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Questo appunto di Letteratura Greca tratta della poetessa greca Saffo e dell'ode 31 Lobel-Page da lei composta.

Indice

  1. Saffo e la lirica monodica
  2. L'ode 31 Lobel-Page
  3. L'ode 31 di Saffo e il carme 51 di Catullo

Saffo e la lirica monodica

Tra la fine del VII secolo e la prima metà del VI secolo a.C. fiorisce nell’isola greca di Lesbo, all’interno di piccole comunità come quella educativa del tiaso femminile o dell’eteria, un gruppo di uomini legati dalla medesima fede politica, il genere della poesia lirica monodica (ovvero affidata al canto di un solo esecutore accompagnato dal suono della cetra) centrata sull’espressione diretta dei sentimenti del poeta e caratterizzata da grande raffinatezza stilistica.
L’eccezionale livello di questa produzione documentato soprattutto dai testi di Saffo e di Alceo. Della poetessa Saffo ci sono giunti oltre duecentocinquanta frammenti nei quali trovano espressione, in forma elegante e aristocratica i suoi affetti e le sue emozioni in rapporto all’amore, alla vita del tiaso e agli affetti familiari.

L'ode 31 Lobel-Page

L’ode 31 L.P, senza dubbio la più famosa di tutta la letteratura greca, ci è giunta frammentaria grazie all’ammirazione che essa destò nel critico letterario del I secolo d.C., noto come Antonimo Del Sublime.
Problematica è l’interpretazione del testo, in cui Saffo si rivolge a una fanciulla, forse in procinto di lasciare il tiaso per le nozze; ritenuta a lungo l’ode in cui la poetessa esprimeva la gelosia per l’uomo che stava per rapirle l’amata, oggi si tende a leggerla piuttosto come la trascrizione lirica di un sconvolgimento sentimento d’amore, descritto nella sua componente più emotiva e fisiologica.

φαίνεταί μοι κῆνος ἴσος θέοισιν
ἔμμεν᾿ ὤνηρ, ὄττις ἐνάντιός τοι
ἰσδάνει καὶ πλάσιον ἆδυ φωνεί-
σας ὐπακούει

καὶ γελαίσας ἰμέροεν, τό μ᾿ ἦ μὰν
καρδίαν ἐν στήθεσιν ἐπτόαισεν·
ὠς γὰρ ἔς σ᾿ ἴδω βρόχε᾿, ὤς με φώναι-
σ᾿ οὐδ᾿ ἒν ἔτ᾿ εἴκει,

ἀλλὰ κὰμ μὲν γλῶσσ ἔαγε, λέπτον
δ᾿ αὔτικα χρῷ πῦρ ὐπαδεδρόμηκεν,
ὀππάτεσσι δ᾿ οὐδ᾿ ἒν ὄρημμ᾿, ἐπιρρόμ-
βεισι δ᾿ ἄκουαι,

κὰδ δέ μ᾿ ἴδρως κακχέεται, τρόμος δὲ
παῖσαν ἄγρει, χλωροτέρα δὲ ποίας
ἔμμι, τεθνάκην δ᾿ ὀλίγω ᾿πιδεύης
φαίνομ᾿ ἔμ᾿ αὔτ[ᾳ.
ἀλλὰ πὰν τόλματον, ἐπεὶ †καὶ πένητα†

Mi sembra pari agli dèi
Quell’uomo che di fronte a te
Siede, e da vicino ti ascolta
Mentre tu dici dolci parole

E amorevole sorridi. Davvero a me questo
Il cuore fa sussultare nel petto:
non appena per un attimo ti guardo
non ho più voce (parole),

la lingua è rotta, fuoco sottile
subito è diffuso sotto la pelle,
con gli occhi nulla più vedo,
un rumore mi ronza nelle orecchie,

sudore freddo mi avvolge.
Un tremito tutta mi prende,
sono più verde dell’erba,
mi sento poco lontano dalla morte

Ma tutto bisogna sopportare

L'ode 31 di Saffo e il carme 51 di Catullo

Nel primo secolo a.C. il poeta Catullo (Verona 84 a.C. - Roma 54 a.C.) scrisse un carme che costituisce un adattamento dell'ode 31 di Saffo. Si tratta del primo componimento poetico latino giuntoci in strofe saffiche. Le prime tre strofe dipendono maggiormente dall'originale, mentre l'ultima confronta il malessere interiore del poeta con il destino universale di potenti e città.

Ille mi par esse deo videtur,
ille, si fas est, superare divos,
qui sedens adversus identidem te
spectat et audit

dulce ridentem, misero quod omnis
eripit sensus mihi; nam simul te,
Lesbia, aspexi, nihil est super mi
[vocis in ore]

lingua sed torpet, tenuis sub artus
flamma demanat, sonitu suopte
tintinant aures, gemina teguntur
lumina nocte.

otium, Catulle, tibi molestumst:
otio exultas nimiumque gestis.
otium et reges prius et beatas
perdidit urbes.

Mi sembra pari a un dio,
se così si può dire, superiore persino agli dèi,
colui che, seduto di fronte a te,
ti guarda e ti sente

ridere dolcemente, ciò a me sventurato
toglie tutti i sensi. Perché quando ti vedo,
Lesbia, subito non mi rimane
suono di voce in bocca,

ma la lingua mi si spezza, una fiamma sottile
mi si insinua nelle membra,
le orecchie risuonano di un ronzio interiore,
gli occhi mi si avvolgono in una doppia notte.

L'ozio, Catullo, ti nuoce,
tu ti arrendi e ti sfoghi troppo.
L'ozio ha già rovinato re
e città ricche.

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