presenti molti verbi, secondo lo stile utilizzato appunto dai filosofi. Manca inoltre il soggetto dell’amore. Nel passaggio da un verbo all’altro si progredisce dalla forma attiva alla forma passiva, dando l’idea di una sempre più forte esternazione. Fio passa dall’attivo al passivo.

Nulla potest mulier

Questo carme è totalmente incentrato sull’eccezionalità dell’amore che lega Catullo a Lesbia, tema che emerge già dal primo verso.
Il carme risulta diviso in due distici che hanno struttura simmetrica: sono introdotti dall’anafora del nulla e presentano lo stesso tipo di ragionamento.
Nei primi due versi vi è il polittoto del termine amare che, nel secondo verso, è incorniciato da un iperbato che distanzia Lesbia e mea.
Nella seconda parte del carme emergono le due parole chiave fides e foedere, che indicano che l’amore per Lesbia è paragonabile ad un patto, condizione rafforzata dall’allitterazione della f.
Nell’ultimo verso però, Catullo sottolinea che il sentimento non è ricambiato: parte mea e in amore tuo. Il concetto è rafforzato da un doppio iperbato incrociato: ex parte mea, reperta est.

Iucundum

Il carme si apre con una coppia di aggettivi allontanati in iperbato e riferiti ad amore, quasi a disseminare la positività. Catullo si riferisce all’amata con l’apostrofe mea vita; quest’ultimo termine, insieme alla parola-rima amorem, indica la corrispondenza tra vita e amore.
Al verso successivo vi è un pleonasmo, che ricalca in modo molto forte la relazione che lega Catullo e Lesbia (nostrum inter nos).
Il terzo verso presenta un’invocazione agli dei: dopo che Clodia ha definito il loro amore perpetuo e felice, Catullo, non sentendo particolarmente sincere le parole della donna, invoca gli dei affinchè rendano vero tale impegno. A questo punto emerge un climax riguardante la sincerità, che sottolinea la necessità di Catullo di sapere che quelle parole siano vere.
Il quinto verso richiama il secondo dal momento che tota vita può essere ricondotto a perpetuum.
Il fatto che la composizione inizi con il termine amore e finisca con amicizia non è da intendere come una diminuzione di sentimento ma come un crescendo, poiché a Roma l’amicizia era un sentimento fortissimo. L’ultimo verso presenta inoltre un doppio iperbato incrociato ( aeternum foedus, amicitiae sanctae) e una doppia ipallage ( sanctae concordato con amicitiae ma riferito a foedus – aeternum concordato con foedus ma riferito ad amicitiae).

Multas per gentes

Durante un viaggio in Asia Minore Catullo si reca in Troade per omaggiare il fratello morto. Questo carme si presenta quindi sia come tributo alla memoria del fratello, sia come meditazione sul tema della morte.
La composizione si apre con il polittoto di multas e con il parallelismo multas-gentes e multa-aequora, che risaltano il fatto che Catullo ha dovuto compiere un lungo viaggio prima di arrivare in Asia Minore.
Nel secondo verso il termine frater è messo in evidenza da un iperbato e da un’anastrofe.
Al verso successivo tramite una finale Catullo spiega il motivo del suo viaggio: per rendere omaggio al fratello. Il termine donare ha l’accusativo della persona che riceve e l’ablativo strumentale del dono.
Al verso successivo il termine nequique ci fa capire che Catullo sa di star parlando inutilmente, concetto evidenziato dall’iperbato mutam cinerem.
Il verso 5 introduce una causale che spiega la ragione per cui il poeta si sta rivolgendo al fratello defunto. Fortuna ha accezione negativa in questo caso, poiché corrisponde all’italiano sorte che può essere favorevole o meno. La vicinanza e la centralità dei due pronomi mihi e tete sottolinea il dolore del poeta. Inoltre ipsum rafforza ancora di più il concetto della forza con cui è avvenuto il rapimento, ribadita anche nel verso successivo che introduce un’esclamativa.
Dal verso 7 al 10 si ha la seconda parte del carme, introdotta da tre connettivi: nunc tamen interea; il poeta è consapevole dell’inutilità delle sue parole ma sente comunque il bisogno di omaggiare il fratello. E’ presente un imperativo al verso 9: accipe; vi è un iperbato che distanzia fraterno da fletu.
Il carme si conclude con un saluto anche affettuoso che corrisponde ad un addio.
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