Daniele Grassucci
Autore
Come diventare giornalista sportivo Paolo Petrecca

Trasformare la passione per lo sport in un mestiere vero è una tentazione che viene presto, e a molti: ti immagini con il microfono in mano, a raccontare un gol da fuori area, un sorpasso in curva, un tie-break mozzafiato. Ma poi arriva la parte meno romantica: la gavetta, le regole da rispettare, la capacità di reggere la diretta senza farsi trascinare dall’entusiasmo. 

Nella nuova puntata di “CSD – Come si diventa…?”, il vodcast YouTube di Skuola.net condotto dal nostro direttore Daniele Grassucci, a raccontare questo lavoro, così affascinante ma allo stesso tempo complesso, è Paolo Petrecca, direttore di Rai Sport. 

Uno che lo sport lo ha “abbandonato” per poi ritrovarlo da adulto, tornando al suo “vecchio amore” dopo anni di televisione e informazione generalista. Guidando una testata che segue lo sport “a 360°”, con un 2026 già carico di appuntamenti: Milano Cortina (Olimpiadi e Paralimpiadi) e i Mondiali di calcio, “sperando che l’Italia si qualifichi”.

Indice

  1. Il “fuoco dentro” che muove il giornalista
  2. Dal campo di provincia alla diretta: “Alla base di tutto c’è il racconto”
  3. Telecronaca: equilibrio, doppia voce e il rischio di diventare tifosi
  4. Social, rete, visibilità, ma attenzione a “non farsi contaminare”
  5. La sua idea di redazione: keep calm e l’album delle figurine da completare insieme

Il “fuoco dentro” che muove il giornalista

Petrecca, parlando del suo lavoro, comincia partendo dall’origine della passione che porta su questa strada: “Si comincia perché hai il fuoco dentro”, perché vuoi “cercare la verità e le notizie”

E subito mette sul tavolo una cosa che molti ignorano quando dicono “voglio fare il giornalista”: l’inizio non è glamour. Al contrario, è spesso un periodo di stipendi bassi e scelte scomode.

“Mi hanno proposto un lavoro che era quello della comunicazione. Ho preferito il giornalismo sul campo guadagnando molto meno”, dice. Tradotto: se vuoi fare questo mestiere, devi accettare che all’inizio conti più la traiettoria del portafoglio. 

E si deve capire se interessa davvero arrivare al punto che, per lui, è il lato più bello del lavoro: “Arrivare dalla notizia che tu devi raccontare al prodotto finale in pochissime ore”.

Dal campo di provincia alla diretta: “Alla base di tutto c’è il racconto”

Per Paolo Petrecca il giornalismo sportivo nasce, però, soprattutto da un approccio pragmatico, concreto: bisogna andare dove lo sport accade e raccontare quello che succede.

All’inizio può essere il campo di provincia, “col taccuino e la penna”, per seguire una partita dilettantistica, per restituirne non solo il risultato ma anche l’atmosfera: il giovane talento, l’arbitro, il pubblico sugli spalti. È da lì che si impara il mestiere, perché il punto è proprio questo, e cioè la capacità di osservare e trasformare un evento in racconto.

I linguaggi e i mezzi sono cambiati, certo, ma la struttura resta la stessa. “La cosa che sta alla base di tutti i tipi di giornalismo è il racconto”, spiega Petrecca, e nello sport questo principio è ancora più evidente.

Chi ama davvero questo mondo deve stare sul campo, nel palazzetto, sulle piste da sci. E misurarsi con l’aspetto più esigente del mestiere: la diretta. La telecronaca e la radiocronaca non sono un genere a parte, ma una palestra fondamentale, perché obbligano a raccontare mentre l’azione si svolge, senza troppi filtri o ripensamenti.

È lì che il giornalista sportivo mette alla prova le proprie competenze: saper descrivere, dare ritmo, orientare chi ascolta o guarda. Non basta conoscere lo sport, bisogna saperlo rendere comprensibile e vivo nel momento stesso in cui accade.

Telecronaca: equilibrio, doppia voce e il rischio di diventare tifosi

Parlando proprio di telecronaca, Paolo Petrecca traccia una linea di evoluzione. Il racconto sportivo, spiega, nasce con uno stile misurato, incarnato da figure come Martellini e Pizzul, capaci di raccontare l’evento senza farsi travolgere dall’emozione. Un modo di fare giornalismo che lui definisce “all’inglese”: aderente ai fatti, rispettoso del pubblico, lontano dalla tentazione di parteggiare.

Oggi lo scenario è diverso. La telecronaca contemporanea è quasi sempre costruita sulla doppia voce, con il telecronista affiancato dal commentatore tecnico. Un’innovazione che ha arricchito il racconto, ma che ha anche modificato il tono e il ritmo, rendendolo più acceso e spettacolare. 

