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L’assenza di Achille, come era prevedibile , infonde nuova audacia ai Troiani, che guidati da Ettore, figlio di Priamo, e soccorsi dall’intervento diretto di Ares e di Afrodite, riescono a mettere gli Achei in grave difficoltà. Le gesta individuali di altri eroi, come Diomede o Aiace Telamonio, cugino di Achille e secondo in valore soltanto a lui, per quanto straordinarie, non sono sufficienti a volgere in modo stabile la situazione a favore degli Achei; nonostante ciò, il poeta non manca di descriverle, concedendo a ciascuno di essi un momento di gloria e l’onore di un primo piano che li enuncia dalla massa e che rappresenta la più aòta forma di onore. Un tale atteggiamento si rivela nell’ammirazione tributata dal cantore all’impeto guerriero di Diomede, figlio di Tideo, il quale, anche se per breve tempo, riesce a risollevare le sorti della battaglia. Forte della protezione di Atena, egli appare animato da una furia inarrestabile, tale è il terrore che egli semina tra le falangi dei Troiani e dei loro alleati, che lo stesso Ettore decide di allontanarsi momentaneamente dal campo di battaglia, per esortare sua madre Ecuba e le altre anziana a recarsi sulla rocca, al tempio di Atena, portando in offerta alla dea un ricchissimo peplo, nella speranza che la dea arresti almeno per un po' l’irruenza del Titide.


“Ὣς φάτο, γήθησεν δὲ βοὴν ἀγαθὸς Διομήδης·
ἔγχος μὲν κατέπηξεν ἐπὶ χθονὶ πουλυβοτείρῃ,
αὐτὰρ ὃ μειλιχίοισι προσηύδα ποιμένα λαῶν·
ἦ ῥά νύ μοι ξεῖνος πατρώϊός ἐσσι παλαιός·”

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