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La tragedia greca


La tragedia fu sicuramente uno degli aspetti culturali più insiti nella cultura greca che la rispecchia e ne fa le veci ancora nel mondo moderno. Delle sue origini si sa poco molto probabilmente poiché,così come afferma Aristorele nella "Poetica", era ben conosciuta da tutti.L'etimologia della parola deriva forse da trago(i)día τραγῳδία ossia l'unione delle radici di "capro" (τράγος / trágos) e "cantare" (ᾄδω / á(i)dô) e significherebbe dunque «canto dei capri», in riferimento al coro dei satiri o "canto per il capro".
Nella prima accezione del termine dunque i capri sarebbero gli attori mascherati da capri, mentre nella seconda l'animale sarebbe da intendersi come sacrificio da offrire.
In entrambe le eccezioni il rimando al culto di Dioniso è evidente poiché era proprio il capro il suo animale sacro e i satiri, insieme alle beccanti,formavano i seguaci al culto. Aristotele però fornisce una spiegazione fortemente legata al culto dionisiaco. Infatti afferma che le tragedie fossero rappresentate secondo un ditirambo,ossia un trimetro giambo,che rendeva la performance burlesca. Tale tono molto scherzoso era caratteristico dei canti a Dioniso. In più dichiara che i più antichi ditirambi provenissero da Bacchilide,contemporaneo di Eschilo, dal quale poi si svilupparono in una forma dislocata sempre più complessa.

Una ricerca più recente fa derivare l'etimologia della parola da traghìzein (τραγὶζειν), che significa "cambiare voce, assumere una voce belante come i capretti", comunque il rimando a Dioniso è presente. Il teatro era ubicato al centro della città,così da essere facilmente raggiungibile da tutte le classi sociali, cosa favorita dal theōrikón, fondo statale utilizzato per favorire anche la partecipazione dei ceti meno abbienti a partecipare alle rappresentazioni e feste pubbliche, legge cardine della democrazia che messa in discussione poteva portare anche alla condanna a morte. Tale concessione era fornita dallo stato poiché si riteneva il momento della rappresentazione come un momento formativo. Il teatro era diviso in varie parti,sicuramente quella più importante era l'orchestra, dove si radunavano il coro, cardine tra gli spettatori e la rappresentazione. Venne limitato nella performance da Euripide che voleva porre l'attenzione sulla psicologia dei personaggi e con l'avvento del periodo Ellenistico scomparve quasi del tutto visto che le rappresentazioni,soprattutto nella Commedia nuova con Menandro, non avranno più un intento polemico e formativo per la pólis, ma celebrativo ed esplicativo dei nuovi valori che accomunava i regni, la filantropia. Il coro era poi formato dal capocoro detto corifeo e da tutti gli altri partecipanti detti coreuti.Gli interventi del coro sono detti staimo,il primo intervento detto parodo.La città finanziava le tragedie ,soprattutto per propaganda elettorale, creando anche della gare tra i tragici. L'arconte eponimo,che dava il nome all'anno,sceglieva quali stragi dovessero gareggiare. Questi dovevano presentare poi tre tragedie e un dramma satiresco, a detta di alcuni per ricalcare all'origine dionisiaca,a detta di altri per creare un momento di leggerezza tra le varie tragedie che si dovevano svolgere in una giornata. I tragici scelti erano abbinati tramite un sorteggio ad un corego,uomo facoltoso che finanziava la tragedia per fini politici. I corghi potevano anche rifiutare di finanziare le tragedie ma avrebbero poi dovuto indicarene un tro con il quale scambiare il patrimonio. Per quanto riguardava gli attori,a differenza del mondo romano, erano trattati con agi e privilegi,considerati celebri e ben pagati. Indossavano tutti delle maschere che amplificavano ancora di più il suono della voce. Alle rappresentazioni c'erano dei posti specifici in base al proprio rango sociale, per esempio vicino all'orchestra potevano sedere i magistrati e i sacerdoti. Si hanno poche testimonianze riguardo la presenza delle donne, e se c'erano erano matrone o etere,comunque donne raffinate. La tragedia presenta spesso un prologo che ha una propria evoluzione, Eschino e Sofocle tendono ad usarlo per presentare l'antefatto della rappresentazioni, Euripide invece lo utilizza per innestare una polemica spesso incentrata contro le divinità antropomorfe e per capire da dove parte il nodo della vicenda. Gli episodi mutando la loro complessità asseconda dell'intreccio che per esempio con Euripide diventerà più complesso. Negli episodi la resis è un monologo mentre la stigomatia è un dialogo concitato. Tra i tre tragici si notano differenze strutturali ma soprattutto in maniera consistente più contenutistiche. Ciò che si evolve raggiungendo una resa concettuale quasi contemporanea è la concezione delle divinità e dalla hubris.

Per Eschilo non c'era assolutamente da porsi l'interrogativo della totale ragione degli dei come nel caso di Prometeo o dell'Orestea, in cui ci sembra che i protagonisti errino a causa delle stesse divinità. In Sofocle questo interrogativo inizia a trovare più spazio, senza però poterne dare una risposta definitiva, per questo considerato come il vero tragico, che nel caso dell'"Aiace" propone un eroe soggiogato dalla vergogna che il suo momento di follia ha provocato e celebre e riassuntiva è la frase "O vivere gloriosamente o gloriosamente morire", che incarna il pathos e la limitazione degli uomini dinnanzi a interrogativi così compressi. Euripide invece sconfina da ogni barriera polemizzando contro gli dei antropomorfi. Fu accusato di essere ateo, in realtà lui aderiva a quella linea di pensiero che in quel periodo si stava affermando, ossia che se esistono le divinità non possono essere come gli uomini la si devono elevare. Quindi non c'è da stupirsi se nell'"Ippolito velato" e poi "coronato", Fedra si innamora del suo figliastro, o se Medea premedita con tanta lucidità l'uccisione dei figli, o se Oreste uccide sua madre per vendicare l'omicidio del padre. Tali scelte che aprono la strada ad una via ancora inesplorata, quella dell'inconscio, restarono molte critiche. I temi erano troppo prematuri per i tempi. C'è da dire che poi dopo questi tre celebri tragici, la tragedia iniziò a lasciare posto alla commedia, in cui il dibattito,soprattutto politico,veniva affrontato con tono ancora più accesso,quasi retorico. Entrambi i generi però dovettero lasciar posto ad una sudditanza che mai aveva caratterizzato il popolo greco,ma che sarebbe diventato,almeno fino alle guerra di indipendenza del 1848, il nuovo regime politico della penisola.
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