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Carmen arvale

Il Carmen arvale è un antichissimo canto latino che, secondo la tradizione, risale ai tempi del primo re, Romolo. Veniva cantato e danzato da un gruppo di sacerdoti durante le cerimonie primaverili di purificazione dei campi. Questa tradizione continuò per centinaia di anni e le veniva attribuito un profondo significato magico: le parole della canzone e il ritmo, ripetuti esattamente nello stesso modo nel quale erano stati tramandati, avrebbero “costretto” le divinità dei campi a far rifiorire ancora una volta la terra, una primavera dopo l’altra. Era importantissimo che la formula rimanesse precisa identica, altrimenti il “miracolo” rischiava di non verificarsi. I sacerdoti arvali conoscevano a memoria le parole, la musica e i movimenti della danza, e se l’ tramandavano di generazione in generazione.
La cosa interessante è che, siccome le lingue cambiano, dopo un po’ di tempo essi non furono più in grado di capire esattamente il significato delle frasi che dicevano, rimaste in un latino arcaico.

La probabile traduzione di questo testo è: “Ah, Lari, aiutateci! Non permettere, o Marte, che peste e rovina si abbattano sui campi! Sii sazio, o Marte feroce. Balza sul limitare, resta lì, lì. A turno invocherete tutti i Semoni. Ah, Marte, aiutaci! Tripudia!”.
Noi lavoreremo però sul testo originale, che non capiamo, esattamente come non lo capivano più i fratres arvales, cioè i sacerdoti romani di questo culto, quando lo cantavano. Questo ci aiuterà a lavorare sul concetto fondamentale dell’unità didattica: le parole della poesia hanno una specie di “potere magico” legato al loro suono, indipendentemente da quello che vogliono dire. È chiaro che nel Carmen arvale, che è una vera e propria formula magica, il suono ha un valore del tutto indipendente dal significato.

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