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Tirteo (VII a.C. Sparta) - Elegia

Cenni biografici
L’akmé di Tirteo va collocata intorno all’anno 640 a.C., nel periodo della seconda guerra messenica, una delle rivolte con cui i Messeni tentarono di ribellarsi al dominio spartano. Un appiglio cronologico ci viene fornito da Tirteo stesso quando afferma, in uno dei versi giuntici, che la guerra messenica era stata combattuta due generazioni prima di lui. Egli fu uno dei poeti elegiaci, sicuramente originario di Sparta, anche se secondo alcuni sarebbe stato di Mileto, secondo altri, fra cui Platone e Licurgo, le sue origini sarebbero state ateniesi. Difatti, si pensava che fosse stato un maestro di scuola zoppo, inviato a Sparta al fine di riappacificare i cittadini e porre fine alle guerre fra Spartani e Messeni.

Opere
L’elenco delle opere di Tirteo ci è fornito dal lessico bizantino Suda. Fra esse ci sono una Costituzione Spartana, delle esortazioni, dei canti di guerra e 5 libri di carmi. In realtà, questi 5 libri racchiudevano tutto il corpus di opere di Tirteo. Il metro utilizzato è il distico elegiaco e lo stesso fatto che il poeta utilizzi il genere elegiaco a Sparta ci fa comprendere come determinati generi letterari si sviluppassero indipendentemente dall’ambiente (i carmi erano difatti composti in un dialetto molto lontano dal dialetto locale). La lingua utilizzata è quella dell’epos, ma con l’aggiunta di alcune forme doriche. Anche lo stile è molto fedele a quello di Omero.

Testi e temi
- La vera virtù (fr. 9).
In questa elegia, sicuramente completa, il poeta descrive l’immagine dell’uomo valoroso in battaglia. Dunque ‘la vera virtù’ non consiste soltanto nella velocità, nella bellezza, nella regalità o nella gloria: l’uomo valoroso in guerra è colui che sopporta la vista del sangue e della strage, che cerca il suo nemico per affrontarlo corpo a corpo, colui che sta immobile in prima fila e rincuora il compagno che lo affianca e, se necessario, è anche disposto a morire, glorificando la patria, il padre e il popolo. Costui sarà per sempre ricordato dai posteri e godrà di gloria eterna. È anche importante ricordare quanto l’eroe, secondo Tirteo, sia molto diverso dall’eroe omerico. In Tirteo si parla infatti di oplitismo, concetto collegato alla polis. La virtù non sta più nel soldato visto come singolo individuo, bensì nella collaborazione fra tutti gli opliti che, uniti nella falange, non si separano per nessun motivo l’uno dall’altro (lo scudo per metà copre colui che lo porta, per metà il compagno che lo affianca).

- È bello morire per la patria (fr. 6).
Questa elegia presenta una struttura ad anello: vi è una prima parte in cui il poeta afferma che morire in battaglia è bello e quindi positivo, una parte centrale in cui viene descritta la miserevole condizione di colui che, benché sconfitto, si salva, ed è costretto a vagare con i figli, i genitori e la moglie, macchiato di viltà, non degno di rispetto né pietà, e infine una terza parte in cui il poeta invita al combattimento, ritornando dunque al tema dei primi due versi. La tematica della bella morte si può collegare ad Omero, nell’episodio di Ettore e Achille tratto dall’Iliade, in cui compare la frase «A un giovane si addice ogni cosa, una volta che sia stato ucciso da Ares, fatto a pezzi dal bronzo affilato, anche giacere sul campo di battaglia: tutto ciò che si vede è bello, anche se morto». Quindi, il corpo del giovane, benché morto, è bello all’apparenza, a differenza del corpo del vecchio, considerato invece miserevole (Cfr. Iliade, XII, vv. 71 sgg).

Fortuna
Il culmine della fortuna di Tirteo ad Atene è rappresentato dall’oratore Licurgo di Atene, che ha conservato una buona parte dei versi che ci sono giunti. Fra i filosofi era apprezzato sia da Platone che da Aristotele. La figura di Tirteo è stata sempre legata all’idealizzazione di Sparta, come simbolo dei più alti valori guerreschi.

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