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Saffo, Ode ad Afrodite

L’amore ebbe una ruolo determinante nella vita e nell’educazione di una comunità consacrata alle Muse e ad Afrodite; perciò la poesia di Saffo è prevalentemente poesia d’amore. A questo proposito, appare significativa la cosiddetta Ode ad Afrodite, in cui si fondono mirabilmente il sentimento religioso e quello d’amore. La composizione, celebre fino dall’antichità, ricalca le movenze tipiche dell’inno cletico, o di invocazione; rappresenta perciò anche un esempio delle capacità innovatrici di Saffo nell’ambito di un genere letterario consacrato da una lunga tradizione poetica, che risale all’epos. Se l’ode presenta evidenti analogie strutturali con illustri esempi del passato, il contenuto, però, è tutto pervaso da uno spirito nuovo, che suggerisce l'impressione di un rapporto molto più diretto con la divinità; anzi, l’intervento diretto della dea, che si rivolge alla poetessa chiamandola confidenzialmente per nome e garantendole la piena realizzazione dei suoi desideri, sembra annullare del tutto le distanze fra la sfera umana e quella divina. L’ode fu molta famosa nell’antichità, non solo per l’intensità del sentimento che la anima, ma per il rapporto di complicità che si instaura fra la dea e l’orante e per il linguaggio personalissimo e nuovo con cui Saffo esprime il proprio stato d’animo soggettivo e intensamente vissuto. Ci troviamo di fronte a una dea e a una donna che affrontano insieme, da pari a pari, il più femminile degli argomenti: l’amore. La poetessa descrive poi l’epifania della dea; scesa dal cielo sul suo carro tirato da passeri, Afrodite si rivolge in tono di sorridente conforto a colei che la invoca, promettendole di capovolgere radicalmente la situazione. Confortata da una speranza, Saffo conclude l’opera con un’invocazione che si ricollega a quella iniziale.

Immortale Afrodite trono adorno,
figlia di Zeus,che trami inganni,ti invoco:
non mi abbattere l’animo con pene,
grande signora,
ma giungi qua,se già in altro tempo
ascoltando il mio grido lontano,
giù dalla casa d’oro di tuo padre
presto giungesti,
aggiogato il tuo carro,e ti portavano
passeri belli sull’oscura terra,
fitto battito d’ali giù dal cielo,
velocemente.
Giunsero presto,e ti,beata dea,
sorridendo col tuo volto immortale,
mi domandasti perché soffrivo
perché chiamavo,
e che cosa di più desideravo
nel mio delirio. “Chi devo piegarti

perché ti ami?Saffo,chi ti fa ancora torto?
E se ti fugge presto ti inseguirà,
se non vuol doni,presto donerà
e se non t’ama,presto t’amerà,
contro se stessa”.
Ritorna ancora a me,
toglimi il peso di sofferenza;
e ciò che il desiderio vuole compiuto,compilo;
e sii ancora la mia alleata.

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