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La morte di Patroclo


Preoccupato per la disastrosa situazione della guerra, Agamennone tenta di placare la collera di Achille, invitando alla sua tenda un’ambasceria dei più insigni guerrieri achei, fra cui Odisseo, celebre per la sua persuasiva eloquenza. Tuttavia, nonostante la promessa della restituzione di Briseide e di altri ricchi doni, Achille rifiuta ostinatamente di tornare a combattere, incurante delle continue sconfitte che Ettore causa ai suoi antichi compagni. La vittoria dei Troiani sembra ormai vicinissima, anche perché quasi tutti i capi dei vari contingenti achei sono costretti a lasciare il campo di battaglia, feriti più o meno gravemente, mentre Ettore si spinge sempre più verso le navi , con l’intenzione di incendiarle. A questo punto, Patroclo, l’amico fraterno di Achille, tenta di persuaderlo a intervenire, prospettandogli l’imminenza del pericolo, di fronte a un nuovo rifiuto, chiede al Pelide di poterlo sostituire in battaglia, indossando la sua armatura. Forse i Troiani, tratti in inganno, si ritireranno per un po, dando modo agli Achei di riprendersi. Achille acconsente e Patroclo riveste l’intera panoplia dell’amico, lasciando soltanto la lancia, troppo pesante per lui. Questo particolare fa si che la trasformazione dell’eroe in doppio del Pelide non sia perfetta, pertanto sottolineando pubblico anche l’inquietante presentimento della fondamentale inadeguatezza dell’eroe al compito che lo attende. Patroclo può sembrare Achille , ma non è Achille. Tale impressione riceve poi un’ulteriore conferma dalle parole del Pelide, il quale, consapevole dei limiti dell’amico, lo esorta a respingere i Troiani dalle navi e a ritornare subito al campo , senza farsi esaltare dal tumulto della battaglia: “Ma quando avrai portato alla salvezza le navi, torna indietro, e lascia gli altri a battersi nella pianura” ( verso 95-96). Ma Patroclo, una volta entrato nel vivo del combattimento , si lascia trascinare dal proprio entusiasmo guerriero e dall’eccitazione del massacro; perciò , comportandosi come si comporterebbe lo stesso Achille, travolto da uno smisurato desiderio di gloria, attira su di sé la collera di Apollo e paga con la vita l’oblio del proprio limite. Sotto il colpo inflitto con sovrumana potenza dalla mano del dio, le magnifiche armi di Peleo, pur senza essere state danneggiate dagli avversari, non difendono più il corpo dell’eroe, ma cadono a terra, insozzandosi di polvere e di sangue, come non era mai accaduto quando erano state indossate da Achille.

“Πάτροκλος δὲ Τρωσὶ κακὰ φρονέων ἐνόρουσε.

τρὶς μὲν ἔπειτ' ἐπόρουσε θοῷ ἀτάλαντος Ἄρηϊ
σμερδαλέα ἰάχων, τρὶς δ' ἐννέα φῶτας ἔπεφνεν.
ἀλλ' ὅτε δὴ τὸ τέταρτον ἐπέσσυτο δαίμονι ἶσος,
ἔνθ' ἄρα τοι Πάτροκλε φάνη βιότοιο τελευτή·
ἤντετο γάρ τοι Φοῖβος ἐνὶ κρατερῇ ὑσμίνῃ
δεινός· ὃ μὲν τὸν ἰόντα κατὰ κλόνον οὐκ ἐνόησεν,
 ἠέρι γὰρ πολλῇ κεκαλυμμένος ἀντεβόλησε·
στῆ δ' ὄπιθεν, πλῆξεν δὲ μετάφρενον εὐρέε τ' ὤμω
χειρὶ καταπρηνεῖ, στρεφεδίνηθεν δέ οἱ ὄσσε.”

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