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Tibullo


A Roma il circolo culturale di Messalla Corvino era quello che si occupava di poesia elegiaca. Albio Tibullo fu un poeta elegiaco proveniente da un villaggio laziale, si trasferì a Roma e diventò amico e protetto di Messalla Corvino, uomo impegnato anche militarmente (infatti Tibullo lo accompagnò anche in alcune spedizioni). Tibullo si rinchiuse poi a vita privata, dove scrisse elegie. La tradizione ci tramanda tre libri di elegie (corpus tibullianum), diventati poi quattro (il terzo libro fu diviso in due parti). Dagli studi filosofici si vede che lo stile del primo e del secondo libro era troppo diverso da quello degli altri due libri, e quindi si capì che questi libri non contengono solo poesie di Tibullo, (presenti nel primo e nel secondo libro), mentre nel terzo e nel quarto vi sono elegie di Ligdamo e di Sulpicia; il fatto che quest’ultima fosse donna, renderebbe questo il primo testo latino al femminile. Le poesie di Sulpicia sono dedicate ad un uomo chiamato Cerinto (anche se non è certa l’identificazione della poetessa). Dagli studi filosofici si vede che la stile del primo e del secondo libro era troppo diverso da quello degli altri due libri.
Tibullo ha la caratteristica di avere uno stile semplice ed elegante (apprezzato anche da Quintiliano, celebre autore latino), poiché i poeti elegiaci erano molto colti (doctrina).
Le elegie di Tibullo parlano dei lamenti d’amore dedicati alla sua amata, chiamata Delia (può essere uno pseudonimo), una liberta che il poeta non può amare perché appartenente a una classe sociale inferiore, e probabilmente anche sposata (con il coniux). Vi sono tutte le caratteristiche tipiche dell’elegia. Tibullo, dopo il tradimento, decide di abbandonare Delia, per dedicare le sue elegie ad un giovane (Marato) e successivamente ad un’altra donna (una cortigiana), denominata con lo pseudonimo di Nemesi (parola greca che significa vendetta); questa, rispetto a Delia, è ancora più crudele e aspra nei modi.
In Tibullo il ricorso al mito non è presente, e lo sfondo dei suoi lamenti è la campagna (ambientazione agreste), rappresentata come il locus amoenus (come nelle Bucoliche di Virgilio). La campagna è caratterizzata dalla paupertas (povertà nel senso di semplicità della vita di campagna), dalla modestia, dalla parsimonia, dalla pace e dagli affetti familiari, che fanno della campagna un luogo importante a all’insegna della religiosità, non quella ufficiale, ma di tipo agreste (feste di contadini per celebrare gli dei agresti). Accanto alla religione vi sono riferimenti a culti religiosi orientali (ad esempio Delia era devota a Iside, che si occupava insieme a Osiride della rinascita dell’anima) e a pratiche magiche (a Roma tutto ciò che era esoterico e misterioso aveva anche molta importanza), lo stesso Tibullo ricorreva alla magia per garantirsi l’amore di Delia.

Quinta elegia del primo libro


Nella quinta elegia del primo libro Tibullo si immagina Delia nella campagna, che è la regina della casa, fa sacrifici agli dei, e lui si fa servire da lei, che è anche ospitale verso i suoi amici. Conclude dicendo di immaginarsi quelle cose (haec mihi fingebam, dove fingo vuol dire plasmare, si trova nell’Infinto di Leopardi).

Traduzione


Coltiverò i campi, e la mia Delia sarà con me custode, mentre l’aia batte le spighe sotto il sole che riscalda. E (Delia) conserverà per me nei tini ricolmi il candido mosto pigiato con il piede veloce. Si abituerà a contare il bestiame; e lo schiavo nato in casa chiacchierone si abituerà a giocare in grembo all’affettuosa padrona. Lei saprà offrire agli dei agresti uva al posto delle viti, spighe in cambio di messi, cibo in cambio di greggi. Ella governi tutto, tutto sia sotto la sua cura: e mi piaccia di non fare niente in tutta la casa...
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