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Dopo il litigio con Achille durante l’assemblea, Agamennone , ben deciso a far valere fino in fondo la propria autorità, invia gli araldi Euribate e Taltibio alla tenda del Pelide, per portare via Briseide. Costretti ad eseguire l’ordine del sovrano, ma consapevoli di essere strumenti incolpevoli di grave sopruso, i due si recano a malincuore presso l’eroe. Giunti al suo cospetto, rimangono immobili e muti, pieni di timore, ma Achille , comprendendo il loro imbarazzo, li accoglie con dignitosa cortesia, ordinando al suo amico fraterno Patroclo di consegnare loro la fanciulla oggetto della contesa. Dopo che gli araldi si sono allontanati, conducendo via il dono d’onore di Achille, l’eroe si ritira in disparte sulla riva del mare e invoca la madre Teti. Può sembrare strano che, in una società patriarcale come quella dell’Iliade, dominata esclusivamente da figure maschili, un guerriero come Achille rivolga il suo pensiero alla madre, piuttosto che al padre, ma Peleo non avrebbe potuto essere di alcun aiuto, il forte rapporto affettivo di Achille verso la madre costituisce uno dei grandi temi poetici dell’Iliade, mentre la figura di Peleo, pur presente nel cuore di Achille, si configura come il ricordo lontano di un uomo ormai vecchio. Un solo compenso avrebbe potuto consolare Achille, ossia l’onore, che gli avrebbe garantito una fama molto più duratura dei suoi brevissimi giorni e che si esprimeva nel possesso di Briseide. In conseguenza dell’oltraggio subito, scattano nell’animo di Achille la ribellione e il sentimento di rivalsa, che sfociano in una precisa richiesta d’aiuto alla madre, poiché ella può influire sulla volontà di Zeus, utilizzi questo suo potere perché il signore degli dei punisca Agamennone. Le parole e la delusa sofferenza di Achille lacerano il cuore materno di Teti, che conosce il fato del figlio, ed è consapevole di non poterlo strappare alla morte, perciò promette che farà ciò che le viene richiesto, perché Achille possa avere soddisfazione almeno in questo.

“αὐτὰρ Ἀχιλλεὺς
δακρύσας ἑτάρων ἄφαρ ἕζετο νόσφι λιασθείς,
 θῖν' ἔφ' ἁλὸς πολιῆς, ὁρόων ἐπ' ἀπείρονα πόντον·
πολλὰ δὲ μητρὶ φίλῃ ἠρήσατο χεῖρας ὀρεγνύς·
μῆτερ ἐπεί μ' ἔτεκές γε μινυνθάδιόν περ ἐόντα,
τιμήν πέρ μοι ὄφελλεν Ὀλύμπιος ἐγγυαλίξαι
Ζεὺς ὑψιβρεμέτης· νῦν δ' οὐδέ με τυτθὸν ἔτισεν·
ἦ γάρ μ' Ἀτρεΐδης εὐρὺ κρείων Ἀγαμέμνων
ἠτίμησεν· ἑλὼν γὰρ ἔχει γέρας αὐτὸς ἀπούρας.”

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