In questo contesto, osserva Petrecca, il vero banco di prova resta la radio: lì il giornalista deve “far vedere” l’azione solo con le parole, modulando la voce, dando coordinate precise, mantenendo alta l’attenzione senza perdere lucidità.

Social, rete, visibilità, ma attenzione a “non farsi contaminare”

Quando, poi, si entra nel terreno del “come si fa”, il direttore di Rai Sport parte dallo studio, che è “sicuramente una cosa importante”: libri, corsi, università, percorsi specifici per il giornalismo. Ma chiarisce anche che non basta

Il giornalista sportivo, dice, “nasce con la passione e nasce con la sperimentazione sul campo”. È lì che ci si testa davvero, ed è lì che si capisce anche un’altra cosa fondamentale: non tutti sono portati per lo stesso ruolo.

“C’è il giornalista bravo a fare la telecronaca e c’è quello più portato a raccontare, e poi c’è quello che sa fare tutto”, osserva. E aggiunge, riassumendo: “Uno non vale uno”. Le attitudini contano, e riconoscerle per tempo è parte del percorso. Per questo, invita chi ha aspira a seguire questo percorso a confrontarsi, a farsi dire da chi è più esperto se si è portati o meno: non per scoraggiare, ma per indirizzare meglio.

Inoltre, non si può sottovalutare che oggi, anche in questo settore, il contesto è radicalmente cambiato. “Ci sono mille modi attraverso la Rete”, riconosce Petrecca, e lo sport viene raccontato ovunque: video, clip, post, immagini, pagine social dedicate a frammenti di storia o all’attualità più calda.

Un mondo che la stessa Rai Sport osserva con attenzione, tanto da aver costruito una integrazione forte tra televisione e digitale: “Non possiamo non tenerne conto”, dice il suo direttore, anche perché è lì che si intercetta il pubblico più giovane.

Ma è proprio qui che arriva il foglietto delle avvertenze. “Attenzione però”, perché “non bisogna farsi contaminare dai social”. Il rischio è confondere visibilità e competenza. “Nel mondo dei social c’è chi lo sa fare, ed è competente, e c’è chi invece esce fuori dal seminato”. 

La discriminante, in ogni caso, resta sempre la stessa: seguire le regole del giornalismo. Le famose 5W, certo, ma anche la capacità di spiegare, contestualizzare, rendere comprensibile un evento a chi non lo vede.

L’esempio che fa, su questo punto, è molto concreto: se sei in radio e racconti una partita, “non puoi non dire i colori delle maglie”, non puoi non spiegare dove si trova la palla, a chi va il fallo, in quale zona del campo. Un lavoro di precisione che si impara col tempo, con la pazienza e con la gavetta. Come sempre.

La sua idea di redazione: keep calm e l’album delle figurine da completare insieme

Il lato bello di questo lavoro, per Petrecca, ha a che fare con la soddisfazione: racconti e alla fine della giornata “vedi il prodotto finito”. E poi c’è il resto: “tante amicizie, tante conoscenze, tanti rapporti”. 

Ma non nasconde l’ombra lunga: “Questo mestiere… è un po’ in estinzione”, o almeno “sta cambiando”, contaminato dal marketing e, spesso, costretto a cercare sostegni economici. Se il giornalista “alla vecchia maniera” era quello che raccontava stando “al di sopra”, ora, soprattutto nello sport, il confine si è molto spostato. Con il risultato che “si vola meno alti”.

Ed è qui che si capisce anche il suo modo di guidare Rai Sport: il suo tormentone non è “fare numeri”, è “moderare e praticare la calma”, soprattutto perché nello sport è facile farsi travolgere dall’entusiasmo.

Un’altra parola d’ordine, poi, è squadra. Ammettendo come gli dia fastidio quando due persone pensano che il proprio lavoro sia “più bello” di quello dell’altro. Lo spiega con una metafora, quella dell’album delle figurine: “Il mio album non deve essere più bello del tuo, dobbiamo puntare insieme a completarlo”. 

Infine l’ultimo consiglio, forse il più importante, che non può mancare: amate lo sport, “amate voi stessi, quello che raccontate”, e soprattutto sappiate che “anche quando sbagliate… c’è sempre la possibilità di fare meglio”.

A cura della Redazione di Skuola.net Questo articolo è frutto del lavoro condiviso della redazione di Skuola.net (direttore Daniele Grassucci): un team di giornalisti, data analyst ed esperti del settore education che ogni giorno produce contenuti e approfondimenti originali, seleziona e verifica le notizie più rilevanti per studenti e famiglie, garantendo un'informazione gratuita, accurata e trasparente.
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