Donne più brave negli studi? Sì, ma penalizzate su occupazione

Quante volte il vostro professore a lezione vi ha ribadito che le studentesse rispetto agli studenti uomini vantano voti e prestazioni migliori a scuola, nella vita e all’università? Scommettiamo tante. Sembrerebbe una storia vecchia quanto il mondo quella che vede le ragazze come più meritevoli degli studenti maschi, non solo sui banchi ma anche nelle attività ricreative e culturali della vita in genere. Il gentil sesso, insomma, lungo il percorso formativo-scolastico e in quasi tutti gli indirizzi di studio pare proprio registrare risultati migliori. Purtroppo, però, i nodi vengono al pettine dopo: più brave si, ma con qualche pegno da pagare negli anni futuri quando terminati gli studi, i master e le specializzazioni, si affacciano ad un mercato del lavoro competitivo e maggiormente votato all’essere uomini.

Brave già tra i banchi di scuola


Capiamoci bene, questa non è una congiura contro il “sesso forte” che pur ha dalla sua doti e carattere da vendere, ma una constatazione oggettiva che arriva dalle Indagini AlmaDiploma e AlmaLaurea. La lettura dei dati vede le donne italiane più preparate per quanto riguarda la formazione nello studio rispetto ai colleghi maschi. E questo già a partire dai banchi della scuola media inferiore: le ragazze si impegnano maggiormente per ottenere buoni voti in quasi tutte le discipline e, anche a parità di condizione economica, grazie a master e borse di studio proseguono nella formazione universitaria e post-laurea. Quando, poi, arrivano tra i banchi delle superiori, che siano quelli di un liceo, un tecnico o un professionale, le studentesse raggiungono ancora una volta ottimi risultati. Sono più regolari e “allergiche” alle bocciature (il 91% non fa ripetenze contro l’85% dei maschi), raggiungono voti più alti al diploma (la media è di 78,4 su cento per le ragazze contro 75, 2 dei ragazzi), studiano di più a casa ( il 38% dedica ai compiti a casa più di 15 ore settimanali contro il 16% dei maschi), fanno più stage durante gli studi (il 54% delle ragazze contro il 51% dei maschi). Questa intraprendenza caratteriale è orientata, inoltre, anche verso l’ambiente esterno di appartenenza. Stando ai dati, infatti, nel tempo libero le ragazze sono più portate ad impegnarsi in attività di carattere sociale e culturale: ed esempio il 22% delle studentesse dichiara di svolgere regolarmente attività di volontariato contro il 14% dei ragazzi.
Una differenza "performativa" che non vuole essere una diversità “qualitativa” ma piucchealtro comportamentale e che ci dice - molto semplicemente - che tra i banchi di scuola maschi e femmine la pensano e agiscono diversamente. Si sa, siamo differenti e ognuno con le sue doti, i suoi pregi e i suoi punti di forza.

Forti anche all'università


In altre parole, se non fosse per aspetti emotivi, stili di vita e attività sociali, ragazze e ragazzi potrebbero ottenere risultati scolastici identici. Ma il tempo della vita li porta a cercare ed ottenere esiti diversi anche in base all’età. Tenaci e caparbie, le studentesse arrivano ad ottenere maggiori chance di formazione anche una volta terminata la scuola superiore. Il 74% delle ragazze sono maggiormente interessate a proseguire gli studi universitari contro il 62% dei ragazzi. La formazione resta per loro una carta vincente da spendere anche attraverso tirocini e stage (59% contro il 51% dei maschi). Questo dato diventa ancora più interessante se prendiamo in considerazione il fatto che vale anche a parità di condizioni socio-economiche. Il grosso delle laureate italiane proviene da contesti famigliari meno favoriti. Un dato quest’ultimo che risponde, probabilmente, a quel sentimento tutto umano di riscatto e voglia di migliorare che appartiene a ciascuno di noi. A tale riguardo, inoltre, i conti tornano proprio perché secondo AlmaLaurea è, non a caso, il 24% delle femmine ad usufruire di borse di studio accademiche contro il 19% dei maschi.

Pagano pegno sul mercato del lavoro


Mai quanto in questo momento la questione del lavoro è stata una “patata bollente”. Un argomento scottante che in Italia riguarda trasversalmente tutte le classi sociali, femmine e maschi inclusi. Ma il "Rapporto 2016" di AlmaLaurea ci dice anche qualcosa in più. L'analisi condotta, infatti, mostra che tra i laureati magistrali - a cinque anni dalla laurea - le differenze di genere si confermano significative: a lavorare sono 80 donne e 90 uomini su cento. Uno scarto di dieci punti percentuali che diventa pericolosamente dissonante se preso in relazione agli ottimi risultati che le donne ottengono durante il percorso formativo. Come dire che dopo tanta semina l'agricoltore durante il raccolto ottiene meno di quanto a speso per coltivare. Tale analogia vale anche null’universo occupazionale femminile, dove il lavoro stabile diventa una prerogativa tutta maschile: ha un contratto a tempo indeterminato il 48% delle donne rispetto al 58% degli uomini. Ma le differenze valgono anche dal punto di vista retributivo: gli uomini guadagnano in media 168 euro netti mensili più delle donne. Una disparità economica che continua a valere anche se si prendono in considerazione i percorsi formativi più quotati e meno in crisi del mercato, come Ingegneria, le Professioni Sanitarie, e il settore Economico-Statistico o Scientifico. Il solo indirizzo di studio in cui le donne hanno la meglio dal punto di vista occupazionale rispetto ai loro colleghi è il percorso Linguistico (lavora l’86% delle femmine contro il 79% dei maschi), dove possono contare anche sullo stesso livello di stabilità (in entrambi i casi 54%).

Avanti donne... alla riscossa!


Eppure abbiamo visto che le donne sono capaci quanto e più degli uomini. Cosa succede allora? Se da un lato le aspettative individuali hanno un ruolo tale da ritardare l’entrata nel mercato del lavoro, dall’altro l’assenza di un welfare sociale forte penalizza più le donne che gli uomini specie una volta che decidono di metter su famiglia, figli inclusi (a cinque anni dal titolo lavora il 72% delle laureate senza prole e il 57% di quelle con figli). E’ vero che le donne premono sulla formazione, a tal punto che nella ricerca del lavoro guardano a coerenza con gli studi e attinenza agli interessi culturali. Mentre i maschi, da veri pragmatici, cercano guadagno, carriera e prestigi. Però, nel caso del gentil sesso, le aspettative di carriera si rimpiccoliscono nonostante gli studi compiuti. Un dato quest’ultimo da non sottovalutare, tant’è che in merito è intervenuta anche la Commissione Europea proponendo ai paesi membri di “aggiustare” maggiormente il tiro con riforme e aiuti dallo stato alle famiglie. La disparità di genere non riguarda solo l’Italia, infatti, ma bensì un gran numero di paesi dell’Unione Europea. L’istruzione riduce la disparità di generi ma non l’elimina del tutto, e per tale ragione è necessario fare ancora tanto al fine di aiutare le lavoratrice e i lavoratori. Ma una risposta importante potrebbe arrivare dalle donne stesse che con impegno e tenacia - siamo sicuri - continueranno a farsi valere domani più di oggi.

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19 ottobre 2017 ore 16:30

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