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La preghiera di Crise e l'ira di Apollo


Prima di giungere nella Troade, l’armata achea aveva saccheggiato e distrutto numerose città della Misia, alleate di Priamo. Una di queste era stata Crisa, conquistata da Achille, che ne aveva portato via un ricco bottino e numerosi prigionieri. Fra questi vi erano due fanciulle di alto rango, Criseide , figlia di Crise, il sacerdote di Apollo della città e sua cugina Briseide. Al momento della distribuzione del bottino, Criseide era stata assegnata come dono d’onore ad Agamennone, Briseide ad Achille. Dopo qualche tempo, Crise era venuto nell’accampamento acheo per riscattare la figlia; ma Agamennone si era rifiutato di restituirla, aggiungendo parole di minaccia nei confronti del vecchio sacerdote e ostentando un atteggiamento blasfemo nei confronti di Apollo, di cui Crise portava le insegne. Spaventato dalla durezza dell’Atride , il sacerdote si ritirò in disparte sulla riva del mare, invocando la vendetta del dio Apollo contro coloro che lo avevano offeso. La sua preghiera fornisce un chiaro esempio di come l’uomo omerico intendesse il proprio rapporto con la divinità. Recandosi nell’accampamento acheo con le insegne del dio, lo scettro e le bende, il sacerdote aveva dimostrato una piena consapevolezza della sacralità del proprio ruolo e della propria persona: chi avesse offeso il dio che egli rappresentava, esponendosi inevitabilmente alla sua collera. Infatti nessuna divinità avrebbe potuto lasciare impunito chi le avesse mancato di rispetto; se ciò fosse accaduto, gli uomini avrebbero dubitato della sua potenza o avrebbero pensato che non dimostrava il giusto apprezzamento per chi la onorava, cessando di farle sacrifici e offerte.

“Ὣς ἔφατ', ἔδεισεν δ' ὃ γέρων καὶ ἐπείθετο μύθῳ·
βῆ δ' ἀκέων παρὰ θῖνα πολυφλοίσβοιο θαλάσσης·
πολλὰ δ' ἔπειτ' ἀπάνευθε κιὼν ἠρᾶθ' ὃ γεραιὸς
Ἀπόλλωνι ἄνακτι, τὸν ἠΰκομος τέκε Λητώ·
κλῦθί μευ ἀργυρότοξ', ὃς Χρύσην ἀμφιβέβηκας
Κίλλάν τε ζαθέην Τενέδοιό τε ἶφι ἀνάσσεις,
Σμινθεῦ εἴ ποτέ τοι χαρίεντ' ἐπὶ νηὸν ἔρεψα,
ἢ εἰ δή ποτέ τοι κατὰ πίονα μηρί' ἔκηα
ταύρων ἠδ' αἰγῶν, τὸ δέ μοι κρήηνον ἐέλδωρ·
τίσειαν Δαναοὶ ἐμὰ δάκρυα σοῖσι βέλεσσιν “

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