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Mimnermo (VII a. C. Colofone) - Elegia

La vita
Poeta greco, il cui nome sembra derivare dal verbo greco "mìmnein, mènein" e "Hèrmos", “colui che resiste sull’Ermo”, fiume della Lidia. Visse nella seconda metà del VII secolo a.C., originario di Colofone ma, secondo altri, di Smirne, le città di cui il poeta aveva narrato gli eventi storici più antichi. Egli fu autore di elegie e, secondo una tradizione poco attendibile (Suda), un auleta (suonatore di aulós). Più probabilmente, invece, egli fu un aulodo, cioè un cantore con accompagnamento dell’aulós (in questo caso la tradizione indica in Nannò, la sua amata, anche la sua accompagnatrice col flauto).
Un poeta interessato a molte tematiche: nella produzione poetica di Mimnermo compaiono vari temi, primo fra tutti l’attualità politica. Dagli antichi fu celebrato come poeta d’amore, mentre noi moderni lo apprezziamo come il cantore della malinconia e del pessimismo.

Opere
Di Mimnermo si ricorda l’adozione del distico elegiaco a scopi narrativi e in particolare per una narrazione storica: per questo il poeta fu visto come un innovatore e fu molto amato in età alessandrina e successivamente nella poesia latina di età augustea. I frammenti di elegie attribuiti a Mimnermo sono testimoniati spesso sotto due titoli distinti: Nannò (Ναννώ) e Smirneide (Σμυρνηίς). Le elegie che vanno sotto il titolo di Nannò trattano problemi etici e contenuti storico-politici, mentre la Smirneide doveva essere un’elegia narrativa, cioè un poema in distici elegiaci che narrava la lotta fra gli abitanti di Smirne e il re di Lidia, Gige.

La lingua e la fortuna
La lingua di Mimnermo è omerica in un senso molto conservatore, diversamente dalla lingua di Archiloco. La fortuna del poeta presso i contemporanei è attestata dal singolare scambio a distanza fra carmi simposiali messo in atto dal poeta ateniese Solone. La sua popolarità risulta anche dall’inserimento di alcuni suoi versi all’interno del corpus teognideo, una raccolta di elegie destinata all’uso simposiale. Mimnermo è apparso agli alessandrini del III secolo a.C. come un possibile ‘inventore’ dell’elegia. Questa classificazione, di per sé falsa, può essere intesa in due modi: o Mimnermo venne considerato l’iniziatore della sola elegia narrativa, oppure venne identificato con la parte più malinconica della sua produzione, in linea con l’ipotesi secondo cui il termine «elegia» sarebbe derivato da έ έ λέγειν, «dire ahi ahi».

Vecchiaia e giovinezza
Il poeta si distingue per aver introdotto la vecchiaia come disvalore. Presenta quindi la vecchiaia come la privazione del piacere più grande, l’amore, come il triste risveglio dal breve sogno della giovinezza. I frammenti più celebri di Mimnermo sono quelli in cui il poeta canta la caducità della giovinezza e depreca l’incombere della vecchiaia.

Mimnermo, fr. 8 Gent-Pr. e 2 W.
"Come le foglie"
La giovinezza è assimilata, nella sua brevità, alla rapidità con cui in primavera le foglie spuntano sotto i raggi del sole.

Distici elegiaci (esametro + pentametro):
Ἡμεῖς δ', οἷά τε φύλλα || φύει πολυάνθεμος ὥρη
ἔαρος, ὅτ' αἶψ' αὐγῇς || αὔξεται ἠελίου,
τοῖς ἴκελοι πήχυιον || ἐπὶ χρόνον ἄνθεσιν ἥβης
τερπόμεθα, πρὸς θεῶν || εἰδότες οὔτε κακὸν
οὔτ' ἀγαθόν· || Κῆρες δὲ παρεστήκασι μέλαιναι,

ἡ μὲν ἔχουσα τέλος || γήραος ἀργαλέου,
ἡ δ' ἑτέρη θανάτοιο· || μίνυνθα δὲ γίνεται ἥβης
καρπός, ὅσον τ' ἐπὶ γῆν || κίδναται ἠέλιος.
Αὐτὰρ ἐπὴν δὴ τοῦτο || τέλος παραμείψεται ὥρης,
αὐτίκα τεθνάμεναι || βέλτιον ἢ βίοτος·
πολλὰ γὰρ ἐν θυμῷ || κακὰ γίνεται· || ἄλλοτε οἶκος
τρυχοῦται, πενίης || δ' ἔργ' ὀδυνηρὰ πέλει·
ἄλλος δ' αὖ παίδων || ἐπιδεύεται, || ὧν τε μάλιστα
ἱμείρων κατὰ γῆς || ἔρχεται εἰς Ἀΐδην·
ἄλλος νοῦσον ἔχει || θυμοφθόρον· || οὐδέ τίς ἐστιν
ἀνθρώπων ᾧ Ζεὺς || μὴ κακὰ πολλὰ διδοῖ.

Traduzione
Noi, come le foglie (1) (che) genera la stagione di primavera dai molti fiori, quando subito crescono ai raggi del sole, simili a quelle godiamo dei fiori di giovinezza per un momento, senza sapere dagli dèi né il male né il bene; le Chere nere stanno accanto, una tenendo (in mano) il destino della dolorosa vecchiaia, l’altra della morte; per poco tempo dura il frutto di giovinezza, (tanto) quanto il sole si diffonde sulla terra. Poi, quando il termine di questa stagione passerà oltre, allora è meglio essere morti subito piuttosto che vivere; infatti nell’animo nascono molti dolori: da una parte la casa va a rotoli, e insorge la penosa povertà; un altro invece è privo di figli, e desiderandoli moltissimo va sotto terra nell’Ade; un altro ha una malattia che distrugge l’animo; infatti non c’è nessuno degli uomini al quale Zeus non dia molti mali.

(1) Mimnermo riprende e sviluppa qui uno spunto omerico (Iliade VI 145 segg., la risposta di Glauco a Diomede):
Gli rispose il glorioso figlio d’Ippoloco: «Grande figlio di Tideo, perché mi domandi chi sono? Le generazioni degli uomini sono come le foglie: il vento le fa cadere a terra ma altre ne spuntano sugli alberi in fiore quando viene la primavera. Così le stirpi degli uomini, una nasce, l’altra svanisce». Nel passo omerico le foglie sono paragonate al destino degli uomini, invece in Mimnermo il paragone viene adottato per esprimere la brevità e la fugacità della giovinezza.

Il fatto che il paragone con le foglie sia impiegato già in Omero non dimostra che la concezione sostanzialmente pessimistica dell’esistenza e questa visione della vecchiaia come condanna imposta dagli dèi all’uomo avessero radici profonde nella cultura greca arcaica. In Mimnermo c’è un pathos che nell’epos manca, per cui la vecchiaia viene descritta solo come privazione e annullamento di quei valori positivi che la giovinezza assomma in sé, ovvero la bellezza fisica e la possibilità di godere in pieno dei piaceri dell’amore. Questa visione va considerata un tratto peculiare e caratterizzante delle elegie simposiali di Mimnermo, l’elemento cioè che più di altri le rendeva riconoscibili sotto il profilo dei contenuti.

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